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| De: Enzo Claudio (Mensagem original) |
Enviado: 29/11/2009 08:44 |
Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani
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Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742
Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.
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Altri Santi del giorno
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Resposta |
Mensagem 1123 de 1557 no assunto |
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Domenica
1° Luglio 2012
B. IGNAZIO Falzon, Chierico
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beato Ignazio Falzon
Chierico
gnazio,
al secolo Nazju, Falzon nacque a La Valletta (Malta) il 1° luglio
1813. Era di famiglia ricca e anche famosa, in cui l’attività forense
era una tradizione. Avvocato era stato il nonno, avvocato era il padre,
come anche un fratello.
Vestì
l'abito clericale e ricevette la prima tonsura all'età di 15 anni.
Prima di conseguire, come era tradizione familiare, la laurea in “utruque jure”, cioè sia in Diritto Canonico che Civile, il che avvenne all'età di 20 anni, aveva ricevuto gli Ordini Minori.
Non
ha mai esercitato la professione forense, né mai ha accettato,
sentendosene indegno, l'Ordinazione presbiterale. Dedicò la sua vita
alla preghiera e all'insegnamento del catechismo. L'adorazione
eucaristica e la meditazione furono il suo nutrimento spirituale e il
sostegno del suo particolare apostolato: catechizzare, conoscere i
catechizzandi e interessarsi a loro.
Ignazio
è famoso per lo speciale ambiente nel quale svolse il suo apostolato e
offrì la sua testimonianza: tra i militari della numerosa guarnigione
britannica di stanza in La Valletta (negli anni di Guerra di Crimea,
1853-1856, erano circa 20.000).
Per
entrare in conversazione con loro deve imparare, e anche in fretta,
l’inglese. Incominciò con organizzare preghiere e lezioni di catechismo
per i cattolici. Stringendo, poi, amicizia con i loro commilitoni non
cattolici ed anche non cristiani, ne attirò molti alla fede cattolica: i
documenti parlano di oltre 600 conversioni.
Al
chierico Ignazio non mancarono doti e capacità di ispirare fiducia
anche in quelli che rimanevano nella loro fede non cattolica. Per questo
fatto è considerato pioniere e campione del dialogo ecumenico.
Svolgeva tale delicata missione con l'aiuto e la cooperazione di amici
laici, molti dei quali abbracciarono lo stato clericale.
Muore
nel giorno del suo 52° compleanno, il 1° luglio 1865 per un attacco
cardiaco e subito è circondato da venerazione, al punto che la causa di
beatificazione ebbe inizio nel 1892.
Il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005),
durante il pellegrinaggio sulle orme di S. Paolo, ha presieduto, nella
mattina del 9 maggio 2001, la Concelebrazione Eucaristica, nel Piazzale
dei Granai Floriana, a Malta, davanti a 150 mila fedeli (quasi la metà
dell'intera popolazione maltese).
Durante
la Santa Messa, il Papa ha proclamato 3 beati : Don Giorgio Preca, Suor
Maria Adeodata Pisani e Ignazio Falzon descrivendolo nei seguenti
termini :
« Anche il Servo di Dio Ignazio Falzon
aveva una grande passione per la predicazione del Vangelo e per
l'insegnamento della fede cattolica. Anch'egli mise i suoi numerosi
talenti e la sua formazione intellettuale al servizio dell'opera
catechetica. L'Apostolo Paolo scrisse: “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia”
(2 Cor 9, 7). Il Beato Ignazio donò abbondantemente e gioiosamente e le
persone trovavano in lui non solo un'infinita energia, ma anche gioia e
pace profonde. Rinunciò al successo terreno per il quale era stato
preparato al fine di servire il bene spirituale degli altri, inclusi i
numerosi soldati e marinai britannici di stanza a Malta a quel tempo.
Nell'avvicinarsi a loro, alcuni dei quali erano cattolici, anticipò
lo spirito ecumenico di rispetto e di dialogo che oggi ci è tanto
familiare, ma che a quel tempo non era sempre così diffuso.
Ignazio Falzon trasse forza e ispirazione dall'Eucaristia, dalla preghiera di fronte al Tabernacolo, dalla
devozione a Maria e al Rosario e dall'imitazione di S. Giuseppe. Queste
sono fonti di grazia alle quali tutti i cristiani possono attingere.
Santità e zelo per il Regno di Dio fioriscono in particolare laddove le
parrocchie e le comunità incoraggiano la preghiera e la devozione al SS.
Sacramento. Vi esorto dunque a prendervi cura delle vostre tradizioni
di pietà, purificandole dove necessario e rafforzandole con una
catechesi e un'istruzione sane. Non potrebbe esserci modo migliore per
onorare la memoria del Beato Ignazio Falzon. »
Significato del nome Ignazio : “di fuoco, igneo” (latino).
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Resposta |
Mensagem 1124 de 1557 no assunto |
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Domenica
1° Luglio 2012
B. ANTONIO Rosmini, Teologo, filosofo, fondatore
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beato Antonio Rosmini
Sacerdote, fondatore :
" Institutum Charitatis" (Rosminiani)
"Suore della Provvidenza" (Rosminiane)
ntonio Rosmini
nacque il 24 marzo 1797 a Rovereto (oggi provincia di Trento),
secondogenito di una famiglia di alta condizione: il padre, Pier
Modesto, era patrizio tirolese; la madre, Giovanna, proveniva dalla famiglia dei Conti Formenti di Riva.
Dal
1804 al 1814 compì i primi studi. Nel Diario personale già in
quest’epoca compaiono le prime annotazioni attestanti la chiamata a
seguire il Signore più da vicino. Dopo due anni di studi privati di
filosofia, matematica e fisica (1814-1816), sostenne gli esami finali
nell'Imperial Regio Ginnasio di Rovereto, al tempo città asburgica,
ottenendo in tutte le materie la qualifica di “eminenza” e un giudizio che lo dice “dotato di acutissimo ingegno”.
Compì
gli studi giuridici e teologici presso l'Università di Padova e
ricevette a Chioggia, il 21 aprile 1821, l'ordinazione sacerdotale; gli
fu assegnato l’incarico di vicario parrocchiale a Lizzana. Dal 1826 si
trasferì a Milano dove strinse un profondo rapporto d'amicizia con
Alessandro Manzoni che di lui ebbe a dire: “è una delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità”.
Il 20 febbraio 1828, presso il santuario del Monte Calvario, a Domodossola, fondò l'" Istituto della Carità"
(l'approvazione pontificia arrivò nel 1839). Formato da sacerdoti e
laici con voti semplici e perpetui ma anche da religiosi e vescovi "ascritti",
l'organismo nacque con finalità ben precise: l'esercizio della carità
universale, unione di quelle forme che Rosmini ordina in “carità spirituale”, “carità intellettuale” e “carità temporale”. Un ordine tuttavia suscettibile di cambiamenti a seconda delle esigenze espresse dal prossimo.
Papa Pio VIII (Francesco Saverio Castiglioni, 1829-1830) disse a Rosmini, in udienza il 15 maggio 1829 : « è
volontà di Dio che voi vi occupiate nello scrivere libri: tale è la
vostra vocazione. Ella maneggia assai bene la logica, e la Chiesa al
presente ha gran bisogno di scrittori: dico, di scrittori solidi, di cui
abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugli uomini, non
rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per
mezzo di questa condurli alla religione. Tenetevi certo, che voi potrete
recare un vantaggio assai maggiore al prossimo occupandovi nello
scrivere, che non esercitando qualunque altra opera del Sacro Ministero. »
Nel 1832, vennero fondate le "Suore della Provvidenza",
il cui carisma non si differenzia dal ramo maschile ed è caratterizzato
dalla fiducia totale nei disegni della Divina Provvidenza; la prima
superiora fu Madre Giovanna Camilla Antonietti di Baceno.
Questi
istituti, pensati e voluti come ambienti propizi alla formazione umana,
cristiana e religiosa di quanti ne avessero condiviso lo spirito,
adattandosi alle contingenze storiche, civili e culturali del suo tempo.
Il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978), in occasione dell'udienza del 12 gennaio 1972, lo definì “profeta”
che in anticipo di un secolo sente e individua problemi dell'umanità e
pastorali, sviluppati in futuro nel Concilio Vaticano II.
Nel 1832 completò la stesura della sua opera più nota: "Delle cinque piaghe della santa Chiesa"
considerata precorritrice dei temi conciliari. Una di queste faceva
molto soffrire Antonio Rosmini: la separazione tra fedeli e clero
durante le funzioni liturgiche, per l'impossibilità dei primi di seguire
le preghiere formulate in latino, avanzando la proposta di seguire le
lingue proprie di ogni popolo. Per la novità di alcune sue idee sulla
riforma della Chiesa, l'opera fu messa all'indice nel 1849 con tutte le
polemiche che ne seguirono.
Solamente con il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) avviene la completa riabilitazione della sua figura: nella lettera enciclica, "Fides et ratio", annovera Rosmini “tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio”, concedendo l'introduzione della causa di beatificazione.
Precedentemente anche il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli, 1958-1963),
negli anni prossimi alla sua morte, fece il ritiro spirituale sulle
rosminiane Massime di perfezione cristiana, ideate per definire il
fondamento spirituale sul quale tutti i cristiani potessero garantirsi
un cammino sulla perfezione, assumendole come propria regola di
condotta.
Papa Giovanni Paolo I si laureò in sacra teologia all'Università Gregoriana di Roma con una tesi su "L'origine dell'anima umana secondo Antonio Rosmini".
