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◄ LEZIOONI DI POESIA: (TEORIA) SILLABISMO E ACCENTO
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Reply  Message 1 of 4 on the subject 
From: Lelina  (Original message) Sent: 13/12/2009 17:21
SILLABISMO E ACCENTO    (TEORIA)
 
Nella lezione precedente  abbiamo  visto che i  versi italiani sono caratterizzati dal numero di sillabe e  il computo delle stesse dipende anche dalla posizione  dell’ultima tonica.
Ogni parola ha una sillaba  più “forte” delle altre su cui cade l’accento (detto ICTUS).
Per questo la metrica viene chiamata sillabico - accentuativa.
Per facilitare la sillabazione di un verso, esso va considerato come una “sola lunga parola”, per cui si avrà una filza di sillabe.
Poi si legga questo verso ritmicamente, come se fosse una filastrocca, una di quelle che i bambini chiamano “conte”.
 
ESEMPIO:
 
Dolce e chiara è la notte senza vento   (Leopardi)

Se contiamo le sillabe grammaticali, otteniamo 14 sillabe: 

Dol/ce / e / chia/ra / è / la / not/te / e / sen/za / ven/to
 1        2    3    4       5    6     7     8       9   10    11  12    13   14
 
Uniamolo, ora,  come se fosse una lunga parola e proviamolo  a scandire ritmicamente, come se fosse una filastrocca:
 
Dolceechiaraèlanottesenzavento
 
ci verrà spontaneo dividerlo così 

Dol/ce/chia/raè/la/not/te/sen/za/ven/to


Dol / ce_ e / chia/ra_ è / la / not/te_ e / sen/za / ven/to
 1            2         3         4     5     6       7         8     9    10  11
Abbiamo unito alcune vocali, quelle segnalate con la lineetta blu, per un arteficio di nome SINALEFE.

  •  SINALEFE
  •  DIALEFE
  •  SINERESI
  •  DIERESI
  •  IATO

SINALEFE
Si ha le sinafele quando  la vocale finale di una parola e l’iniziale di quella seguente si contraggono in un’unica sillaba. Nel testo poetico la sinalefe non è segnalata da alcuna convenzione. Nei manuali di metrica, e in sede di analisi, si può usare un arco che sottende le parti interessate, o un angolo con il vertice rivolto in alto (^) segnato sopra.
 
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono. (Petrarca, Canzoniere, I, 1)
Voi - ch’a - scol – ta – te^in – ri – me – spar – se^il – suo – no.
 
DIALEFE
 
Quando in un verso la vocale finale di una parola e la vocale iniziale di quella seguente rimangono separate e contano per due sillabe, allora si ha la dialefe.
 Nel testo poetico la dialefe non è segnalata da alcuna convenzione. Nei manuali di metrica, e in sede di analisi, si usa un angolo con il vertice rivolto in basso (Ú) posto tra le vocali interessate al fenomeno, o una barretta verticale o qualche altro segno.
 
che la diritta via Ú era smarrita. (Dante, Inferno, I, 3)
(Dialefe tra “via” e “era”)
 
SINERESI
 
In senso stretto, si dice sineresi il fenomeno per il quale un nesso di due vocali che dovrebbe essere diviso in due sillabe vale una sola sillaba.
 
DIERESI

ESEMPI:

primavera per me non è pur mai (Rvf. 9, 14); il nesso ai di mai è a fine verso, quindi mai è bisillabo.
ch’un dì cacciando sì com’io solea (Rvf. 23, 148); il nesso ea di solea è a fine verso, quindi solea è trisillabo.
 Amor vien nel bel viso di costei (Rvf. 13, 2); il nesso ei di costei è a fine verso, quindi costei è trisillabo.

e all’interno dei versi la situazione cambia:
ma dentro dove già mai non aggiorna (Rvf. 9, 7); qui mai è un monosillabo.
di che sperato avea già lor corona (Rvf. 23, 44); qui avea è un bisillabo.
et aperta la via per gli occhi al core (Rvf. 3, 10); qui via è un monosillabo.

