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| Da: Enzo Claudio (Messaggio originale) |
Inviato: 29/11/2009 08:44 |
Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani
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Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742
Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.
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Altri Santi del giorno
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Messaggio 1138 di 1557 di questo argomento |
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Lunedì 9 Luglio 2012
S. ELIA Facchini, Sacerdote e martire in Cina Per saperne di più sui Santi del giorno...
Sant' Elia (Giuseppe) Facchini
Sacerdote O.F.M., martire
lia, al secolo Giuseppe, Facchini nasce, a Reno Centese in Provincia di Ferrara ma dell'Archidiocesi di Bologna, il 2 luglio 1839 da Francesco e Marianna Guaialdi, terzo ed ultimo figlio.
La sua giovanile esuberanza si manifestò in pienezza quando, all'età di 18 anni, abbandonò il paese natale per prendere l'abito francescano dei Frati Minori. Emise la sua professione religiosa il 1° novembre 1859, mutando il nome battesimale di Giuseppe in quello del profeta Elia. Il 18 dicembre 1864 fu ordinato Sacerdote.
Nel 1866 chiese ed ottenne, dal Ministro Generale, di recarsi nelle missioni della Cina, preparandosi allo scopo a Roma nel Convento di S. Bartolomeo all'Isola Tiberina.
Nell'ottobre 1867 partì da Marsiglia alla volta della Cina.
Nell'aprile del 1868 giunse a Tayuanfu; qui fu chiamato ben presto a dirigere il Seminario indigeno dove insegnò lettere e teologia. Partecipò ai due Sinodi Regionali del Vicariato, del 1880 e 1885 ed al 3° Sinodo dello Shensi. Nel 1893 fu fatto Superiore e Maestro di Novizi nel Convento di Tun-el-Koun costruito da Mons. Gregorio Grassi (beatificato e canonizzato insieme a padre Elia).
Negli ultimi anni padre Elia Facchini soffrì disturbi cutanei molto dolorosi e tormentati, specie quando faceva molto caldo; il suo corpo diventava tutto una piaga ed era obbligato a dormire semivestito a causa del dolore che provava ogni qualvolta si vestiva.
Richiamato a Tayuanfu tra i suoi giovani, ai primi del 1900, allorché presagì il vicino martirio, “Se mi ammazzeranno - soleva dire - andrò in Paradiso più presto. Il mio corpo è già logoro. Ringrazierò il Signore se dovrò morire per la Religione”.
Arrivata la bufera della persecuzione dei "Boxers", padre Elia venne portato in catene nel cortile del tribunale di Tai-Yuen-fu il 9 luglio 1900. Interrogato dal sanguinario viceré Yü-Sien, che gli chiese: “chi sei tu?” - “sono un uomo d'Italia” - rispose; poi condotto sul posto dove erano già stati uccisi altri 25 martiri, il carnefice gli ordinò di inginocchiarsi, cosa che non poteva fare a causa dei dolori, sopra citati, e della conseguente obesità. Allora il carnefice gli diede due sciabolate nelle gambe e caduto per terra lo massacrarono di fendenti, decapitandolo. La sua testa con quella dei vescovi, fu issata sulle mura all'ingresso della città alla Porta Meridionale.
Il 1° ottobre del 2000, il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina; e di questa folta schiera di martiri, che comprende vescovi, sacerdoti, catechisti, suore, religiosi, laici, che immolarono la loro vita per la fede, vittime dell’odio anticristiano, c’è un gruppo di 29, tutti appartenenti all’Ordine Francescano, di cui 26 uccisi dai fanatici ‘boxers’ a Tai-Yuen-fu.
Il gruppo, capeggiato liturgicamente dal vescovo Gregorio Grassi, comprendeva 3 vescovi, 4 sacerdoti, un fratello religioso, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 11 laici cinesi del Terz’Ordine di S. Francesco e 3 fedeli cinesi; essi vennero beatificati il 24 novembre 1946 dal Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) :
a) Martiri dello Shanxi, uccisi il 9 luglio 1900 : Gregorio Grassi, Vescovo,
Francesco Fogolla, Vescovo, Elia Facchini, Sacerdote, Teodorico Balat, Sacerdote, Andrea Bauer, Religioso Fratello;
b) Martiri dell'Hunan Meridionale, uccisi il 7 luglio 1900 : Antonino Fantosati, Vescovo, Giuseppe Maria Gambaro, Sacerdote, Cesidio Giacomantonio, Sacerdote ( 4 luglio).
Ai martiri francescani del Primo Ordine si aggiungono sette Francescane Missionarie di Maria, delle quali 3 francesi, 2 italiane,1 belga e 1 olandese : Maria Ermellina di Gesù (al sec.: Irma Grivot), Maria della Pace (al sec.: Maria Anna Giuliani), Maria Chiara (al sec.: Clelia Nanetti), Maria di Santa Natalia (al sec.: Giovanna Maria Kerguin), Maria di San Giusto (al sec.: Anna Moreau), Maria Adolfina (al sec.: Anna Dierk), Maria Amandina (al sec.: Paola Jeuris).
Dei martiri cinesi della famiglia francescana fanno parte anche 11 Francescani secolari, tutti cinesi: Giovanni Zhang Huan, seminarista, Patrizio Dong Bodi, seminarista, Giovanni Wang Rui, seminarista, Filippo Zhang Zhihe, seminarista, Giovanni Zhang Jingguang, seminarista, Tommaso Shen Jihe, laico, domestico, Simone Qin Cunfu, catechista laico, Pietro Wu Anbang, laico, Francesco Zhang Rong, laico agricoltore, Mattia Feng De, laico neofita, Pietro Zhang Banniu, laico operaio.
Ad essi si aggiungono alcuni fedeli laici cinesi : Giacomo Yan Guodong, agricoltore, Giacomo Zhao Quanxin, domestico, Pietro Wang Erman, cuoco.
Per approfondimenti & è Agostino Zhao Rong e 119 compagni cinesi |
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Martedì 10
Luglio 2012
SS. RUFINA e SECONDA, Martiri di Roma
Per saperne di più sui Santi del giorno...
SS. Rufina e Seconda
Martiri
ufina e Seconda sono due martiri realmente esistite a Roma, esse sono ricordate in numerosi e sicuri documenti, come il “Martirologio Geronimiano”, gli “Itinerari” romani, la “Notizia” di Guglielmo di Malmesbury, inoltre sono menzionate nel famoso “Calendario Marmoreo” di Napoli ed infine nel “Martirologio Romano” che le celebra ambedue il 10 luglio.
Secondo
la tradizione agiografica, Rufina e Seconda erano due giovani sorelle
cristiane ed il padre, il senatore Asterio, le aveva promesse in spose a
due loro correligionari, Armentario e Verino.