Il Rosmini fu
un profondo pensatore e autore di numerose opere che investivano tutti i
campi del sapere, filosofico, teologico, ascetico, pedagogico,
giuridico e politico ma, ad un certo momento, trova grave opposizione da
parte di un ristretto gruppo di avversari, i quali semplicemente "accusano"
le sue dottrine, filosofiche e teologiche, come devianti
dall'ortodossia. Insorgono fervidissimi difensori e, a por fine alla
polemica, interviene Gregorio XVI (Bartolomeo Cappellari, 1831-1846) con un decreto di "silenzio" ad ambedue le parti, che solo Rosmini diligentemente rispettò.
Antonio
Rosmini si ritira a Stresa, dove aveva il noviziato del suo Istituto;
continua lo studio e la sua opera di scrittore. Intanto, a Roma, dal
1851 si inizia presso la Congregazione dell'Indice l'esame di tutte le sue opere: esame che si conclude col decreto di "dimissione", cioè di "assoluzione" delle accuse che si facevano alle sue dottrine. Quando giunse il decreto "Dimittantur",
del 1854, ne ringraziò il Signore, ma staccato ormai dalle cose
terrene. L'aggravarsi del mal di fegato, di cui aveva sofferto tutta la
vita, lo portò man mano al passo estremo.
Spirò
il 1° luglio 1855; è sepolto all'interno del Santuario del SS.
Crocifisso di Stresa. Sul letto di morte, aveva lasciato all'amico
Alessandro Manzoni, il testamento spirituale: “Adorare, Tacere, Godere”. è sepolto all'interno del Santuario del SS. Crocifisso di Stresa.
Padre Antonio Rosmini è stato beatificato il 18 novembre 2007,
nel Palazzetto dello Sport di Novara, nel corso della celebrazione
presieduta dal Card. Josè Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione
delle Cause dei Santi, a ciò delegato da Papa Benedetto XVI.
Per approfondimenti & è Vita e opere di Antonio Rosmini
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Mensagem 1125 de 1557 no assunto |
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Lunedì 2
Luglio 2012
S. BERNARDINO Realino, Gesuita
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Bernardino Realino
Sacerdote S.J.
ernardino Realino è nato il 1° dicembre 1530 in una famiglia illustre di Carpi (MO) che per i suoi primi studi gli faceva venire i maestri in casa.
A 16 anni frequenta l'Accademia di Modena, all’epoca uno dei più illustri centri culturali d’Italia,
dove fu fortemente attratto verso gli studi umanistici. Studia, poi,
filosofia e medicina all’università di Bologna e, infine, all’età di 26 anni, si laurea in “utruque jure”, cioè sia in Diritto Canonico che Civile.
Suo padre, collaboratore del cardinale Cristoforo Madruzzo che, come vescovo di Trento, è stato il “padrone di casa” del famoso Concilio e uno dei protagonisti, dal 1556 è governatore di Milano per conto del re Filippo II di Spagna.
Sotto la sua protezione, il dotto Bernardino si avvia per la strada dei “pubblici uffici”. Comincia facendo il podestà a Felizzano Monferrato, poi va ad Alessandria come “avvocato fiscale” (una sorta di procuratore della Repubblica).
Dopo altri incarichi in Piemonte, passa al servizio del marchese Francesco Ferdinando d’Avalos, viceré di Sicilia e si trasferisce a Napoli, anch’essa città soggetta alla Spagna col suo regno.
Qui,
però, la sua carriera s’interrompe. Bernardino Realino frequenta i
Gesuiti, da poco giunti in città, e decide di essere uno di loro,
abbandonando codici e carriera. Lo accoglie nel 1564 Alonso Salmeron,
uno degli iniziatori della Compagnia di Gesù con Ignazio di Loyola.
Nel
1567 Bernardino è ordinato sacerdote e diventa il maestro dei novizi
gesuiti. Sette anni dopo, a Lecce, crea un collegio al quale si
dedicherà fino alla morte.
Nello
stesso tempo si dedica alla gente di Lecce, ricchi e poveri, istruiti e
ignoranti, tutti sbalorditi per la sua irriducibile pazienza
nell’occuparsi di situazioni, necessità, miserie, a cui s’ingegna di
provvedere con un dinamismo che ha del prodigioso: tant’è che gli si
attribuiscono vari miracoli già da vivo.
Padre
Bernardino servì la città di Lecce per 42 anni costruendo una chiesa
(la Chiesa del Gesù) e un collegio. Nella pratica per la sua
beatificazione si legge che fu per Lecce ciò che Filippo Neri fu per
Roma.
Il
sindaco di Lecce al suo capezzale di morte, chiese a Bernardino di
pregare per gli abitanti leccesi e per tutta l'umanità intera ed egli
rispose con un filo di voce e ormai allo stremo delle forse: "Signor sì" .
Morì il 2 luglio 1616 a 86 anni. Tutta la cittadinanza lo pianse amaramente.
Bernardino Realino è stato proclamato santo dal Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958), nel 1947.
Significato del nome Bernardo, Bernardino : “ardito come orso” (tedesco).
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Mensagem 1126 de 1557 no assunto |
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Martedì 3
Luglio 2012
S. TOMMASO Apostolo (festa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Tommaso Apostolo
Martire (festa)
Dalla Catechesi di Papa Benedetto XVI
(27 settembre 2006)
Cari fratelli e sorelle,
proseguendo
i nostri incontri con i dodici Apostoli scelti direttamente da Gesù,
oggi dedichiamo la nostra attenzione a Tommaso. Sempre presente nelle
quattro liste compilate dal Nuovo Testamento, egli nei primi tre Vangeli
è collocato accanto a Matteo (cfr Mt 10, 3; Mc 3, 18; Lc 6, 15), mentre negli Atti si trova vicino a Filippo (cfr At 1, 13). Il suo nome deriva da una radice ebraica, ta'am, che significa "appaiato, gemello". In effetti, il Vangelo di Giovanni più volte lo chiama con il soprannome di "Didimo" (cfr Gv 11, 16; 20, 24; 21, 2), che in greco vuol dire appunto "gemello". Non è chiaro il perché di questo appellativo.
Soprattutto
il Quarto Vangelo ci offre alcune notizie che ritraggono qualche
lineamento significativo della sua personalità. La prima riguarda
l'esortazione, che egli fece agli altri Apostoli, quando Gesù, in un
momento critico della sua vita, decise di andare a Betania per
risuscitare Lazzaro, avvicinandosi così pericolosamente a Gerusalemme
(cfr Mc 10, 32). In quell'occasione Tommaso disse ai suoi condiscepoli: “Andiamo anche noi e moriamo con lui” (Gv
11, 16). Questa sua determinazione nel seguire il Maestro è davvero
esemplare e ci offre un prezioso insegnamento: rivela la totale
disponibilità ad aderire a Gesù, fino ad identificare la propria sorte
con quella di Lui ed a voler condividere con Lui la prova suprema della
morte. In effetti, la cosa più importante è non distaccarsi mai da Gesù.
D'altronde, quando i Vangeli usano il verbo "seguire"
è per significare che dove si dirige Lui, là deve andare anche il suo
discepolo. In questo modo, la vita cristiana si definisce come una vita
con Gesù Cristo, una vita da trascorrere insieme con Lui. San Paolo
scrive qualcosa di analogo, quando così rassicura i cristiani di
Corinto: “Voi siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere” (2 Cor
7, 3). Ciò che si verifica tra l'Apostolo e i suoi cristiani deve,
ovviamente, valere prima di tutto per il rapporto tra i cristiani e Gesù
stesso: morire insieme, vivere insieme, stare nel suo cuore come Lui
sta nel nostro.
Un
secondo intervento di Tommaso è registrato nell'Ultima Cena. In
quell'occasione Gesù, predicendo la propria imminente dipartita,
annuncia di andare a preparare un posto ai discepoli perché siano
anch'essi dove si trova lui; e precisa loro: “Del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Gv 14, 4). è allora che Tommaso interviene dicendo: “Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?” (Gv
14, 5). In realtà, con questa uscita egli si pone ad un livello di
comprensione piuttosto basso; ma queste sue parole forniscono a Gesù
l'occasione per pronunciare la celebre definizione: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv
14, 6). è dunque primariamente a Tommaso che viene fatta questa
rivelazione, ma essa vale per tutti noi e per tutti i tempi. Ogni volta
che noi sentiamo o leggiamo queste parole, possiamo metterci col
pensiero al fianco di Tommaso ed immaginare che il Signore parli anche
con noi così come parlò con lui. Nello stesso tempo, la sua domanda
conferisce anche a noi il diritto, per così dire, di chiedere
spiegazioni a Gesù. Noi spesso non lo comprendiamo. Abbiamo il coraggio
di dire: non ti comprendo, Signore, ascoltami, aiutami a capire. In tal
modo, con questa franchezza che è il vero modo di pregare, di parlare
con Gesù, esprimiamo la pochezza della nostra capacità di comprendere,
al tempo stesso ci poniamo nell'atteggiamento fiducioso di chi si
attende luce e forza da chi è in grado di donarle.
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Resposta |
Mensagem 1127 de 1557 no assunto |
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Notissima,
poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta
otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a
Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: “Se
non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel
posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” (Gv
20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia
ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso
ritiene che segni qualificanti dell'identità di Gesù siano ora
soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha
amati. In questo l'Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni
dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è
presente. E Gesù lo interpella: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente” (Gv 20, 27). Tommaso reagisce con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). [...] L'evangelista prosegue con un'ultima parola di Gesù a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Questa frase si può anche mettere al presente: “Beati quelli che non vedono eppure credono”. [...]