IATO
 
Si ha lo IATO quando, per ragioni metriche , le vocali si considerano in due sillabe distinte.
Quindi si verifica lo iato in presenza di dialefe e di dieresi.
 
AFERESI, APOCOPE, EPITESI E SINCOPE
 
Comuni nella tradizione poetica italiana sono altri fenomeni linguistici che permettono di variare la scansione in sillabe nelle parole in modo da permettere un aggiustamento del numero delle stesse per adeguarle alle esigenze strutturali del verso.
Essi sono:
l’afèresi, l’apòcope, l’epìtesi (o paragòge) e la sìncope.
L’aferesi è la caduta della vocale o di una sillaba all’inizio di parola. Per esempio: rena per “arena”, verno per “inverno”.
La sincope è la caduta di una vocale interna di parola. Per esempio: lettre per “lettere”, spirto per “spirito”, medesmo per “medesimo”.
L’apocope è la caduta di una vocale a fine di parola. Per esempio: amor per “amore”, vuol per “vuole”, ancor per “ancora”. Molto comune nella tradizione poetica italiana anche l’utilizzo delle forme apocopate per fornire rime tronche, del tipo cuor: amor, utilizzate fino al primo Novecento, poi cadute decisamente in disuso, o comunque spesso sentite come leziose nell’ambito dell’attuale versificazione libera.
L’epitesi (o paragoge) è l’aggiunta di una vocale a fine di parola. Per esempio: fue per “fu”, tue per “tu”, piue per “più”
Per ulteriori approfondimenti si consiglia il  testo “Glli strumenti della poesia” di Pietro G. Beltrami. Ed. Il Mulino

VERSI IMPARISILLABI E VERSI PARISILLABI
 
 Sono chiamati versi parisillabi i versi con numero pari di sillabe, imparisillabi i versi con un numero dispari di sillabe. Da notare che la tradizione italiana non usa combinare insieme versi imparisillabi e versi parisillabi.
La dieresi è il fenomeno per il quale un nesso di due vocali, normalmente monosillabico, vale due sillabe.
Nei testi poetici, per la sineresi non è previsto alcun segno convenzionale che la segnali, mentre per la dieresi è previsto un segno, detto dieresi grafica, consistente in due punti (..) che sormontano una vocale del nesso interessato.
Un fenomeno nel quale in parte rientra la sineresi è dato dalla regola per la quale, in un verso, i nessi di vocale tonica e atona in fine di parola - come via, mai, mia, tua, tuo, suo, poi, voi, lui, lei, ecc. – valgono due sillabe alla fine del verso, una sillaba quando si trovano all’interno.
Per esempio, la parola via vale due sillabe a fine verso, una sillaba all’interno del verso. Dalla grammatica sappiamo che la parola ha normalmente due sillabe, quindi possiamo dire che la sua scansione sillabica rimane immutata a fine verso, mentre all’interno del verso subisce il fenomeno della sineresi. La stessa cosa vale per parole come spia, mio, suo ecc.
La parola poi, invece, contiene il dittongo oi e la grammatica, dalle regole che abbiamo sopra descritto, ci dice che essa è monosillabica. Quindi all’interno del verso verrà rispettata la sua scansione sillabica normale, mentre a fine verso, valendo due sillabe, subirà il fenomeno della dieresi. La stessa cosa vale per parole come mai, lui, lei ecc. Ma a fine verso, non si usa mai rilevare la divisione del nesso in due sillabe con la dieresi grafica.
 