Questi ultimi, quando gli imperatori Valeriano e Gallieno (253-260) diedero nuovo impulso alle persecuzioni anticristiane, apostatarono
e quindi le due ragazze si votarono alla verginità. Ma i due giovani
non vollero rinunciare a loro e quindi cercarono di indurle a rinnegare
la loro fede per proseguire il loro fidanzamento; ma di fronte al loro
diniego, le denunciarono al conte Archesilao.
Rufina e Seconda tentarono di fuggire e raggiungere l'Etruria : vennero raggiunte, arrestate
al XIV miglio della Flaminia e consegnate, dallo stesso Achesilao, al
prefetto Giunio Donato che, da antichi documenti, risultava essere “praefectus urbis” nel 257.
Come
per tanti martiri di quell’epoca, le due sorelle furono sottoposte a
pressioni, interrogatori, proposte di apostatare e di matrimonio, ma, di
fronte alla loro resistenza e rifiuto, al prefetto non restò altro che
ordinarne la morte.
Allora Archesilao le condusse al X miglio della via Cornelia in un fondo chiamato “Buxo”
(oggi Boccea) dove Rufina venne decapitata, mentre Seconda fu bastonata
a morte. Il celebre quadro del XVII secolo, dipinto da tre celebri
pittori e custodito a Milano nella Pinacoteca di Brera, raffigura la
crudele scena del martirio e resta una delle più significative opere
artistiche che le raffigura.
I
corpi, come d’uso, vennero abbandonati in pasto alle bestie, ma una
certa matrona romana, di nome Plautilla, dopo che le martiri in sogno le
avevano indicato il luogo del martirio e invitandola a convertirsi, li
raccolse e li seppellì nello stesso luogo.
La selva luogo del martirio, che era denominata “Silva Nigra”,
in ricordo delle due martiri Seconda e Rufina e del successivo martirio
nello stesso luogo dei santi Marcellino e Pietro, venne poi chiamata “Silva Candida”.
Sulla
loro tomba, già nel secolo IV fu eretta una basilica ad opera S. Giulio
I (341-352), poi restaurata da Pp Adriano I (771-795), mentre S. Leone
IV (847-855) l’arricchì di doni.
Dal secolo V tutta la regione della villa imperiale “Lorium”, che comprendeva la basilica delle due martiri, ebbe un proprio vescovo il quale, nel 501, si sottoscriveva “episcopus Silvae Candidae” e più tardi come “episcopus Sanctae Rufinae”.
Al tempo di Pp Callisto II (Guido dei Conti di Borgogna, 1119-1124) la diocesi venne unita a quella suburbicaria di Porto e si chiamò di Porto e Santa Rufina. Papa Anastasio IV (Corrado della Suburra,
1153-1154) fece trasferire i loro corpi nel Battistero Lateranense
nell’altare di sinistra dell’atrio, di fronte a quello dei SS. Cipriano e
Giustina, dove riposano tuttora. L’antica basilica sulla via Cornelia
andò in rovina e ancora oggi non si riescono ad identificarne i resti
con precisione.
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Mercoledì 11
Luglio 2012
S. BENEDETTO da Norcia, Abate, Patrono d'Europa (festa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Benedetto da Norcia, Abate
Patrono d’Europa (festa)
Dalla Catechesi di Papa Benedetto XVI
(9 aprile 2008)
Cari fratelli e sorelle,
vorrei
oggi parlare di S. Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e
anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di S.
Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo
di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno
per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II,
36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo
monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria
della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato.
S.
Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un
influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura
europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro
dei Dialoghi
di S. Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo
le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un
uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della
contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio.
Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice
della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei
Dialoghi,
di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole
semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio,
ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete
situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi
lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita
dell’uomo, di ogni uomo.
Questa prospettiva del “biografo”
si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a
cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda
crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano,
dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la
presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola
si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che
mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e
del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta
dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale
e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del
continente. è nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.
La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae”
– dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono
per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo
nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio
accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di
vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e
non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial.,
Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto
lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo
un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un
certo periodo si associò ad una “comunità religiosa”
di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre
anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo,
costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. [...]
Nell’anno
529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino...Secondo
Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte
Cassio - un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è
visibile da lontano - riveste un carattere simbolico: la vita monastica
nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche
una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve
dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21
marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola
e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha
portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi
Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in
un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza.
Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di
Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e
nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e
proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e
l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo
e la sua missione. [...]
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Messaggio 1141 di 1557 di questo argomento |
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Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 S. Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola
per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa -
uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e
dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie -
è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e
duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e
giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale
che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può
ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto
al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da
sé - utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato,
come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola
di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco
rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di
vivere l’umanesimo vero.
Per & la Catechesi integrale è San Benedetto da Norcia
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Messaggio 1142 di 1557 di questo argomento |
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Giovedì 12
Luglio 2012
S. GIOVANNI Gualberto, Abate, Fondatore dei Vallombrosiani
Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Giovanni Gualberto, Abate
Fondatore dei Vallombrosani
iovanni,
figlio di Gualberto, nacque probabilmente a Firenze o, secondo altre
fonti, nel castello, oggi Villa di Poggio Petroi - in Val di Pesa,
intorno all'anno mille, dalla nobile famiglia dei Visdomini.
I
tristi tempi di lotte fratricide lo trovarono, ancora giovane, al bivio
dell'odio e dell'amore : suo fratello Ugo fu assassinato e a Giovanni,
secondo il costume del tempo, fu assegnato il compito di vendicare
l'oltraggio con la morte dell'uccisore. Il drammatico incontro avvenne,
un Venerdì Santo, in una strettoia fuori porta S. Miniato, a Firenze. Di
fronte al nemico che, tremante e con le braccia stese in forma di
croce, invoca pietà, Giovanni getta la spada, scende da cavallo e
concede il perdono. Sale poi alla Basilica poco distante di S. Miniato e
si inginocchia davanti al crocifisso. Il Cristo, racconta il biografo
del Santo, mosse il capo in segno di approvazione. A motivo di questo
gesto S. Giovanni Gualberto è riconosciuto come “Eroe del perdono”.
Dopodiché
Giovanni, vincendo le dure resistenze del padre, si ritirò all'interno
del monastero benedettino annesso. Una volta diventato monaco, il suo
impegno si diresse a difendere la Chiesa dalla simonia (compravendita di
cariche ecclesiastiche, assoluzione di peccati e indulgenze) e dal
nicolaismo (il termine nicolaismo tornò in auge nel Medioevo, per
indicare i religiosi che vivevano in concubinato). Suoi
primi avversari furono il suo stesso abate, Oberto, e il vescovo di
Firenze, Pietro Mezzabarba, entrambi simoniaci. Non essendo incline ai
compromessi e non riuscendo ad allontanarli dalla città preferì
ritirarsi in solitudine.