Un'ultima
annotazione su Tommaso ci è conservata dal Quarto Vangelo, che lo
presenta come testimone del Risorto nel successivo momento della pesca
miracolosa sul Lago di Tiberiade (cfr Gv
21, 2). In quell'occasione egli è menzionato addirittura subito dopo
Simon Pietro: segno evidente della notevole importanza di cui godeva
nell'ambito delle prime comunità cristiane. In effetti, nel suo nome
vennero poi scritti gli Atti e il Vangelo di Tommaso,
ambedue apocrifi ma comunque importanti per lo studio delle origini
cristiane. Ricordiamo infine che, secondo un'antica tradizione, Tommaso
evangelizzò prima la Siria e la Persia (così riferisce già Origene,
riportato da Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. 3, 1) poi si spinse fino all'India occidentale (cfr Atti di Tommaso
1-2 e 17ss), da dove infine raggiunse anche l'India meridionale. In
questa prospettiva missionaria terminiamo la nostra riflessione,
esprimendo l'auspicio che l'esempio di Tommaso corrobori sempre più la
nostra fede in Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio.
Per & la Catechesi completa è Tommaso
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Resposta |
Mensagem 1128 de 1557 no assunto |
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Mercoledì 4
Luglio 2012
S. ELISABETTA, Regina del Portogallo
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Santa Elisabetta
Regina del Portogallo
lisabetta di Aragona (in portoghese Isabel de Aragão) nasce a Saragozza nel 1271. Ha
soltanto dodici anni quando suo padre, il re Pietro III di Aragona, la
dà in moglie a Dionigi re del Portogallo: Dom Dimìs, come lo chiamano i
sudditi.
Un
re con molti meriti: sviluppa infatti l’economia portoghese, crea una
flotta, fonda l’università di Lisbona (che sarà successivamente
trasferita a Coimbra). Dionigi è un buon sovrano, ma anche un pessimo
marito, sempre impelagato con altre donne e padre via via di altri
figli, oltre ai due che gli dà Elisabetta.
E
lei, malgrado le continue offese e i tradimenti del marito, gli rimane
impeccabilmente fedele, tutta dedita ai figli Alfonso e Costanza, come
ai sofferenti per malattie “brutte”
in Lisbona. Ma non solo: Elisabetta si prende anche molta cura dei
bambini messi al mondo dal marito con altre donne : un’opera da
cristiana autentica, da grande regina.
E
l’infedele Dionigi deve pur avvertire la sua superiorità morale; tant’è
che più tardi, quando il figlio Alfonso gli si ribella, è l’autorità di
Elisabetta a evitare lo scontro armato tra padre e figlio. Quel fatto,
però, le procura l’accusa di parteggiare per il figlio Alfonso contro
Dionigi, e allora la confinano nella cittadina di Alenquer, a nord di
Lisbona; ma presto il marito la richiama. Ora la vuole vicina, ha
bisogno di lei e del suo consiglio; Elisabetta torna e riprende
serenamente il suo posto accanto al re. E quando una malattia mortale lo
colpisce, assiste quest'ultimo fino alla morte; l'affettuosa dedizione
della moglie pare ne favorì la conversione in extremis al cattolicesimo.
Dopo
la morte del re, avvenuta nel 1325, sale al trono suo figlio Alfonso
IV, ed Elisabetta non resta a fare la regina madre a Lisbona.
Dà la corona al Santuario di S. Giacomo di Compostella, dove si
è recata in pellegrinaggio a piedi nudi. Dà quasi tutti i suoi averi ai
poveri ed ai conventi; entra, poi, dopo essersi fatta francescana del
terzo ordine, nel monastero delle clarisse a Coimbra, monastero da lei
stessa fatto erigere, senza però pronunciare i voti (lo farà poco prima
di morire).
Il
monastero diventa la sua casa per sempre; ma una volta deve uscirne,
perché c’è nuovamente bisogno di lei: deve riconciliare suo figlio
Alfonso IV col re Ferdinando di Castiglia che è suo genero (è il marito
di Costanza). Elisabetta ha ormai 65 anni, il suo fisico è indebolito
dalle dure penitenze, e in piena estate il viaggio è troppo faticoso per
lei. Incontra il figlio e la nuora, fa sosta nella cittadina di
Estremoz, ma non riesce ad andare più avanti: la stanchezza e le febbri
troncano rapidamente la sua vita il 4 luglio 1336.
Il
suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra, e nel 1612, durante
un'esumazione, lo si trovò incorrotto; fu chiesta quindi la
canonizzazione. Già nei primi tempi dopo la morte c’erano pellegrinaggi
di fedeli alla sua tomba e circolavano voci di presunti "miracoli".
Nel 1625, Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644) celebrò la solenne canonizzazione in Roma.
Santa Elisabetta del Portogallo si ricorda il 4 luglio, il “dies natalis”; in passato era l’8 luglio, ma localmente anche in altre date. Un elemento che la caratterizza è il rosario.
Significato
del nome Elisabetta : “Dio è perfezione” (dall’ebraico Elisheba -
composto da El, Dio, e scheba, il numero della perfezione).
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Resposta |
Mensagem 1129 de 1557 no assunto |
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Mercoledì 4
Luglio 2012
B. PIER GIORGIO Frassati, Terziario Domenicano
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beato Pier Giorgio Frassati
Terziario Domenicano
“uomo delle beatitudini”
ier Giorgio Frassati nasce
a Torino il 6 aprile 1901, sabato santo, in una famiglia della ricca
borghesia. La madre, Adelaide Ametis, è un'appassionata ed affermata
pittrice. Il padre, Alfredo, è fondatore e proprietario del quotidiano "La Stampa",
e sarà l’artefice del grande successo che il giornale godrà negli anni
Dieci e Venti. è liberale e agnostico. Amico di Giovanni Giolitti, per
molti anni capo del governo italiano, nel 1913 diventerà Senatore del
Regno e ambasciatore a Berlino nel 1921-1922. I gravosi impegni gli
impediscono di seguire molto da vicino l’educazione dei figli. Spetta
alla madre farsi maggiormente carico della crescita di Pier Giorgio e di
Luciana, nata poco più di un anno dopo (18 agosto 1902, † nell'ottobre
2007, a 105 anni).
Quando,
fanciullo, apprese i primi racconti del Vangelo, Pier Giorgio ne restò
colpito, a volte in modo così profondo da diventare protagonista di
gesti inattesi in un bimbo tanto piccolo. Dopo l'infanzia venne istruito
con la sorella privatamente.
Cresciuto
nella casa familiare di Pollone (Biella), Pier Giorgio si appassionò
presto alle montagne, dove organizzava frequenti escursioni e sciate con
gli amici. “Ogni giorno m’innamoro sempre più delle montagne – scriveva ad un amico – e
vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate
sui monti a contemplare in quell’aria pura la Grandezza del Creatore”.
Trasferitosi
a Torino per gli studi (dopo un primo periodo al liceo classico
D’Azeglio, proseguì all’Istituto Sociale dei padri Gesuiti, per poi
iscriversi al Politecnico, al corso di ingegneria meccanica con
specializzazione mineraria), visse in un periodo in cui la città
iniziava un accentuato sviluppo imprenditoriale, e venne ben presto a
conoscenza delle difficoltà in cui si dibattevano gli operai. Durante il
liceo cominciò a frequentare le Opere delle Conferenze di S. Vincenzo,
dedicando il tempo libero alle opere assistenziali a favore di poveri e
diseredati.
Avrebbe potuto allietare la sua giovinezza con ricevimenti e feste da ballo, ma preferiva essere il “facchino”
dei poveri, trascinando per le vie di Torino i carretti carichi di
masserizie degli sfrattati e visitare le famiglie più bisognose per
portarvi conforto e aiuto materiale.
Negli
anni del Politecnico, che lo vide, anche da studente, attivamente
impegnato nell’ambiente universitario (fu membro attivo, fra l’altro,
della FUCI).
Pier
Giorgio era spesso al verde perché il più delle volte i soldi, di cui
disponeva, venivano da lui generosamente donati ai poveri e ai bisognosi
che incontrava o a cui faceva visita. Non di rado gli amici lo vedevano
tornare a casa a piedi perché aveva dato a qualche povero i soldi che
avrebbe dovuto utilizzare per il tram. “Aiutare i bisognosi - rispose un giorno alla sorella Luciana - è aiutare Gesù”.
In famiglia nessuno sapeva alcunché delle sue opere caritative; inoltre
non compresero mai appieno chi fosse veramente Pier Giorgio, questo
figlio così diverso dal cliché alto-borghese di famiglia, sempre pronto
ad andare in chiesa e mai a prendere parte alla vita mondana del suo
stesso ceto.
Dinamico,
volitivo, pieno di vita, Pier Giorgio amava i fiori e la poesia, le
scalate in montagna. Spesso raggiungeva a piedi il Santuario della sua
Madonna di Oropa, il grande tempio mariano del Piemonte. Arrivato al
Santuario, dopo un'ora di marcia e completamente digiuno, era solito
assistere alla Santa Messa, poi faceva la Comunione, quindi si
raccoglieva in preghiera nel transetto di destra, davanti all'immagine
della Vergine Bruna; la devozione verso la Vergine, che per lui era
irrinunciabile. Recitava ogni giorno il Rosario, che portava sempre nel
taschino della giacca, non esitando a tirarlo fuori in qualsiasi momento
per pregare, anche in tram o sul treno o per strada. “Il mio testamento - diceva, mostrando la corona del Rosario - lo porto sempre in tasca”.
L’impegno
sociale e politico, che fra l’altro vide Pier Giorgio schierarsi
apertamente e senza timori contro il regime fascista, si svolse
principalmente tra le fila del Partito Popolare italiano, fondato da don
Luigi Sturzo nel 1919.