Questo per spiegare che il computo metrico delle sillabe non corrisponde sempre a quello grammaticale, poiché è soggetto alle figure metriche:
Ecco cosa è successo:
 


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Reply  Message 2 of 4 on the subject 
From: Lelina Sent: 13/12/2009 17:22
L’ACCENTO
 
In italiano l’accento è quella caratteristica per la quale, in una parola, noi pronunciamo con maggiore forza una sillaba rispetto alle altre, o meglio, pronunciamo con maggiore intensità la vocale di quella determinata sillaba. Questa insistenza è detta accento tonico, o accento.
La sillaba sulla quale c’è l’accento tonico è detta tonica, mentre le altre sillabe non accentate sono dette atone.
Non c’è sempre perfetta coincidenza tra gli accenti che sono utili all’identificazione del verso e quelli che sono comunque rilevabili nell’enunciato, e talvolta capita addirittura che un accento metrico si trovi su una sillaba che normalmente non è accentata. Anche per questi motivi, i metricologi preferiscono usare il termine ictus invece di accento.
Nella costituzione ed identificazione di un verso, oltre al numero di sillabe ha importanza fondamentale la disposizione degli accenti. Quando si dice, per esempio, che un verso ha accento sulla 6° e sulla 10°, s’intende dire che esso possiede la sesta e la decima sillaba toniche. Si definisce schema accentuativo di un verso la disposizione degli accenti essenziale all’identificazione del verso stesso. Gli accenti, così, si distinguono in principali e secondari. Gli accenti principali sono quegli accenti la cui corretta disposizione è essenziale per la correttezza del verso. Se questi accenti non sono disposti nel modo idoneo, il verso, dal punto di vista della tradizione, non è corretto. Gli accenti secondari sono gli accenti non essenziali alla definizione del verso, ma importanti per il ritmo dello stesso.
Ma com’è possibile individuare gli accenti metrici di un verso.
 
 Riporto la soluzione proposta dal Beltrami che riprende quella di Marco Praloran in uno studio del 1988.
 
Essenzialmente si fa coincidere l’accento metrico con l’accento della parola e si definisce quali parole sono di regola atone e quali no.
Di regola sono atoni e non portano l’accento metrico: gli articoli, le preposizioni, le congiunzioni, i pronomi personali monosillabici seguiti dal verbo; non in posizione non enfatica; gli aggettivi possessivi in posizione debole, cioè seguiti dal sostantivo (mia vita); gli aggettivi di una sillaba seguiti dal sostantivo (gran dono); gli ausiliari di una sillaba seguiti dal participio (è stato) ; gli ausiliari bisillabici quando il loro accento precede quello del participio (l’avea fatto).
Gli aggettivi possessivi in posizione forte diventano tonici (in vita mia è tonico); e gli ausiliari bisillabici diventano tonici se il loro accento non precede quello del participio (in abbia travolto è tonico); tonico anche non in posizione enfatica.
Non raramente, nel linguaggio poetico capita d’imbattersi in alcune parole che presentano un’accentazione diversa da quella usuale, cioè la sillaba tonica è diversa da quella della parola “normale”. Tale spostamento avviene per esigenze ritmiche e metriche, e non a caso, ma basandosi sulle doppie forme delle parole nel linguaggio poetico.
Uno spostamento d’accento indietro, in sillabe precedenti la sillaba accentata d’origine, è detta sìstole.
 
 Es.: “pièta” invece di “pietà”; “podèsta” invece di “podestà”.

Uno spostamento d’accento in avanti, in sillabe successive alla sillaba accentata d’origine, è detta diàstole.
 
Es.: “umìle” invece di “ùmile”; “simìle” invece di “sìmile”.