Nel 1036, dopo varie peregrinazioni, insieme ad alcuni monaci, giunse a Vallombrosa, conosciuta allora come Acquabella. Qui
lo raggiungono altri monaci, fuggiti dal monastero del sopraccitato
abate mercenario, e con essi, verso il 1038, crea la Congregazione
benedettina vallombrosana, approvata da Pp Vittore II (Gebhard II dei
Conti di Dollnstein-Hirschberg, 1055-1057) nel 1055 e fondata su austera
vita comune, povertà, rifiuto di doni e protezioni. Cioè di quei
favori, di quel “patronato”
che sovrani e grandi casate esercitano nella Chiesa, nominando vescovi e
abati, designando candidati al sacerdozio e popolando il clero di
affaristi e concubini.
“Sono
afflitto da immenso dolore e universale tristezza... trovo ben pochi
vescovi nominati regolarmente, e che vivano regolarmente”,
così dirà S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana,
1073-1085), protagonista dei momenti più drammatici della riforma detta
poi “gregoriana”.
Ma essa comincia già prima di lui. Anche in piena crisi, il corpo della
Chiesa esprime forze intatte e nuove che combattono i suoi mali: tra
queste forze c’è la comunità di Giovanni Gualberto, che si diffonde in
Toscana e sa uscire arditamente dal monastero, con vivaci campagne di
predicazione, per liberare la Chiesa dagli indegni.
A
questi monaci si ispirano e si affiancano gruppi di sacerdoti e di
laici, dilatando l’efficacia della loro opera, di cui si servono i papi
riformatori.
Nel
1060-61 Milano ha cacciato molti preti simoniaci e, per sostituirli,
Giovanni Gualberto ne manda altri: uomini nuovi, plasmati dallo spirito
di Vallombrosa. Dedica grande attenzione al clero secolare; lo aiuta a
riformarsi, lo guida e lo incoraggia alla vita in comune: un senso pieno
della Chiesa, tipico sempre in lui e nel suo Ordine, e sempre
arricchito dalla forza dell’esempio.
“La purezza della sua fede splendette mirabilmente in Toscana”,
dirà di lui S. Gregorio VII. E i fiorentini, in momenti difficili,
affideranno agli integerrimi suoi monaci perfino le chiavi del tesoro
della Repubblica.
Giovanni Gualberto muore nel monastero di Passignano il 12 luglio 1073.
Ai suoi monaci, prima di morire, aveva detto: “Quando volete eleggervi un abate, scegliete tra i frati il più umile, il più dolce, il più mortificato”. Senza ostentazione e retorica, egli aveva tracciato il profilo della propria anima.
Papa Celestino III (Giacinto Bobone Orsini, 1191-1198) lo canonizzerà nel 1193.
I suoi monaci torneranno nel 1951 a Vallombrosa, che avevano lasciato in seguito alle leggi soppressive del XIX secolo.
Nello
stesso anno, il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958)
proclamerà S. Giovanni Gualberto patrono del Corpo Forestale italiano e
nel 1957 dei Forestali del Brasile.
Significato del nome Giovanni : “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico).
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Messaggio 1143 di 1557 di questo argomento |
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Venerdì 13
Luglio 2012
S. ENRICO II, Imperatore (memoria facoltativa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Sant' Enrico II
Imperatore
(memoria facoltativa)
nrico,
figlio del duca di Baviera, nacque in un castello sulle rive del
Danubio nel 973. L'ambiente in cui maturò la santità di questo sovrano
tedesco, a prima vista, potrebbe sembrare il meno adatto all'esercizio
della perfezione cristiana. Crebbe invece in compagnia di sante persone.
Suo padre, dapprima denominato "il rissoso", fece tali progressi nell'addolcire il carattere alla scuola di una mite consorte che finì per essere chiamato "il pacifico".
Enrico
ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per
diventare pastore d'anime, come vescovo di Augusta. Delle due sorelle,
Brigida si fece monaca e Gisella andò sposa ad un santo, re Stefano di
Ungheria.
Il principe Enrico venne affidato dalla madre ai canonici di Hildesheim, e più tardi al vescovo di Ratisbona, Wolfgang (canonizzato nel 1052), alla cui scuola si formò culturalmente e spiritualmente.
Nel
1002, in seguito alla morte del cugino Ottone III, venne eletto re di
Germania a Magonza dove fu coronato dal vescovo Willigis.
Enrico
si dedicò fondamentalmente a risolvere i problemi della Germania,
poiché, fin dalla sua elezione, gli equilibri di potere tra i vassalli
si erano di nuovo spezzati, soprattutto a seguito dell'orientamento
prevalentemente italiano nella politica dei suoi predecessori. Negli
anni del suo regno dovette così combattere a lungo contro vari signori
ribelli, come Baldovino di Fiandra, Federico conte di Lussemburgo,
Enrico duca di Baviera o l'arcivescovo di Metz.
L'attenzione per la situazione in Italia fu, dunque, minore dei suoi predecessori e sempre episodica. Vi scese nel 1004 per sconfiggere Arduino d’Ivrea, che i grandi signori italici avevano eletto re d'Italia alla morte di Ottone III.
Tornò
nel 1013 per dirimere le controversie tra i candidati al papato della
famiglia Crescenzi e dei Conti di Tuscolo, assicurando ai secondi il
proprio appoggio.
Il
14 febbraio fu incoronato imperatore a Roma per mano del neo Pp
Benedetto VIII (Teofilatto dei Conti di Tuscolo, 1012-1024). Ridiscese
ancora nel 1021-1022 per condurre una breve campagna militare in Puglia e
Campania contro i Bizantini.
Nel
1022, presiedette, insieme al pontefice, il concilio di Pavia, a
conclusione del quale vennero emanati sette canoni contro il concubinato
dei sacerdoti e per la difesa dell'integrità dei patrimoni
ecclesiastici: questo concilio è considerato un momento importante nel
processo di riforma della Chiesa dell'XI secolo.
Molto
religioso e convinto assertore delle responsabilità dell'Imperatore,
nei confronti della fede e della prosperità dei suoi sudditi, esercitò
sulla Chiesa e sui monasteri tedeschi un forte controllo, inteso, in
primo luogo, a promuovere una riforma morale dei costumi nello spirito
dell'ordine cluniacense di cui aveva conosciuto Odilone (canonizzato
anche lui), abate appunto di Cluny.
Enrico morì a Bamberga il
13 luglio 1024. Sua moglie Cunegonda si ritirò in un monastero
benedettino, da lei fondato, ed alla sua morte, avvenuta il 3 marzo
1039, fu sepolta accanto al marito nella cattedrale di Bamberga.