Tale
impegno era una diretta conseguenza del suo modo di sentirsi cristiano:
non gli era sufficiente aiutare i poveri, andare nelle loro misere
soffitte, nei tuguri dove la malattia e la fame si confondevano nel
dolore, non gli bastava portare ai diseredati una parola di conforto,
carbone, viveri, medicinali e denari: voleva dare una soluzione a quei
problemi di miseria e di abbandono e la politica gli parve la via idonea
per fare pressione là dove si decideva la giustizia. Una concezione
della politica, dunque, come “la più alta forma di carità”.
Partecipò a diverse congregazioni ed associazioni cattoliche: Azione Cattolica, FUCI, "Milites Mariae";
il 28 maggio 1922, nella chiesa torinese di S. Domenico, ricevette
l'abito di Terziario Domenicano prendendo il nome di Girolamo, in
memoria di Fra’ Girolamo Savonarola.
Pier Giorgio era un ragazzo molto vivace, solare, sempre allegro (“Finché la Fede mi darà forza - diceva - sarò sempre allegro!”)
e ricco di energie. Praticò numerosi sport, ma furono soprattutto le
escursioni in montagna a costituire la sua più grande passione
documentata, del resto, da molte fotografie che lo ritraggono intento in
scalate ed escursioni. Si iscrisse anche a varie associazioni
alpinistiche, partecipando attivamente a circa una quarantina di gite ed
escursioni. La sua più notevole ascensione è stata la difficile vetta
della Grivola (tuttora riservata
ad alpinisti esperti); tra le altre montagne scalò anche l'Uia di
Ciamarella, il 20 luglio 1924, insieme agli amici dell'associazione di
alpinisti cattolici "Giovane Montagna".
Nonostante la sua attivissima partecipazione a numerose associazioni,
il 18 maggio 1924, durante una gita al Pian della Mussa, insieme con i
suoi più cari amici, fondò la "Compagnia dei Tipi Loschi"; un'associazione caratterizzata da un sano spirito d'amicizia e d'allegria, tutt'oggi esistente ed attiva nel ricordo di lui.
Ma
dietro le apparenze scherzose e goliardiche, la Compagnia nascondeva
l'aspirazione ad un'amicizia profonda, fondata sul vincolo della
preghiera e della fede.
“Io vorrei che noi giurassimo un patto che non conosce confini terreni né limiti temporali: l'unione nella preghiera”, scrisse Pier Giorgio ad uno dei suoi amici il 15 gennaio 1925.
Ed era proprio il vincolo della preghiera a legare i “lestofanti” e le “lestofantesse”, come scherzosamente si denominavano tra di loro, di questa singolare Compagnia.
Il
30 giugno 1925 Pier Giorgio accusa degli strani malesseri, emicrania e
inappetenza: non è una banale influenza, ma una poliomielite fulminante
che lo stronca in soli quattro giorni, il 4 luglio, tra lo sconcerto e
il dolore dei suoi familiari e dei tanti amici e conoscenti. Sulla sua
scrivania, accanto ai testi universitari, erano aperti l'Ufficio della
Madonna e la vita di S. Caterina da Siena. Nasceva alla vita del Cielo
di sabato, giorno mariano, così come anche di sabato, il Sabato Santo di
ventiquattro anni prima, era venuto al mondo.
Ai
suoi funerali presero parte molti amici, ragguardevoli personalità, ma
soprattutto tantissimi poveri che al tempo erano stati aiutati dal
rimpianto estinto. Per la moltitudine dei partecipanti, qualcuno dei
presenti paragonò quei funerali a quelli di Don Bosco. Davanti al popolo
così numeroso, che accorse a dare l'ultimo saluto, per la prima volta i
suoi familiari capirono, vedendolo tanto amato, dove e come era vissuto
Pier Giorgio.
Il padre, con amarezza, asserì: “Io non conosco mio figlio!”.
Pier Giorgio Frassati è stato innalzato agli onori dell'altare il 20 maggio 1990 dal Beato Giovanni Paolo II (& >>> Omelia),
in piazza S. Pietro, a Roma, in presenza di migliaia di giovani. Da
allora i suoi resti mortali sono conservati, miracolosamente incorrotti,
nella cattedrale S. Giovanni Battista di Torino.
Per approfondimenti & >>> Comitato Pier Giorgio Frassati
& >>> Testi di Pier Giorgio Frassati
>>> Video - Il santo borghese - di "La Storia siamo noi"
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Resposta |
Mensagem 1130 de 1557 no assunto |
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Mercoledì 4
Luglio 2012
B. MARIA CROCIFISSA Curcio, Vergine, fondatrice
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beata Maria Crocifissa Curcio
Vergine, fondatrice : "Carmelitane Missionarie di S. Teresa di Gesù Bambino"
aria Crocifissa,
al secolo Rosa, nasce a Ispica (RG), nella Sicilia sud-orientale,
diocesi di Noto, il 30 gennaio 1877, da Salvatore Curcio e Concetta
Franzò. Settima di dieci figli, trascorre l’infanzia in un ambiente
familiare culturalmente e socialmente elevato, manifestando da subito
un’intelligenza vivace, un carattere allegro, molto volitivo e
determinato, maturando negli anni della prima adolescenza una spiccata
tendenza alla pietà, all’attenzione e alla solidarietà verso i più
deboli ed emarginati.
In
casa riceve una severa educazione dai rigidi principi morali, in virtù
dei quali il padre non solo la impedisce nel suo anelito ad un’intensa
vita di fede ma, secondo il costume dell’epoca, non le consente neppure
di proseguire gli studi oltre la sesta elementare.
Questa
privazione le costa molto ma, avida di conoscenze, trae conforto dai
libri della biblioteca familiare, dove trova la Vita di S. Teresa di
Gesù; l’impatto con questa santa le fa conoscere e amare il Carmelo,
aprendola allo “studio delle cose celesti”.
Nel
1890, all’età di 13 anni, ottiene, non senza difficoltà, di iscriversi
al terz’Ordine Carmelitano, di recente ricostituito a Ispica, e, nella
frequenza assidua del santuario della Madonna del Carmine, nell’intensa
devozione alla Madre del Carmelo, che le “aveva rapito il cuore fin dall’infanzia” consegnandole la missione di “far rifiorire il Carmelo” e nella conoscenza della spiritualità carmelitana, comprende i progetti divini su di lei.
Dopo
la morte del padre, trascorre un breve periodo di esperienza presso le
suore Domenicane residenti in paese. Con la benedizione e la guida di
mons. Giovanni Blandini, vescovo di Noto, raccoglie attorno a sé alcune
giovani Terziarie Carmelitane con le quali conduce vita comune nella
casa paterna, dedicandosi alla preghiera, alla penitenza,
all’accoglienza di ragazze, alle quali insegna il ricamo, e bambini che
istruisce nella dottrina cristiana.
Costretta a trasferirsi a Modica (RG) nel 1912, con le compagne assume la gestione del “conservatorio Carmela Polara”,
per accogliere orfane ed educande. Mentre segue l’iter per il
riconoscimento diocesano, il vescovo Blandini muore e il suo successore,
mons. Giuseppe Vizzini, cerca di convincere suor Maria Crocifissa a
entrare in una congregazione diocesana di spiritualità domenicana. Il
rifiuto di “cambiare vocazione”
provoca la reazione del prelato e la conseguente impossibilità di
ricevere il riconoscimento ecclesiastico. Trascorrono lunghi anni di
sofferenza silenziosa in un ambiente ecclesiale che si fa gradualmente
sempre più difficile per suor Maria Crocifissa e le sue compagne. Ella
chiede aiuto molte volte a religiosi e vescovi carmelitani per via
epistolare, ma tutto sembra inutile.
Nel
giugno del 1924 una delle sue lettere viene consegnata a un religioso
carmelitano olandese residente a Roma: padre Lorenzo Van den Eerenbeemt,
delegato per le missioni della sua provincia e professore di sacra
Scrittura al collegio internazionale “S. Alberto”. Egli sta cercando una
congregazione di Carmelitane disposte a prestare collaborazione ai
Carmelitani operanti nell’isola indonesiana di Giava e, perciò, si mette
subito in contatto con suor Maria Crocifissa. Dopo un tentativo
fallito di fondazione a Napoli, venuta a Roma il 17 maggio 1925 per la
canonizzazione di S. Teresa di Gesù Bambino, il giorno successivo,
accompagnata da p. Lorenzo, che ormai ne condivide in pieno l’ideale
missionario, visita Santa Marinella, sulla costa laziale a nord di Roma e
vi scopre il luogo dove poter finalmente realizzare i disegni di Dio.
Il
3 luglio 1925 vi si stabilisce definitivamente con alcune compagne e il
16 seguente riceve il tanto desiderato sigillo dell’appartenenza al
Carmelo con l’affiliazione all’Ordine Carmelitano.
Il
13 aprile 1930, dopo sofferenze e croci, il suo piccolo nucleo ottiene
il riconoscimento della Chiesa con l’erezione della congregazione delle "Carmelitane Missionarie di S. Teresa di Gesù Bambino"
a istituto di diritto diocesano. Il 10 luglio : approvazione delle
prime Costituzioni; il 23 ottobre : madre Maria Crocifissa emette la
professione semplice perpetua nelle mani di mons. Luigi Martinelli.
“Portare anime a Dio”
è l’obiettivo che anima le sue molteplici aperture di opere educative e
assistenziali in Italia e all’estero. Per questo esorta le sue figlie a
portare nelle famiglie una parola di vita cristiana.