IL RITMO

La poesia nasce come voce, e solo successivamente diventa voce scritta. Credo che ogni poesia, anche la più "intimista", vada immaginata come detta a voce. E che leggere con la voce le poesie sia un esercizio importante.
Lo specifico della poesia sembra collegato alla presenza di un ritmo.
Il ritmo della poesia non è un gioco vano. Se la poesia è poesia, e non è lesercizietto di stile e di retorica, il ritmo delle parole accompagna il ritmo dellemozione (emozione è parola scivolosa, lo so, ma la comunicazione poetica è intrinsecamente comunicazione emotiva).
Non serve essere grandi attori per leggere poesia. Serve capire, stupirsi, amare e abbandonarsi.
Credo che linterpretazione della poesia sia un punto di mediazione fra lettura e scrittura. E’ come la musica: un compositore di musica, un autore, comincia certamente con lascoltare. Poi, impara a suonare uno strumento e quindi a interpretare. Infine, se ha talento e ispirazione, comincia a comporre musica sua.
Anche chi non "diventerà poeta", comunque, nellinterpretazione della poesia compie già un atto creativo. La poesia interpretata appartiene allautore e al lettore-ricreatore come la musica interpretata appartiene allautore e al pianista-esecutore.
Una poesia può lasciarvi anche incerti o e smarriti per gli infiniti echi che suscita in voi.
Ma se "non capite le parole", o se la sintassi vi sembra un garbuglio, diffidate. Non è ingarbugliando le carte che si fa poesia. Il poeta non ha nulla da nascondere, ha solo da rivelare quel pochissimo (una fessura, uno spiraglio) che ha visto e che vuol farvi vedere. Può essere che un poeta giochi a nascondino per stile, ma lo scopo è sempre rivelare.
Il ritmo della parola è dunque il ritmo dellemozione.
Le poesie non vanno lette  come fossero prosa: "state attenti a non marcare con la voce la fine del verso". Questa preoccupazione deriva probabilmente dalla necessità di evitare una lettura troppo cantilenata della poesia, ma rischia, se spinta allestremo, di vanificare lintenzione del poeta. Daccordo, non dobbiamo leggere le poesie come filastrocche da civette sul comò, ma ci sarà pure una ragione se chi le ha scritte è "andato a capo ogni tanto"…
La lettura migliore è quella che, tenendo ben conto del verso, tende ad assorbirne il ritmo, ad armonizzarsi su di esso.
Se una persona ci legge a voce alta una poesia sballandone completamente il ritmo, noi ci accorgiamo che quella persona fondamentalmente non capisce ciò che sta leggendo
.

Reply  Message 3 of 4 on the subject 
From: Lelina Sent: 13/12/2009 17:23
 PRATICA

 
1. Leggere a voce alta la seguente poesia di G. Carducci:

NEVICATA

Lenta fiocca la neve pe l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita piú non salgono da la città,
non derbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non damor la canzon ilare e di gioventù.
Da la torre di piazza roche per 1aëre le ore
gemon, come sospir dun mondo lungi dal dí.
Picchiano uccelli raminghi a vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
In breve, o cari, in breve - tu càlmati, indomito cuore –
giú al silenzio verrò, ne 1ombra riposerò.

2. Eseguire la sillabazione del testo indicando le forme metriche rilevate

3. Crea una POESIA LISTA.

E’ una poesia in cui si inserisce una lista per fare ordine nella memoria personale, relativamente ad un tema scelto.

Per esempio, scegli uno dei temi sotto:

 “dolcezze”  -    “ i propri ricordi”   -   le cose che mi rendono felice  - le tristezze – i pensieri del sabato )) – ciò che sono – ciò che purtroppo non sono – ciò che voglio  - ciò che ho voluto – ciò che ho – ciò che desidero –ciò che ancora sono ecc… poi fai una tua lista personale.

Esempio:

Dolcezze  di Corrado Covoni

Il mare al tramonto
La voce di un’amica
Il volto di mia madre
La rosa gialla del mio giardino
Il calore del sole.

Reply  Message 4 of 4 on the subject 
From: Lelina Sent: 13/12/2009 17:24
RICORDI DESTATE
 
L´ aia assolata
lazzurro del cielo
la voce di nonna
il pigolar dun pulcino
lo strider della carrucola
il tonfo del secchio
lodore di pipa
il fieno giallo
le calde giornate
il ticchettio dei passi
le risata sonore
i giochi felici
bimbi innocenti
 
Clelia

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