L’imperatore Enrico II fu canonizzato dal Beato Eugenio III (Bernardo dei Paganelli, 1145-1153) nel 1152 o, secondo altre fonti autorevoli, nel 1146.
Significato del nome Enrico : “possente in patria” (tedesco).
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Sabato 14
Luglio 2012
S. CAMILLO de Lellis, Sacerdote, fondatore (memoria fac.)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Camillo de Lellis
Sacerdote e fondatore :
“Chierici Regolari Ministri degli Infermi”
(detti popolarmente Camilliani)
amillo
de Lellis nacque il 25 maggio 1550 nella cittadina abbruzzese di
Bucchianico. Alla nascita, gli venne imposto il nome della madre
(Camilla Compelli), che lo aveva partorito a quasi 60 anni di età; il
padre, Giovanni, era un ufficiale al servizio della Spagna.
A
solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare
il padre da un presidio militare all'altro, assimilando da lui una
passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte e,
dall'ambiente, un atteggiamento da bravaccio involgarito.
Per
alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, alternando le
battaglie alle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati.
Nel 1571 a causa di una piaga sul piede destro entra all’Ospedale romano di S. Giacomo degli Incurabili.
Dopo la guarigione venne assunto come inserviente presso l'ospedale ma
l'esperienza fu breve: per la sua scarsa propensione al lavoro, venne
allontanato.
Intanto il padre era morto. Tornò a dedicarsi alle armi, come soldato di ventura, e presto ritornò a condurre una vita dissoluta : nel 1574, a ventiquattro anni d'età, era un uomo finito. Iniziò a vagabondare per l’Italia, fino a quando non venne assunto dai Cappuccini del convento di Manfredonia.
è qui che iniziò il suo percorso verso la conversione: nel 1575 decise di abbracciare la vita religiosa e di diventare un frate cappuccino ma l'antica
piaga al piede tornò a dargli problemi per cui fu costretto a tornare a
Roma per curarsi. Rimase nell'ospedale degli Incurabili per ben quattro
anni.
Qui
maturò definitivamente la sua vocazione all'assistenza dei malati e,
insieme ai primi cinque compagni che, seguendo il suo esempio, si erano
consacrati alla cura degli infermi, decise di dare vita alla “Compagnia dei Ministri degli Infermi”
i cui primi statuti vennero approvati da Pp Sisto V (Felice Peretti,
1585-1590) il 18 marzo 1586. Camillo si trasferì nel convento della
Maddalena e iniziò a prestare servizio presso l'ospedale di Santo
Spirito in Sassia.
Intanto, sotto la guida spirituale di Filippo Neri, riprese gli studi e, il 26 maggio 1583, fu ordinato sacerdote. La sua Compagnia si diffuse rapidamente e, il 21 settembre 1591, fu elevata al rango di ordine religioso : “Chierici Regolari Ministri degli Infermi”
da Pp Gregorio XIV (Niccolò Sfondrati, 1590-1591), rimasto
impressionato dall'eroismo con cui Camillo e i suoi compagni avevano
assistito i malati durante la carestia del 1590 a Roma .
L'8
dicembre 1591 Camillo e i suoi primi compagni emisero la Professione
religiosa di voti solenni con un quarto voto di assistenza dei malati
anche con pericolo della vita. Portano sull’abito nero una ben visibile
croce di panno rosso; il segno che d’ora in poi, nelle guerre e in ogni
sventura, annuncia il soccorso e ravviva la speranza. Per
essi l'ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il
segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la qualità
carismatica della tenerezza.
Non
era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e
propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva.
Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati in capitolo,
metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte,
chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si
rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la
biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi
li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: “Più cuore, voglio vedere più affetto materno” oppure: “Più anima nelle mani”.
Nessun impegno poteva strappare Camillo dal letto degli infermi: “Abbiate pazienza, - diceva a chi lo chiamava altrove - sono occupato con nostro Signore Gesù Cristo”. Sette anni prima della morte rinunciò all'incarico di superiore generale per meglio percorrere le corsie degli ospedali.
Ormai
prossimo al termine della sua vita, Camillo si ritrovò con quattordici
conventi, otto ospedali (di cui quattro sotto la sua completa
responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.
Morì
a 64 anni a Roma, il 14 luglio 1614, non senza aver dettato il suo
testamento per lasciare in eredità tutto se stesso. Il testamento è una
totale e minuziosa consegna di se stesso: “Io
Camillo de Lellis... lascio il mio corpo di terra alla medesima terra
di dove è stato prodotto....Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i
peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin
dentro l'anima... Item lascio al mondo tutte le vanità... Item lascio et
dono l'anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Giesù e
alla sua S. Madre... Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto
me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e
misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”.
Fu tumulato nel convento della Maddalena : la reliquia del suo cuore fu traslata a Bucchianico.
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Messaggio 1145 di 1557 di questo argomento |
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Fu
beatificato il 7 aprile 1742 da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo
Lambertini, 1740-1758), che lo canonizzò il 29 giugno 1746.
Nel 1886 Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci, 1878-1903) lo dichiarò, insieme a S. Giovanni di Dio Patrono degli ospedali e dei malati;
Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939), nel 1930, lo proclamò, sempre insieme al fondatore dei Fatebenefratelli, Patrono degli infermieri.
Il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978), infine, nel 1974, lo proclamò anche Protettore particolare della sanità militare italiana.
La famiglia camilliana comprende oggi tra religiosi, religiose e terziari circa 7 mila persone ed è presente in 27 Paesi dei 5 Continenti.
La sua memoria viene celebrata il 14 luglio come solennità nelle Chiese dell'Ordine e come "memoria facoltativa" nelle altre chiese.
Significato del nome Camillo : “aiutante nei sacrifici” (fenicio).
Per approfondimenti & è San Camillo di Bucchianico
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Messaggio 1146 di 1557 di questo argomento |
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Domenica
15 Luglio 2012
S. BONAVENTURA, Vescovo e Dottore della Chiesa (memoria)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Bonaventura
Vescovo e Dottore della Chiesa
(memoria)
onaventura,
al secolo Giovanni Fidanza, nacque a Civita di Bagnoregio (VT), molto
probabilmente nel 1217, da Giovanni Fidanza, medico, e da Maria di
Ritello.
Portò
inizialmente il nome del padre, Giovanni, che cambiò in Bonaventura al
momento del suo ingresso nella famiglia francescana. Della
sua infanzia si conosce pochissimo. Lui stesso racconta che, ancora
fanciullo, venne guarito da una pericolosa malattia per l'intercessione
di S. Francesco.