Gradualmente,
il piccolo istituto cresce in Italia e all’estero. Nel dicembre 1947,
poco dopo la fine della guerra, madre Maria Crocifissa realizza il sogno
di una missione in terre lontane e invia le prime figlie in Brasile: «Va’, figlia dei miei sogni giovanili, io sono vecchia e non posso andare: mando te per me e non dimenticare i poveri».
Segnata
per tutta la vita da una salute precaria e dalla malattia del diabete
che si sforza di accogliere sempre con fortezza e serena adesione alla
volontà di Dio, trascorre gli ultimi anni nell’infermità, continuando a
pregare e a donarsi alle sue suore alle quali offre un prezioso esempio
di virtù divenute sempre più trasparenti e luminose.
La
sua preghiera è un dialogo intimo e continuo con Gesù, con il Padre e
con tutti i Beati, ispirato da confidenza filiale, amore sponsale,
sentimenti di gratitudine, lode, adorazione e riparazione che cerca di
trasmettere innanzitutto con l’esempio di vita alle sue figlie
spirituali e a quanti hanno modo di avvicinarla, alimentando sempre la “brama di avere figlie sante, figlie eucaristiche, figlie che sanno pregare”.
Coltiva
intensamente l’unione d’amore con Cristo nell’Eucaristia impegnando
tutta se stessa nel soddisfare il desiderio di riparazione “all’immenso numero di anime che non conoscono e non amano Dio” e nell’offerta di vittima di espiazione insieme “al gran Martire d’amore”.
Una riparazione che la rende capace di condividere le pene e le ansie
degli uomini, di farsi attenta ad ogni necessità, con carità e
giustizia, di dare voce a chi non ne ha, di scorgere il volto del
Crocifisso in quello sfigurato di ogni sofferente.
Dalla
Madre di Gesù impara ad essere madre di coloro che sono nel bisogno.
Con S. Teresa di Gesù Bambino trova gaudio spirituale “nell’assiduo e fedele compimento dei propri doveri”, facendo “con amore e dedizione anche le più piccole cose”, vivendo con umiltà e semplicità, gioia e tenerezza ogni rapporto umano.
Madre
Maria Crocifissa, il 4 luglio 1957, in Santa Marinella, serenamente si
ricongiunge per sempre al Cristo suo Sposo, lasciando nel cuore di tutti
un vivo ricordo del suo amore e della sua santità.
Il
suo corpo riposa nella Casa madre della congregazione dal 16 giugno
1991 e lo si può venerare nella cappella a lei dedicata in Via del
Carmelo, 3 a Santa Marinella, Roma.
Il
12 febbraio 1989 il vescovo della diocesi Portuense, mons. Diego Bona
ha avviato il processo per la sua Beatificazione che si è concluso
presso la Congregazione per le Cause dei Santi il 19 ottobre 2004.
Maria Crocifissa Curcio è stata dichiarata Beata il 13 novembre 2005, nella Basilica di S. Pietro, dal card. José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, per incarico di Papa Benedetto XVI.
Per approfondimenti & è Beata M. Crocifissa
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Resposta |
Mensagem 1131 de 1557 no assunto |
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Giovedì 5
Luglio 2012
S. ANTONIO MARIA Zaccaria, Sacerdote e fondatore
Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Antonio Maria Zaccaria
Sacerdote e fondatore :
“Chierici Regolari di San Paolo”
ntonio Maria
Zaccaria nasce a Cremona nel 1502 da una famiglia di antica nobiltà
genovese. Rimasto orfano di padre a soli due anni, la sua educazione
viene curata dalla madre, Antonietta Pescaroli.
Della sua infanzia si hanno pochissime notizie, ci sono anche dubbi se abbia studiato a Pavia o a Cremona. Lo
spirito di Antonio viene anche formato, per così dire, dalle numerose
vicende tragiche che colpiscono Cremona nel XVI secolo: una serie di
passaggi di dominazioni, con relativi saccheggi e devastazioni; lo
straripamento del Po; le febbri malariche; il tifo petecchiale; la
carestia; la peste e, infine, il terremoto.
Nel
1520 si trasferisce a Padova per studiare filosofia e medicina. Pochi
giorni prima di partire fece testamento rinunciando a tutti i suoi beni
in favore della madre.
Nel 1524, quando torna laureato nella natia Cremona, viene colpito dalla miseria morale della popolazione, e decide di trasformarsi da medico del corpo a medico delle anime.
Comincia
a vivere secondo uno stile ispirato alla vita evangelica, assiste
malati e prigionieri, e dà inizio ad un apostolato verso i laici nella
piccola chiesa di S. Vitale, vicina alla sua casa. Raduna persone di
tutti i tipi a cui legge la Sacra Scrittura o fa catechesi. Lui stesso,
spinto da un frate che lo guida spiritualmente, si avvia verso gli studi
teologici e dei padri della Chiesa.
Nel 1528 viene ordinato sacerdote (in forma tutt'altro che solenne) e da allora si firmerà sempre con la sigla “Antonio Maria prete”.
Dato che prosegue il suo apostolato per i laici, rinuncia di fatto alla
carriera ecclesiastica, ma guadagna comunque una fama tale da essere
invitato ad espandere il suo intervento.
Nel 1530 si trasferisce a Milano dove entra
in contatto con l’Oratorio dell’Eterna Sapienza. Qui lo Zaccaria
conosce i due nobili milanesi Giacomo Antonio Morigia e Bartolomeo
Ferrari, insieme ai quali, alla fine del 1532, progetta la
trasformazione dell’oratorio, ormai in crisi (in quei tempi i problemi sulla cura del culto e la moralità sono assai gravi), in qualcosa di nuovo, una formazione religiosa originale, formata da “tre collegi”, uno di sacerdoti, uno di religiose e l’altro di laici.
Nascono, così, i (le):
ø “Chierici regolari di San Paolo” (chiamati Barnabiti, nome derivante dalla prima casa-madre dell’Ordine, San Barnaba in Milano)
ø “Angeliche di San Paolo”
ø “Laici di San Paolo”.
I
tre collegi della nuova famiglia spirituale fanno subito parlare di sé
per le loro pratiche, le loro penitenze, il loro modo di vestire, la
loro predicazione talvolta provocatoria. Fra le iniziative, che si
devono a loro e che sono continuate nel tempo, va ricordata l’usanza di
suonare le campane alle tre del venerdì pomeriggio, in ricordo della
morte di Gesù, e l’esposizione solenne dell’Eucaristia, a turno nelle
chiese della città (le cosiddette Quarantore).
La
predicazione vivacissima scuote, sorprende, ravviva la fede in molti ma
provoca anche due denunce contro il fondatore: come eretico e come
ribelle. Antonio Maria corre a Roma dove per i due processi ottiene due
trionfali assoluzioni.
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Resposta |
Mensagem 1132 de 1557 no assunto |
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Nel
1539 va a Guastalla per pacificare quella contea colpita
dall’interdetto pontificio a causa delle contese fra due nipoti della
contessa Ludovica Torelli e per seguire le pratiche di vendita di quel
feudo ai Gonzaga.
Gli
strapazzi e il clima della bassa padana aggravarono le sue già precarie
condizioni di salute. In giugno, capendo che stava per morire, chiese
di tornare a Cremona, nella casa natale. Circondato dalla coraggiosa
madre, che aveva accettato una vita di solitudine pur di non ostacolare
la vocazione del figlio, e dai suoi più fedeli discepoli; fece le sue
ultime raccomandazioni ai presenti, ricevette i sacramenti e spirò, non
ancora trentasettenne, nel primo pomeriggio del 5 luglio 1539.
Dopo
il funerale celebrato a Cremona, il suo corpo venne traslato a Milano e
inumato nel monastero di S. Paolo delle Angeliche. L’8 maggio 1891 le
sue reliquie furono riesumate e traslate nella chiesa di San Barnaba.
Fu
da subito venerato come beato fino al 1634, quando, con un decreto di
Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644) perse il titolo. Il 3
gennaio 1890 il suo culto venne reintegrato.
Il 27 maggio 1897 fu canonizzato da Papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903).
I Barnabiti sono presenti in :
ø Africa (Repubblica Democratica del Congo - Rwanda)
ø America (Argentina - Brasile - Canada - Messico - Stati Uniti d'America)
ø Asia (Afghanistan - Filippine - India)
ø Europa (Albania - Belgio - Italia - Polonia - Spagna)
Per approfondimenti & è Padri Barnabiti
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Resposta |
Mensagem 1133 de 1557 no assunto |
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Venerdì 6
Luglio 2012
S. MARIA GORETTI, Vergine e martire (memoria facoltativa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Santa Maria Goretti
Vergine e martire
(memoria facoltativa)
aria
(o Marietta, come la chiamavano familiarmente), terzogenita di sette
figli, nasce il 16 ottobre 1890 a Corinaldo (AN) da Luigi Goretti ed
Assunta Carlini: una famiglia di agricoltori. Il giorno successivo viene
battezzata, con i nomi di Maria e Teresa, nella Chiesa di S. Francesco
in Corinaldo.
Per
esigenze di lavoro, il 12 dicembre 1896, la famiglia Goretti lascia
Corinaldo e si trasferisce a Colle Granturco, presso Paliano, alle
dipendenze del Senatore Scelsi. Qui conoscono i Serenelli e rimangono in
questi luoghi fino al febbraio 1899, quando nuovamente l’intera
famiglia Goretti trasloca insieme ai Serenelli. Giunge a Ferriere di
Conca, presso Nettuno, per lavorare i campi alle dipendenze del Conte
Mazzoleni e dove si stabilisce definitivamente.
Qui
avvengono i fatti più dolorosi della vita di Marietta. Il 6 maggio
1900, all’età di 41 anni, muore il papà Luigi per malaria, essendo la
zona paludosa. Qui avviene il mortale ferimento per opera di Alessandro
Serenelli, un giovane, più grande della piccola Marietta, che si era
invaghito di lei e cercava in tutti i modi di indurla al peccato, fino
al giorno della brutale violenza del 5 luglio 1902.
La
tragedia si consuma in una situazione di grave povertà morale da parte
dell’aggressore e di grande dignità spirituale ed etica non solo di
Marietta, ma di tutta la famiglia Goretti. Mamma Assunta doveva pensare a
portare avanti la famiglia, una volta che il marito era morto ed i
bambini avevano bisogno del necessario.
I
problemi incominciano ad essere più grandi proprio in seguito alla
morte di Luigi Goretti, il capo-famiglia. Senza la presenza di una
persona adulta in casa, la famiglia Goretti era più a rischio. Ma i sani
principi morali, la profonda fede che accompagnava l’esperienza di
tutti i componenti della famiglia Goretti erano garanzie certe per
andare avanti anche nelle difficoltà più gravi.
Un
esempio mirabile, in poche parole, di come conciliare l’educazione, la
fede, il lavoro. Assunta Carlini, dopo la morte di Luigi, suo marito,
prende in mano la situazione e coadiuvata dai figli, soprattutto da
quella straordinaria creatura che è Marietta, porta avanti la famiglia
in quelle "paludi pontine", pericolose per le malattie.
La
solitudine delle famiglie, l’isolamento ambientale, il duro lavoro dei
campi creavano le condizioni psicologiche perché qualche persona andasse
di testa e non riuscisse più a dominare istinti e tendenze bestiali.
Capitò proprio al giovane Alessandro Serenelli che coabitava a Cascina
Antica con la famiglia Goretti ed aveva tutti gli accessi in casa per i
buoni rapporti di vicinato e di collaborazione nel lavoro dei campi.
La
fiducia di mamma Assunta non fu ripagata in modo retto ed onesto da
parte del giovane, il quale, conto tenuto della situazione favorevole,
pensò di poter approfittare sessualmente di una giovane e attraente
ragazza, qual’era Marietta Goretti. Quando decise di attuare il piano
non si attendeva il grande e coraggioso rifiuto della ragazzina. Da qui
il gesto assassino di sferrare sul corpo puro e fragile di Marietta
colpi micidiali, assassini, espressione di una furia diabolica, che non
si poteva assolutamente preventivare.
Per
Marietta la corsa all’Ospedale di Nettuno nel tentativo estremo di
poterla salvare: non fu possibile. Le ferite inferte dai 14 colpi di
punteruolo erano profonde e mortali. Solo un giorno di agonia, ma prima
di morire, nelle piene facoltà di intendere e di volere, con il sostegno
della grazia divina, Marietta perdonò di cuore il suo assassino e
promise che avrebbe pregato per lui dal Paradiso. Era il 6 luglio 1902 :
aveva appena 11 anni, 7 mesi e 21 giorni.
Il
dopo di questa tragica vicenda di cronaca nera è ben conosciuto. Fu
riportato non solo negli atti giudiziari, ma anche nella storia di
questo luogo. Alessandro viene arrestato, processato e condannato
all’ergastolo. Poi il pentimento, poi la grazia, ed infine una scelta di
vita diversa, quella della consacrazione a Dio, col diventare frate.
La
vita di questa ragazzina, assunta inizialmente a fatto di cronaca nera,
subito diventò oggetto di studio da un punto di vista di fede. Dopo la
sepoltura nel cimitero di Nettuno, un continuo pellegrinaggio alla tomba
della piccola martire incominciò ad avviare una profonda riflessione
sul coraggio dimostrato da questa bambina in una situazione di grave
imbarazzo. Molti incominciavano a vedere in questo gesto un atto eroico,
e lo era, guidato dalla fede.
Dopo
33 anni di attesa, di reperimento di testimonianze, comprese quelle
della madre di Marietta e del suo assassino, il 31 maggio 1935 iniziò il
processo informativo nella Diocesi di Albano.
Maria
Goretti, martire della purezza, fu beatificata il 27 aprile 1947 dal
Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) e canonizzata, dallo
stesso Papa, il 24 giugno 1950, in Piazza S. Pietro a Roma, davanti alla madre, ai fratelli, a migliaia di suoi devoti.
C’era
anche Alessandro Serenelli che, uscito di prigione dopo 27 anni di
carcere, aveva chiesto perdono in ginocchio alla madre di Maria Goretti
e, poi, si era ritirato nel convento dei Padri Cappuccini di Macerata
dove visse fino al 16 maggio 1970 (aveva 88 anni).
Per approfondimenti & è santamariagoretti.it
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Resposta |
Mensagem 1134 de 1557 no assunto |
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Sabato 7 Luglio 2012
S. ANTONINO Fantosati, Vescovo e martire in Cina Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Antonino Fantosati
Vescovo e martire in Cina
ntonino, al secolo Antonio Sante Agostino, Fantosati nacque nella borgata di S. Maria in Valle nel Comune di Trevi (PG) il 16 ottobre 1842. I genitori Domenico e Maria Bompadre, una coppia serena e laboriosa, vivevano in campagna, in una rustica casetta, poveri di cose, ma ricchi di onestà. La loro prima preoccupazione fu che fosse rigenerata nell'acqua del battesimo la loro creatura e, il giorno stesso della nascita, venne battezzato, nella maestosa chiesa Collegiata di S. Emiliano, da Don Luigi Ubaldi.
Ancora ragazzo fu mandato a scuola dai Francescani, nel vicino Convento di S. Martino; la frequentazione di questa Comunità di religiosi fece nascere in lui la vocazione di far parte della Famiglia Francescana e così a 16 anni vestì l’abito religioso nel Convento della Spineta a Todi, cambiando il nome in fra Antonino.
Dopo l’anno del noviziato, Antonino fu mandato a compiere gli studi a Spoleto, dove fece la Professione Solenne il 28 luglio 1862; continuò gli studi a Roma ed infine fu ordinato sacerdote il 13 giugno 1865.
Un paio d’anni dopo, nel 1867, dopo un incontro con il Ministro Generale a Roma, decise di partire missionario per la Cina aggregandosi, a Marsiglia, ad altri otto francescani. Dopo 66 giorni di viaggio giunsero ad Uccian capitale del Hupè e residenza principale della Missione.
Riposati dal lungo viaggio e ristorati nello spirito, si abbigliarono alla cinese: accomodarono a pizzetto la barba già lunga per il viaggio, si legarono a codino i capelli, che di proposito non avevano visto da mesi le forbici e, deposto il grezzo saio francescano, indossarono la veste di seta del letterato che costituiva il passaporto per venire ascoltati dalle autorità locali. Con il nuovo look, al Fantosati venne imposto il nome nuovo di Fan-koae-te, ossia Fantosati il virtuoso.
Dopo un breve periodo di adattamento al clima, alla lingua e agli usi cinesi, il 6 gennaio 1868, insieme con fra Diego Lera, prese a salire verso l’Alto Hupè, meta del suo campo apostolico che gli era stato assegnato. Dopo un mese di barca sul fiume Han, grande affluente dell'Azzurro, e qualche chilometro a piedi, i due giunsero a Hoang-scia-ja-tze dove si fermò fra Diego.
Antonino doveva percorrere ancora quindici giorni di strada a piedi per arrivare alla missione di Scian-kin dove giunse verso la fine di marzo. La sua missione si trovava in una minuscola cittadina sospesa su burroni tenebrosi e serrata tra montagne rocciose che toglievano l'orizzonte e il respiro per quattrocento chilometri, senza vie di comunicazione con un centro di vita civile.
Trascorse sette anni di intensa attività apostolica, spostandosi nelle varie Comunità cattoliche tra Scian-kin e He-tan-kon, il periodo fu sereno e denso di conversioni; imparò speditamente la lingua cinese al punto che venne chiamato “maestro europeo”.
Poi gli venne assegnata un'altra zona ancor più remota, sin quando non venne trasferito nell'importante porto di Laoho-kow.
Nel 1888 dopo 20 anni di missione, esausto nelle forze, fece un ritorno in Italia durato otto mesi, visitando i luoghi francescani e la Terra Santa. Nel giugno 1889 ritornò in Cina. Nel 1892 ebbe da Roma la nomina a Vicario Apostolico dell’Hunan Meridionale.
Operò nell'Alto Hupé per venticinque anni e con la sua affabilità alzò il prestigio della Chiesa Cattolica nella regione per cui mandarini e letterati si sentivano onorati dell'amicizia del “maestro europeo”.
Ma i tempi si facevano sempre più duri: una disastrosa siccità uccise persone e animali, si diffusero epidemie; i cristiani furono oggetto delle più strane calunnie; i mandarini del Hu-nan furono invasi da un cieco parossismo antieuropeo e anticristiano.
E così si arrivò all’anno 1900; il 3 luglio i ‘boxers’, appoggiati dagli ordini imperiali che incitavano soldati e popolo a scacciare, uccidere e distruggere i missionari e le loro opere, distrussero prima la chiesa dei Protestanti di Hoang-scia-wan, città ove era la residenza del Vicariato Cattolico del Hunan; il 4 luglio la Casa episcopale del vescovo Fantosati, assente da due mesi, fu assalita e distrutta come pure l’Orfanotrofio e varie case di cristiani bruciate. Si ebbe anche la prima vittima, il ventisettenne sacerdote francescano Cesidio Giacomantonio bruciato ancora vivo.