Non
si sa quando Bonaventura ha lasciato Bagnoregio (forse nel 1235) per
studiare a Parigi, né si conosce la parte avuta dai genitori o dai frati
nella decisione, ma è facilmente intuibile l'appoggio dei francescani,
ben radicati anche in Francia, ad un loro studente, anche se quando è
partito, forse, non pensava di farsi frate.
Studiò
alla Sorbona di Parigi dove, nel 1243, divenne Dottore di Arti. Avendo
poi scelto di seguire Francesco, prese la strada della teologia e nel
1253 diventa magister (cioè "maestro") di teologia e ottiene la licentia docendi (la "licenza d'insegnare").
Il 2 febbraio 1257, nel convento dell'Aracœli
a Roma, veniva eletto Ministro Generale dei Francescani anche se si
trovava a Parigi dove, il 23 ottobre 1257, poté entrare come professore
universitario nel corpo accademico della Sorbona.
Come
settimo successore di S. Francesco coprirà la carica di MG per 17 anni.
La fama, la dottrina, la mitezza, la chiarezza di idee e la sua energia
avevano convinto i padri capitolari presieduti da Pp Alessandro IV (Rinaldo di Jenne, 1254-1261)
ad eleggerlo. Quello era un momento assai delicato per l'Ordine
Francescano e Bonaventura venne giudicato all'altezza. Nonostante il
gravoso incarico, continuò a predicare, ad insegnare, a far conferenze, a
dirigere le anime e a consigliare Re e Papi.
Nel 1273 venne creato Cardinale e vescovo di Albano e nel 1274 partecipò al Concilio di Lione divenendone anima ed oracolo.
O per l'eccessiva fatica o per la cagionevole salute morì nella notte tra il 14 ed il 15 luglio 1274. Pierre
de Tarentasie, futuro Pp Innocenzo V, ne celebrò le esequie e
Bonaventura venne inumato nella chiesa francescana di Lione; al suo funerale parteciparono tutti i padri conciliari.
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Messaggio 1147 di 1557 di questo argomento |
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Bonaventura fu canonizzato il 14 aprile 1482 dal Pp francescano Sisto IV (Francesco della Rovere, 1471-1484).
II
14 marzo 1490, a seguito della ricognizione e della traslazione del
corpo del Santo a Lione, venne estratto il braccio destro che, custodito
in una preziosa teca d'argento a forma di braccio, venne portato a
Bagnoregio l'anno successivo dal Ministro Generale dell'Ordine dei
Francescani Francesco Sansone; oggi il braccio è custodito in
Cattedrale. Per ricordare questa Traslazione si fa festa oltre che il 15
luglio, anche il 14 marzo.
Nel 1588, un altro francescano, Pp Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590) lo dichiarò “Dottore della Chiesa”.
Le numerose opere di S. Bonaventura illuminano la mente e riscaldano il cuore tanto che Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) ebbe a dire: “dalla loro lettura siamo rapiti in estasi e condotti a Dio”. Tra le opere di carattere esegetico, mistico, ascetico, filosofico, teologico ed oratorio spicca I' “Itinerarium mentis in Deum” (Itinerario della mente verso Dio) che sembra scritto più col cuore che con la penna.
Perfetto
seguace di San Francesco ne assimila gli insegnamenti e li trasmette
con la vita e la dottrina. Innamorato della Parola di Dio la legge e
trascrive tutta più volte fino ad impararla a memoria.
Ma
il libro preferito dal santo è il Crocifisso davanti al quale sosta in
devota adorazione e meditazione per lunghe ore. Per lui la Croce è la
verga che apre le acque verso la libertà e chi non ama la Croce, resta
schiavo. Come Francesco, Bonaventura ama le creature nelle quali vede
impressa l'orma di Dio tanto che nell'Itinerarium scrive: “apri
gli occhi, tendi l'orecchio, disserra le tue labbra, eccita il cuore a
vedere, intendere, lodare, amare, glorificare Dio in tutte le cose, se
non vuoi che insorga contro di te tutto l'universo”.
Come
sarebbe bello se gli uomini oggi riuscissero a scorgere Dio nelle
creature e negli eventi storici sintonizzandosi con il canto degli
astri, degli oceani, dei monti, delle valli, dei fiumi, degli uccelli,
dei fiori e dei frutti che si leva incessante verso Dio. S. Bonaventura
chiede all'uomo di ogni tempo di riconoscere la presenza di Dio nelle
realtà terrestri perché solo in questa visuale si possono vincere le
suggestioni dell'edonismo, della desacralizzazione e del secolarismo. Senza Dio le parole "libertà e progresso" restano puri desideri.
S.
Bonaventura come S. Francesco ha capito che l'unico valore è Dio il
quale ama le creature ed amandole le crea. A loro volta le creature sono
riconoscenti per la vita ricevuta e così si mette in moto uno scambio
di amore che non finirà mai. Più si conosce Dio e più lo si ama. Per
questo Bonaventura ha studiato Dio nelle creature, nelle scritture, nel
Crocifisso, nella vita di Francesco e nella sua e lo ha fatto non per
amore della scienza ma per dare alla propria vita un programma: “Nolo te cognoscere, nisi ut te dìligam”: “Ti studierò solo per amarti”.
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Messaggio 1148 di 1557 di questo argomento |
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Lunedì 16
Luglio 2012
B. BARTOLOMEU dos Mártires Fernandes, Arcivescovo
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beato Bartolomeu dos Mártires Fernandes
Arcivescovo O.P. di Braga
artolomeu dos Mártires Fernandes nasce a Lisbona il 2 maggio 1514; l'appellativo "dei Martiri" ricorda la chiesa di Santa Maria dei Martiri dove fu battezzato e sostituì quello di Vale adottato in memoria del nonno.
Riceve
l’abito domenicano l’11 novembre 1528 e compie il noviziato nel
convento di Lisbona, concludendo gli studi filosofici e teologici nel
1538. Passa alla docenza nei conventi di Lisbona, “da Batalha” e Évora
(1538-1557); diviene quindi priore del convento di Benfica a Lisbona
(1557-1558).
La
regina del Portogallo, Caterina di Spagna, lo designò a succedere
all'arcivescovo di Braga, il carmelitano Baltesar Limpo; venne
confermato da Pp Paolo IV (Giovanni Pietro Carafa, 1555-1559), con la
bolla Gratiae divinae praemium, datata 27 gennaio 1559.
L’ordinazione episcopale gli è conferita il 3 settembre in S. Domenico di Lisbona.
Accettò
questa dignità per ubbidienza al suo priore provinciale, il celebre
scrittore Ven. Luigi di Granata, il quale, designato in un primo tempo
dalla regina, l’aveva invece consigliata di presentare il suo
confratello.