Mons. Fantosati impegnato nella ricostruzione della chiesa di San-mu-tciao, distrutta l’anno prima dai pagani; fu informato di quanto stava accadendo e il giorno 6 luglio, insieme a padre Giuseppe M. Gambaro francescano e quattro cristiani, salì su una barca per tornare a Hoang-scia-wan, nonostante i tentativi di molti cristiani di trattenerlo.
Verso mezzogiorno del 7 luglio, la barca arrivò sul fiume nei pressi della città; riconosciuti da alcuni ragazzi e al grido “morte agli Europei”, la plebaglia dalla riva, prese le barche dei pescatori e circondarono quella dei missionari, i quali a stento riuscirono a scendere sulla riva dove, aggrediti dalla folla urlante, furono massacrati con sassi e colpi di bastone. Padre Gambaro morì dopo una ventina di minuti di percosse, mentre al vescovo Fantosati, agonizzante per le botte, ma ancora vivo, un pagano gl’infilò un palo di bambù con punta di ferro da dietro; negli spasmi il martire riuscì a sfilarlo, ma un altro pagano, preso lo stesso palo, lo conficcò in modo che uscì dall’altra parte.
Dopo due lunghe ore di martirio moriva così il vescovo Fantosati, dopo 33 anni di missione, a 58 anni di età.
Antonino Fantosati venne beatificato con altri 28 martiri, vittime nei primi giorni di luglio dell’anno 1900, il 24 novembre 1946, da Pp Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958).
Il 1° ottobre 2000, il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) canonizzò un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina fra cui Antonino Fantosati e gli altri 28 martiri beatificati insieme a lui nel 1946. |
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Mensagem 1135 de 1557 no assunto |
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Domenica 8 Luglio 2012
SS. AQUILA e PRISCILLA, Esempio di coppia cristiana Per saperne di più sui Santi del giorno...
SS. Aquila e Priscilla Esempio di coppia cristiana
quila e Priscilla (le grafie greche dei nomi sono rispettivamente : Ἀκύλας, Akúlas, e Πρἰσκιλλα, Priskilla), due coniugi giudeo-cristiani, erano molto cari all'apostolo Paolo per la loro fervente collaborazione nel far conoscere la buona novella di Gesù.
Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in un tempo imprecisato a Roma, sposa Priscilla o Prisca. Troviamo i due, per la 1a volta a Corinto quando Paolo vi arriva, nel suo 2° viaggio apostolico, nel 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell'Acaia, provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell'imperatore Claudio che ordinava l'espulsione da Roma di tutti i giudei, cristiani o meno.
Aquila e Priscilla erano probabilmente già cristiani, prima di incontrare Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che, subito, nasce tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica, battezzati da Paolo. L'Apostolo, intuendo le buone qualità dei due sposi e l'utilità che ne poteva trarre, per la sua difficile Missione a Corinto, chiede o accetta di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (tessitori di tende), danno all'Apostolo di poter lavorare e provvedersi del necessario, senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo, si dice che, Paolo, lasciata la sinagoga, "entrò nella casa di Tizio Giusto, proselita", è impensabile che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla. L'Apostolo, abbandonata la Sinagoga, per il rifiuto dei giudei a convertirsi, sceglie, come luogo di predicazione e di culto, la casa più vicina alla sinagoga, del proselita Tizio Giusto, pur mantenendo come sua dimora abituale, durante l'anno e mezzo che rimane a Corinto, la casa di Aquila e Priscilla.
Però questa casa non funge da “chiesa domestica” in Corinto, come erano invece quelle di Roma e di Efeso. Quando Paolo, terminata la sua missione, fa ritorno in Siria, ha compagni di viaggio Aquila e Priscilla fino ad Efeso, dove essi si fermano. L'oggetto della loro sosta potrà essere stato commerciale, ma l'averla fatta coincidere con quella di Paolo, indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche.
Infatti, li vediamo premurosi, dopo la partenza dell'Apostolo, nell'istruire "nella via del Signore", cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che, Apollo, l'eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche verità essenziale della Nuova dottrina, come il Battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si prendono cura di completare la sua istruzione e quasi certamente di battezzarlo.
Ad Efeso offrono la loro casa al servizio della Comunità per le adunanze cultuali (“Ecclesia domestica”). Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrive, infatti, da Efeso (verso il 55) : “Le comunità dell'Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che si raduna nella loro casa” (1 Cor 16,19).
Ma l'elogio più caldo di Aquila e Priscilla, l'Apostolo lo fa, scrivendo da Corinto ai Romani nel 58, (i due sposi per ragione del loro commercio, intanto, si erano trasferiti a Roma). Delle 25 persone salutate nel cap. 16 della lettera ai Romani, Aquila e Priscilla sono i primi: “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa.” (Rm 16,3-5)
In queste parole si sente l'animo grato dell'Apostolo per i suoi insigni benefattori, che, con loro grave pericolo gli hanno salvato la vita, in un'occasione non ben precisata; forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio.
L'ultimo ricordo di Aquila e Priscilla è nell'ultima lettera di Paolo che, prigioniero di Cristo per la 2a volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso : “Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo.” (2 Tm 4,19).
Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate.
Dalla catechesi di Papa Benedetto XVI del 7 febbraio 2007
« La tradizione agiografica posteriore ha conferito un rilievo tutto particolare a Priscilla, anche se resta il problema di una sua identificazione con un’altra Priscilla martire. In ogni caso, qui a Roma abbiamo sia una chiesa dedicata a Santa Prisca sull’Aventino sia le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria. In questo modo si perpetua la memoria di una donna, che è stata sicuramente una persona attiva e di molto valore nella storia del cristianesimo romano. Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla S. Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l'impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l'“humus” alla crescita della fede.
E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso. »
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Mensagem 1136 de 1557 no assunto |
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Domenica 8 Luglio 2012
B. PIERRE Vigne, «Missionario itinerante» e fondatore Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beato Pierre (Pietro) Vigne
"Missionario itinerante" e fondatore:
"Religiose del SS. Sacramento"
ierre Vigne nasce il 20 agosto 1670 a Privas (Ardèche, Francia), una cittadina ancora segnata dalle conseguenze delle guerre di religione, del secolo precedente, tra cattolici e protestanti. I suoi genitori Pierre e Françoise Gautier, commercianti agiati nel settore tessile, lo fecero battezzare nella parrocchia cattolica Saint Thomas di Privas.
La famiglia Vigne era serena nonostante la morte prematura di due bambine, Anne-Clémence e Jeanne. I fratelli maggiori di Pierre, Jean-Francois ed Eléonore, funsero da padrini al battesimo di Pierre.
A 11 anni, Pietro viene notato dal curato della parrocchia che gli fa firmare, in qualità di testimonio, nei registri parrocchiali, gli atti di battesimo, matrimonio o sepoltura. Dopo un'adolescenza ufficialmente cattolica, verso i 16 anni Pierre venne riassorbito dall'antica fede calvinista della sua famiglia.
Nel 1686 si diresse verso Ginevra, la capitale del Calvinismo europeo: voleva diventare ministro riformato. Racconta una tradizione che per strada Pierre si rifiutò di venerare l'Eucaristia che un sacerdote portava ad un malato. Il suo cavallo si impennò e lo gettò a terra, e così Pierre si ritrovò in ginocchio.
Prendendo coscienza della presenza di Gesù Cristo nell'Eucaristia, viene improvvisamente trasformato. Un'esperienza che lo orienta definitivamente verso Gesù che dona la sua vita sulla Croce per amor nostro e che, attraverso l'Eucaristia, non cessa di donarsi a tutti gli uomini.
Nel 1690 entra nel Seminario dei Padri Sulpiziani di Viviers dove riceve una solida istruzione teologica, liturgica e morale. Ordinato sacerdote il 18 settembre 1694, a Bourg Saint Andéol, dal Vescovo di Viviers, mons. Antoine de la Garde de Chambonas, viene inviato come vicario a Saint-Agrève. Sullo scabro altopiano dell'Ardèche si prodiga senza riserve e scopre quanta povertà e ignoranza di fede ci fosse tra la gente.
Sempre attento a discernere, attraverso gli eventi, la volontà di Dio nella sua vita, si sente chiamato altrove. Il suo itinerario spirituale segue, all'inizio, una via alquanto esitante, poi sempre più decisa. Il desiderio di diventare missionario tra la povera gente, lo spinge ad entrare, nel 1700, tra i Lazzaristi, a Lione. Vi riceve una solida formazione alla povertà e alle missioni popolari e, insieme ai confratelli, comincia a percorrere città e villaggi per evangelizzare il popolo cristiano.
Nel 1706 abbandona "di sua volontà" i Lazzaristi. È sempre più appassionato per la salvezza delle anime, soprattutto della povera gente di campagna. Dopo un periodo di ricerca la sua vocazione si delinea chiaramente: diviene "missionario itinerante" applicando il suo personale metodo pastorale ma sottomettendo sempre il suo ministero all'autorizzazione dei suoi superiori.
Per più di trenta anni, egli solca a piedi e a cavallo, le strade del Vivarais e del Dauphiné e anche oltre. Per far conoscere, amare e servire Gesù Cristo, affronta la fatica dei viaggi, i rigori del clima. Predica, visita i malati, catechizza i fanciulli, amministra i sacramenti fino a trasportare sul dorso il "suo" confessionale per essere sempre pronto ad offrire la misericordia di Dio. Celebra la Messa, espone il SS. Sacramento ed insegna ad adorare l'Eucaristia di cui dice che è: il “bel sole della Chiesa” e “sorgente di tutte le grazie”. Anche Maria, “Bel Tabernacolo di Dio fra gli uomini”, occupa un posto privilegiato nella sua preghiera e nel suo insegnamento.