Il
4 ottobre 1559 inaugurò, nella vastissima arcidiocesi, la sua missione
apostolica, che si fece molteplice, con visite pastorali, impegno per
l’evangelizzazione del popolo e composizione di opere dottrinali:
redasse a questo scopo un Catechismo o dottrina cristiana e pratiche spirituali
(15ª edizione nel 1962). Ebbe sollecitudine per l'educazione e la
santificazione del clero, con l'istituzione di scuole di teologia morale
in molti luoghi della diocesi e la composizione di opere dottrinali.
La sua produzione letteraria conta 32 opere, tra le quali merita alto rilievo lo Stimulus Pastorum (22 edizioni), offerto ai Padri del Concilio Vaticano I e II.
L’impegno concreto per la riforma è provato anche dagli spazi strutturali ai quali diede vita.
Nel 1560 affidò ai Gesuiti gli studi pubblici favorendo l'istituzione del Collegio di S. Paolo.
Dal
1561 al 1563 prese parte al Concilio di Trento, presentando 268
petizioni, sintesi di interpellanze per la riforma nella Chiesa.
Per attuare le disposizioni del Concilio organizzò nel 1564 un Sinodo Diocesano, seguito nel 1566 da un Sinodo Provinciale.
Nel 1571 o 1572 inizia la costruzione del Seminario Conciliare in Campo Vinha.
Il
23 febbraio 1582 rinunciò all'ufficio di arcivescovo e si ritirò nel
convento domenicano della Santa Croce in Viana do Castelo, sorto per sua
iniziativa (1561) per favorire gli studi ecclesiastici e la
predicazione.
In questo convento muore il 16 luglio 1590, riconosciuto e acclamato dal popolo con l’appellativo di "arcivescovo santo, padre dei poveri e degli infermi".
Il suo sepolcro è venerato nell’antica chiesa domenicana di Viana do Castelo.
Dichiarato Venerabile da Pp Gregorio XVI (Bartolomeo Cappellari, 1831-1846) il 23 marzo 1845, il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), il 7 luglio 2001, riconobbe il miracolo proposto per la beatificazione: celebrata il 4 novembre,
memoria liturgica di S. Carlo Borromeo, con il quale Bartolomeu dos
Martires si dedicò assiduamente ad eseguire le decisioni del Concilio di
Trento.
Dall'omelia del Beato Giovanni Paolo II :
« 5. Il beato Bartolomeu dos Mártires,
Arcivescovo di Braga, si dedicò, con somma vigilanza e zelo apostolico,
alla salvaguardia e al rinnovamento della Chiesa nelle sue pietre vive,
senza disprezzare le strutture provvisorie che sono le pietre morte. Di
quelle pietre vive privilegiò quelle che avevano poco o nulla per
vivere. Tolse a sé per dare ai poveri. Criticato per la povera figura
che faceva con quel poco che gli restava, rispose: "Non mi vedrete mai tanto dissennato da spendere, con gli oziosi, quello con cui posso far vivere molti poveri".
Essendo l'ignoranza religiosa la più grande delle povertà,
l'Arcivescovo fece tutto il possibile per porle rimedio, a cominciare
con la riforma morale e l'elevazione culturale del clero, "perché è evidente - scriveva - che, se il vostro zelo corrispondesse all'ufficio, il gregge di Cristo non andrebbe tanto fuori dal cammino del Cielo".
Con il suo sapere, il suo esempio e la sua audacia apostolica, commosse
e fece ardere gli animi dei Padri Conciliari di Trento di modo che si
procedesse alla necessaria riforma della Chiesa, che poi si impegnò a
realizzare con coraggio perseverante e invitto. »
Significato del nome Bartolomeo : "Dio ha dato" (aramaico).
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Messaggio 1149 di 1557 di questo argomento |
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Martedì 17
Luglio 2012
BB. TERESA di S. Agostino e 15 consorelle, Vergini e martiri
Per saperne di più sui Santi del giorno...
BB. Teresa di S. Agostino e 15 consorelle
Carmelitane e martiri di Compiègne (F)
Tutte le rivoluzioni hanno avuto vittime spesso innocenti. Anche la “rivoluzione”
cristiana ha avuto in Gesù Cristo la sua prima vittima e, nel corso dei
secoli, innumerevoli altre vittime che hanno reso testimonianza con la
propria vita: sono i martiri. “Il
martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il
martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende
testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità.
Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana e
affronta la morte con un atto di fortezza” (CCC. 2473).
La rivoluzione francese si accanì non solo contro le ingiustizie
sociali, ma anche contro la religione e il Carmelo non mancò di fornire
così i suoi martiri.
La
Comunità delle Carmelitane Scalze si era stabilita a Compiègne nel
1641, provenendo dal monastero di Amiens. A sette anni dalla fondazione
sorgeva il convento con la chiesa dedicata all’Annunciazione.
Il monastero prosperò sempre nel fervore, splendendo per regolare
osservanza e per fedeltà allo spirito, godendo dell’affetto e della
stima della corte francese. Allo scoppio della Rivoluzione le monache
rifiutarono di deporre l’abito monastico e quando i torbidi accennarono
ad aumentare, tra il giugno e il settembre 1792, seguendo un’ispirazione
avuta dalla priora, Teresa di S. Agostino, tutte si offrirono al
Signore in olocausto. L’atto di consacrazione divenne l’offerta
quotidiana fino al giorno del martirio, giunto due anni dopo.
Cacciate,
dunque, dal monastero il 14 settembre 1792, le Carmelitane continuarono
la loro vita di preghiera e penitenza, divise in quattro gruppi in
varie parti di Compiègne e unite dall’affetto e dalla corrispondenza,
sotto la vigile direzione di Teresa di S. Agostino.
Presto scoperte e denunciate dal comitato rivoluzionario, il 24 giugno 1794 furono catturate e rinchiuse insieme a Sainte Marie,
già monastero della Visitazione, trasformato in carcere. Da Compiègne
le sedici carmelitane furono trasferite a Parigi: vi giunsero il 13
luglio e immediatamente furono rinchiuse nel terribile carcere della Conciergerie,
pieno già di sacerdoti, religiosi ed altre persone destinate alla
morte. Esempio a tutti di tranquillità e di serena confidenza in Dio e,
insieme, modello di attaccamento totale a Gesù e alla Chiesa, sapevano
effondere intorno a sé anche un raggio di gioia.
Con
giudizio sommario, le sedici Carmelitane furono condannate a morte dal
tribunale rivoluzionario per la loro fedeltà alla vita religiosa. Giunte
ai piedi della ghigliottina, dopo aver cantato il “Veni Creator”,
una dopo l’altra rinnovarono davanti alla priora la professione
religiosa e furono decapitate. Ultima venne uccisa la Madre Teresa di S.
Agostino, che aveva preparato le figlie al martirio e che aveva
realizzato in maniera meravigliosa quanto ella era solita dire: “L’amore sarà sempre vittorioso. Quando si ama, si può tutto”.
Il martirio, avvenuto il 17 luglio 1794, dimostrava ancora una volta il potere insuperabile dell'amore di Cristo.
Dai
documenti esistenti e dalle testimonianze preziose delle tre
carmelitane scalze della comunità di Compiegne che sfuggirono al
martirio, si ha l'elenco delle sedici martiri con i loro rispettivi nomi
di religione, più o meno completi e, tra parentesi, quelli secolari:
Teresa di S. Agostino (Maria Maddalena Claudina Lidoine), priora; Suor S. Luigi (Maria Anna Francesca Brideau), sottoprìora; Suor Anna Maria di Gesù Crocifisso (Maria Anna Piedcourt); Suor Carlotta della Resurrezione (Anna Maria Maddalena Thouret); Suor Eufrasia dell'Immacolata Concezione (Maria Claudia Cipriana Brard); Suor Enrichetta di Gesù (Maria Francesca de Croissy); Suor Teresa del Cuore di Maria (Maria Anna Hanisset); Suor Teresa di S. Ignazio (Maria Gabriella Trézel); Suor Giulia Luisa di Gesù (Rosa Cristiana de Neuville); Suor Maria Eririchetta della Provvidenza (Maria Annetta Pelras); Suor Costanza (Maria Genoveffa Meunier), novizia; Suor Maria dello Spirito Santo (Angelica Roussel), conversa; Suor S. Marta (Maria Dufour), conversa; Suor S. Francesco Saverio (Elisabetta Giulietta Vérolot), conversa; Suor Caterina Soiron, suora esterna (tourière); Suor Teresa Soiron, suora esterna (tourière).
I
corpi delle sedici martiri furono gettati in una fossa comune, con
altri corpi di condannati, in un posto che divenne poi l'attuale
cimitero di Picpus,
dove una lapide ricorda il loro martirio. Di esse rimasero alcuni
indumenti che le carmelitane scalze stavano lavando alla Conciergerie
quando furono portate in giudizio e che, due o tre giorni dopo, vennero
dati alle benedettine inglesi di Cambrai, pure incarcerate, ma poi
rimesse in libertà; tali indumenti preziosi sono oggi all'abbazia delle
benedettine di Staribrook, in Inghilterra. Reliquie preziose sono ancora
gli scritti delle martiri : lettere, poesie, biglietti; essi sono
riferiti, insieme all'altra documentazione di grande valore, dal p.
Bruno di Gesù Maria nella sua opera fondamentale.
Le martiri furono beatificate da S. Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) il 13 maggio 1906.
La loro festa è celebrata il 17 luglio dall'Ordine dei Carmelitani Scalzi e dall'Arcidiocesi di Parigi.
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Messaggio 1150 di 1557 di questo argomento |
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Mercoledì 18
Luglio 2012
S. BRUNO (o BRUNONE) di Segni, Vescovo
Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Bruno di Segni
Vescovo
runo
di Segni (o Brunone), secondo alcuni autori, nacque dal padre Andrea e
la madre Willa (Guglielmina) tra il 1040 e 1045 a Solero, un paese a
pochi chilometri da Alessandria, che in quel periodo non era ancora
stata fondata e quindi apparteneva alla diocesi di Asti.
Trascorsa
la fanciullezza sotto la salutare e sapiente guida di monaci
Martiniani, fu inviato dai genitori all'Università di Bologna dove,
ancor giovane, si laureò. Benché in ambiente non favorevole, si conservò
virtuoso e fermo nella fede della prima educazione. Facendosi sempre
più sentire la vocazione, desideroso di seguire i consigli del Signore,
decise di ritirarsi nel monastero di Montecassino.
Però
durante il viaggio, si fermò a Siena dove, per disposizione di Dio, fu
trattenuto dal vescovo Rodolfo, che lo nominò canonico di quella
cattedrale.
Trasferitosi
a Roma, ospite del cardinale Pietro Igneo, per le sue eccelse doti di
oratore e studioso di teologia, venne prescelto da S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana)
per confutare le tesi degli eresiarchi, capeggiati da Berengario di
Tours, riguardo all’Eucarestia, durante il Concilio Lateranense nel
1079. Egli portò così bene a termine il suo incarico che il papa lo
nominò nel medesimo anno vescovo di Segni (provincia di Roma).
Bruno
a Segni si trovò in una difficile situazione : dovette contrastare le
pretese del conte di Segni Adolfo sulla diocesi nella lotta tra
l'imperatore Enrico IV e S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di
Soana, 1070-1085). La leggenda narra che il conte imprigionò Bruno che
non voleva piegarsi al volere dell'imperatore, ma il vescovo, mentre era
in prigionia, mutò per ben tre volte l'acqua in vino, provocando la
costernazione del conte che in segno di perdono lo liberò.
Dopo
la prigionia, Bruno, stanco e provato, rinunciò alla cattedra di Segni
per ritirarsi presso l'Abbazia di Montecassino nel 1099, ma, nel 1104,
Pp Pasquale II (Raniero Ranieri, 1099-1118) lo inviava quale legato pontificio in Francia dove diresse il Concilio di Poitiers.
Tornato
a Montecassino, nel 1107 ne fu eletto abate. Papa Pasquale II non
obbiettò al suo pluralismo fino a che nel conflitto del 1111 Bruno tenne
le parti dell'antipapa Maginulfo (Silvestro IV). Per questo Bruno
dovette rassegnare le dimissioni da abate di Montecassino e tornare a
Segni.
Subito
dopo la morte del vescovo, avvenuta il 18 luglio 1123, i cittadini di
Segni cominciarono a venerarlo e solamente dopo 58 anni, Pp Lucio III (Ubaldo Allucignoli, 1181-1185), nel primo anno del suo pontificato, ne dichiarava la santità ed ordinava che fosse inscritto nel catalogo dei santi.
S. Bruno fu pure un grande scrittore. I suoi scritti sono principalmente esegetici. Il suo “Libellus de symoniacis”,
scritto prima del 1109, è importante per la sua discussione del
significato di simonia e specialmente per il suo atteggiamento sui
sacramenti somministrati da un prete simoniaco. Inoltre, nonostante i
molti incarichi, trovò il tempo per commentare tredici libri della Sacra
Bibbia; scrisse la vita di S. Leone IX (Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg)
e di S. Pietro vescovo di Anagni; un trattato sui Sacramenti e un altro
sul santo Sacrificio della Messa. Di lui rimangono pure 145 omelie e 6
libri di sentenze.