Nel 1712, P. Pierre arriva un giorno a Boucieu-le-Roi (Ardèche), il cui sito gli permette di erigere una Via Crucis che chiama "Viaggio del Calvario". Aiutato dai parrocchiani dei dintorni, egli costruisce 39 Stazioni che, attraverso il villaggio e la campagna, insegnano ai cristiani a seguire Gesù dall'ultima Cena, a Pasqua e a Pentecoste.
Boucieu-le-Roi diventa la sua residenza. Ivi riunisce alcune donne alle quali affida il compito di “accompagnare i pellegrini” della Via Crucis per aiutarli a meditare e a pregare.
Ed è in questo luogo che fonda la Congregazione delle "Religiose del SS. Sacramento". Il 30 novembre 1715, nella chiesa di Boucieu-le-Roi, egli consegna loro la Croce e l'abito religioso. Invita le sue figlie ad alternarsi nell'adorazione di Gesù presente nell'Eucaristia e a vivere fraternamente insieme. Preoccupato di istruire la gioventù per permettere loro di accedere alla fede ed adottare comportamenti di vita cristiani, egli apre delle Scuole e crea un "Seminario di Reggenti", come venivano chiamate allora le Maestre di Scuola.
Pur dedicandosi alla formazione della sua giovane Congregazione, Pierre Vigne prosegue le sue corse apostoliche, e per prolungare i frutti della sua missione, trova la possibilità di scrivere libri: Regolamenti di vita, opere di spiritualità e soprattutto le "Meditazioni sul più Bel Libro, che è Gesù Cristo che soffre e muore in Croce".
Il vigore di questo "camminatore di Dio", l'intensità della sua attività apostolica, le ore di adorazione, la sua povertà, testimoniano non solo una robusta costituzione fisica, ma ben al di sopra di ciò, il suo amore appassionato di Gesù Cristo che ha amato i suoi fino alla fine (cf. Gv 13, 1).
Tuttavia a 70 anni egli risente la fatica. Nel corso di una missione a Rencurel, nelle montagne del Vercors, sorpreso da un malessere, è costretto ad interrompere la predica. Malgrado tutti i suoi sforzi per celebrare ancora l'Eucaristia ed esortare i fedeli all'amore di Gesù, sente avvicinarsi la fine; esprime ancora una volta il suo immenso ardore missionario poi si raccoglie in preghiera. Un sacerdote e poi due suore, giunte in gran fretta, accompagnano i suoi ultimi istanti di vita.
L'8 luglio 1740, egli raggiunge colui che ha tanto amato, adorato e servito. Il suo corpo viene ricondotto a Boucieu-le-Roi dove riposa ancora nella piccola chiesa.
Padre Pierre Vigne è stato innalzato agli onori dell'altare, insieme ai Servi di Dio Joseph-Marie Cassant, Anna Katharina Emmerick, Maria Ludovica De Angelis e Carlo d'Austria, il 3 ottobre 2004, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), sul sagrato della Basilica Vaticana.
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Lunedì 9 Luglio 2012
S. VERONICA Giuliani, Badessa dell'Ordine delle Clarisse Cappuccine Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Veronica Giuliani
Badessa dell’Ordine delle Clarisse Cappuccine
eronica Giuliani, al secolo Ursula, nacque da una famiglia altolocata e benestante, a Mercatello, Urbino, nel 1660. Sin dalla più tenera età, nutrì una grande devozione per la Passione di Nostro Signore; a sette anni ebbe la sua prima esperienza mistica: “Ricordo che tra i sette e gli otto anni, Gesù mi apparve in due diverse occasioni durante la Settimana Santa”.
Ursula decise di farsi suora dopo un'apparizione della Vergine Maria, ma suo padre si oppose decisamente a tale desiderio, presentandola a molti corteggiatori, tutti "ottimi partiti", e facendola ammalare per l'angoscia; finalmente si arrese e, il 17 luglio 1677, Ursula fu ammessa come postulante, presso il Convento Cappuccino di Città di Castello in Umbria.
Il 28 ottobre, prese il velo ed il nome di Veronica. La sua devozione verso la Passione di Cristo divenne più intensa ed ebbe una visione di Lui mentre portava la Croce. Durante la sua vita religiosa, Veronica fu spesso torturata da satana che la spinse giù per le scale, le apparve sotto le sembianze della Maestra delle novizie, la picchiò severamente. In risposta a ciò, Gesù le dimostrò la Sua speciale predilezione, apparendole spesso sotto vari aspetti.
A volte Veronica cadeva per terra, tanto era avvolta nella contemplazione mistica. Durante questo periodo Gesù trasferì la Sua Corona di Spine su di lei. In seguito, si manifestarono anche le altre Piaghe e cominciò a sentire una sensazione di dolore al cuore.
Nel 1693, ebbe un'altra visione in cui il calice della sofferenza di Cristo le veniva offerto.
Nel 1694, a Pasqua, Veronica sposò Gesù durante una visione, e l'impronta della Corona di spine apparve sulla sua testa. Tre anni dopo, vide la Beata Vergine Maria che diceva a Gesù: “Lascia che la Tua sposa sia crocifissa insieme a Te”.
In seguito, il 5 aprile 1697, all'età di 37 anni, Veronica ricevette le Stigmate alle mani, ai piedi ed al fianco, che nessuna cura medica riuscì a guarirle; fu sottoposta a continue e minuziose analisi da parte dei dottori e degli esaminatori, con il risultato di rendere più dolorosa la sua costante agonia. Nel suo diario, Veronica narra dei raggi di luce che fuoriuscirono dalle ferite di Gesù e divennero fiammelle: quattro di essi assunsero la forma di grandi chiodi acuminati, ed il quinto diventò la punta di una lancia d'oro scintillante.
Scrive: « Sentii un dolore terribile, ma insieme al dolore vidi chiaramente, e ne fui conscia, che venivo interamente trasformata in Dio. Dopo essere stata ferita in tal modo nel cuore, nelle mani e nei piedi, i raggi di luce, rifulgendo di rinnovato splendore, rimbalzarono verso il Crocefisso, ed illuminarono il fianco squarciato, le mani ed i piedi di Colui che vi era appeso. Così il Signore mio Dio mi sposò, e, mi affidò alla Sua Santissima Madre per sempre, ed ordinò al mio Angelo Custode di vegliare su di me, poiché Egli, era geloso del Suo onore, poi mi disse: “Io sono Tuo, ti do Me stesso completamente. Chiedi qualunque cosa, e ti sarà concessa”. Io gli risposi: "Mio amato, l'unica cosa che chiedo, è di non essere mai separata da te.". E poi, in un attimo, tutto svanì. »
Si levò, si rese conto delle doloranti ferite, mentre acqua e sangue sgorgavano dal suo fianco. Non desiderava che le ferite fossero viste, ma esse furono visibili fino al 1700, poiché Gesù le aveva promesso che i segni sarebbero durati solo tre anni. In seguito, solo il suo fianco continuò a sanguinare.
Poco dopo la loro apparizione, le sue ferite furono esaminate dal Vescovo di Città di Castello, che le impose un severo regime di vita, allo scopo di escludere qualunque possibilità di frode. Le ferite furono bendate e gli abiti furono chiusi e sigillati con il timbro del vescovo; Ella visse separata dalle altre sorelle e controllata accuratamente. Le ferite rimasero. Durante le sue estasi, emetteva un dolce odore di santità e levitava. Il vescovo rimase impressionato dalla sua obbedienza ed umiltà, e si convinse della genuinità del fenomeno. Trasmise al Santo Uffizio un rapporto favorevole e permise a Veronica di riprendere una vita comunitaria normale.
Durante la sua vita, Veronica ricoperse importanti incarichi nel Monastero: fu Maestra delle novizie e nel 1716 fu nominata Badessa, carica che ricoprì fino alla morte. Durante il suo incarico, migliorò non solo la vita spirituale della comunità, ma anche le comodità materiali, poiché era una donna molto pratica. Infatti Veronica fece installare un sistema elaborato di tubature nel convento, oltre ad espandere e ristrutturare i suoi edifici.
Dopo 33 giorni di malattia, il venerdì 9 luglio 1727, Veronica lasciò questa terra; la sua morte fu direttamente o indirettamente causata dal colpo apoplettico di cui fu vittima il 6 giugno.
Aveva detto al suo confessore che gli strumenti della Passione del Signore erano impressi nel suo cuore, e gli disegnò la loro posizione più di una volta, poiché essi avevano cambiato la loro disposizione nel corso degli anni.
Alla sua morte il vescovo di Città di Castello, Alessandro Codebò, chiese ai medici Giovanni Francesco Bordiga e Giovanni Francesco Gentili di controllare il cadavere e, durante l’autopsia, si osservò che il suo cuore, trafitto da parte a parte, mostrava, "miracolosamente", le immagini di una croce, di una corona di spine e di un calice, proprio come Veronica aveva detto. L'esame rivelò anche una curvatura della spalla destra, come se lei avesse portato una pesante croce (immaginazione dei dottori?).
Dietro ordine del suo confessore, Veronica aveva scritto un diario che fu usato durante il processo di beatificazione ed è stato pubblicato a partire dalla sua canonizzazione sotto il titolo di “Tesoro nascosto”. Le sue esperienze mistiche furono accuratamente autenticate da testimoni oculari.
Veronica Giuliani fu beatificata nel 1804 da Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823) e canonizzata il 26 maggio 1839 da Pp Gregorio XVI (Bartolomeo Mauro Alberto Cappellari, 1831-1846).
Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI
è Santa Veronica Giuliani
Significato del nome Veronica : “portatrice di vittoria” (greco), o “vera icona |
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