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Messaggio 1151 di 1557 di questo argomento |
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Mercoledì 18
Luglio 2012
S. SIMONE da Lipnica, Sacerdote O.F.M. polacco
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Simone da Lipnica
Sacerdote O.F.M. polacco
imone
nacque a Lipnica Murowana, nella Polonia meridionale, intorno agli anni
1435-1440. I suoi genitori, Gregorio e Anna, seppero dargli
un’educazione sana, ispirata ai valori della fede cristiana e,
nonostante la modesta condizione, si preoccuparono di assicurargli
un’adeguata formazione culturale.
Nel
1454, terminata la scuola parrocchiale, si iscrisse all'accademia di
Jagellonica a Cracovia. Durante quegli anni predicava in città S.
Giovanni da Capestrano; l'insegnamento del santo ebbe influenza decisiva
sul giovane Simone, il quale gli chiese di essere ammesso al suo
convento.
Su
consiglio di S. Giovanni, Simone terminò prima gli studi e, nel 1457,
conseguì il baccellierato. Entrò, quindi, nel convento di S. Bernardino
da Siena da poco canonizzato; per tale motivo i Frati Minori di quel
convento furono detti dal popolo “Bernardini”.
Sotto
la sapiente guida del maestro di noviziato, P. Cristoforo da Varese,
religioso eminente per dottrina e santità di vita, Simone abbracciò con
generosità la vita umile e povera dei Frati Minori, giungendo al
sacerdozio intorno al 1460. Esercitò il primo ministero nel convento di
Tarnów, dove fu guardiano della fraternità.
Nel
1463, primo tra i Frati Minori, occupò l'ufficio di predicatore nella
cattedrale di Wawel. Nel 1467, predicatore nel convento di Stradom,
acquistò fama di insigne oratore, spiegando con acume i punti più
difficili e controversi della Sacra Scrittura. Per questa sua dedizione
alla predicazione evangelica le fonti antiche gli conferirono il titolo
di "predicator ferventissimus".
Desideroso
di rendere omaggio a S. Bernardino da Siena, ispiratore della sua
predicazione, il 17 maggio 1472, con alcuni confratelli polacchi, giunse
a L'Aquila per partecipare alla solenne traslazione del corpo del santo
nel nuovo tempio eretto in suo onore.
Nel 1478 fu eletto definitore di Cracovia, prese parte al Capitolo generale a Pavia, quindi si recò a Roma e poi in Terra Santa.
Emulo
di S. Francesco nel suo amore per i luoghi santi, nell’eventualità di
essere catturato dagli infedeli, prima di intraprendere il viaggio volle
imparare a memoria la regola dell’Ordine “per averla sempre davanti agli occhi della mente”.
L’amore
di Simone per i fratelli si manifestò, in maniera straordinaria,
nell’ultimo anno della sua vita, quando scoppiò a Cracovia una epidemia
di peste: dal luglio 1482 al 6 gennaio dell'anno seguente la città fu
sotto il flagello della malattia. Passò ovunque confortando, recando
soccorso, amministrando i sacramenti, e annunciando la consolante Parola
di Dio ai moribondi. Presto fu contagiato e sopportò con straordinaria
pazienza le sofferenze della malattia.
La
tradizione racconta che Simone offrì la sua vita a Dio per fare cessare
la grave epidemia. Fu esaudito : nel sesto giorno di malattia, il 18
luglio 1482, senza temere la morte e con gli occhi fissi sulla Croce,
rese l'anima a Dio e il morbo cessò.
Il
24 febbraio 1685 Simone da Lipnica fu dichiarato “beato”, per conferma
di culto, dal papa Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689).
Il 19 settembre 2000 l’Arcivescovo Metropolita di Cracovia, cardinale
Francesco Macharski, dichiarò conclusa l’inchiesta diocesana sulla vita e
le virtù, nonché la continuazione della fama di santità del Beato
Simone da Lipnica, istruita su richiesta della Postulazione Generale
O.F.M. in vista della sua auspicata canonizzazione.
Gli "Atti",
trasmessi a Roma, furono aperti con regolare Decreto il 16 novembre
2000 ed il 19 dicembre 2005 Papa Benedetto XVI decretò il riconoscimento
ufficiale dell’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane da parte
del beato.
Il medesimo Pontefice ha canonizzato Simone da Lipnica il 3 giugno 2007, in Piazza S. Pietro.
Per approfondimenti & è Beato Simone da Lipnica
Significato del nome Simone : "Dio ha esaudito" (ebraico).
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Messaggio 1152 di 1557 di questo argomento |
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Giovedì 19
Luglio 2012
S. EPAFRA di Colossi, Vescovo e martire
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Sant' Epafra di Colossi
Vescovo e martire
pafra
era originario di Colossi e pagano; fu convertito da S. Paolo durante
il triennio di apostolato ad Efeso. è fondatore e capo della Chiesa di
Colossi. L'Apostolo ne tesse due volte l'elogio:
- in Col. 1,6-8 : “...così
anche fra voi dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia
di Dio nella verità, che avete appresa da Epafra, nostro caro compagno
nel ministero; egli ci supplisce come un fedele ministro di Cristo, e ci
ha pure manifestato il vostro amore nello Spirito.” ;
- in Col. 4,12-13 : “Vi
saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non
cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi,
perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Gli rendo testimonianza che
si impegna a fondo per voi, come per quelli di Laodicèa e di Geràpoli.”
Nella lettera a Filemone (Fm, 23-24), infine, S. Paolo scrive : “Ti salutano Epafra, mio compagno di prigione in Cristo Gesù, Marco, Aristarco, Dema, Luca, miei collaboratori.”.
Epafra,
infatti, era a Roma con lui, venutovi da Colossi per visitarlo e
confortarlo con l'assicurazione del vivo affetto di tutti i suoi fedeli.
Nel fervore del suo zelo apostolico, Epafra fece anche presente a S.
Paolo che l'eresia cercava di penetrare in quelle Chiese e per
preservarle dal pericolo fece loro scrivere dall'apostolo.
La tradizione formatasi su questo santo discepolo di S. Paolo fu raccolta da Adone: “Natalis
beati Epaphrae, qui a beato Paulo Colossis ordinatus episcopus, clarus
virtutibus, martyrii palmam pro ovibus sibi commendatis virili agone
percepit; sepultus apud eandem urbem”.
Il Martirologio Romano, in data del 19 luglio, riporta, praticamente, il testo latino di Adone : “A
Colossi, nella Frigia, il natale di sant’Epafra, che san Paolo Apostolo
chiama compagno di prigione. Ordinato Vescovo in Colossi dallo stesso
Apostolo, ivi chiaro per virtù, con valoroso combattimento, per le
pecorelle affidategli, ricevette la palma del martirio: il suo corpo fu
riposto in Roma” (in Santa Maria Maggiore).
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