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| De: Enzo Claudio (Mensaje original) |
Enviado: 30/11/2009 17:03 |
Un brano di Raoul Follereau definito l'Apostolo dei lebbrosi:
Che strano traffico con il buon Dio! Signore, dammi questo! Signore, concedimi questo! Signore, guariscimi!
Come se Dio non conoscesse, molto più di noi, quello che ci abbisogna.
Un piccino suggerisce forse alla mamma: "Preparami quella pappa" ?
Un malato al suo dottore: "Mi prescriva quella medicina" ?
Chi può assicurarci se quel che ci manca non sia peggiore di quel che abbiamo ?
Allora, tentiamo soltanto questa preghiera:
"Signore, non cessare di amarci, mai"
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Martedì 19
Giugno 2012
Martedì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
No Greater Love, pag. 50
“Siate santi, perché io sono santo” (Lv 19,2)
Tutti sappiamo che c'è un Dio che ci ama e ci ha creati.
Possiamo rivolgerci a lui e chiedere: “Padre mio, aiutami ora. Voglio
essere santo, voglio essere buono, voglio amare”. La santità non è un
lusso destinato a un'elite; essa non è riservata solo ad alcuni. E' il
nostro destino, tuo, mio, di tutti. E' un compito semplice, poiché, se
impariamo ad amare, impariamo ad essere santi.
La prima
tappa è volerlo essere. Gesù vuole che siamo santi come suo Padre è
santo. La mia santità consiste nel compiere la volontà di Dio, nella
gioia. Dire “Voglio essere santo” significa: “Mi spoglierò di tutto ciò
che non è Dio. Mi spoglierò e libererò il cuore di tutte le cose
materiali. Rinuncerò alla mia volontà, ai miei gusti, alle mie fantasie,
alla mia incostanza; diventerò schiavo generoso della volontà di Dio.
Con tutta la mia volontà, amerò Dio, farò ogni scelta per lui, correrò
verso di lui, arriverò fino a lui e lo possiederò”. Ma tutto dipende da
quelle parole: “Voglio” o “Non voglio”. Devo mettere tutta la mia
energia in quella parola: “Voglio”.
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Mercoledì 20
Giugno 2012
Mercoledì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Cantico spirituale, seconda versione, strofa 1,6-7
“Quando preghi, entra nella tua camera”
L'anima chiede allo Sposo: “Dove ti sei nascosto?”...
Rispondiamo alla sua domanda mostrandole il luogo preciso dove si
nasconde, il luogo dove ella lo troverà certamente, e con quanta
perfezione e dolcezza possibili in questa vita. Da quel momento, ella
non vagherà più invano dietro ad estranei (cfr Ct 3,2).
Riteniamolo
bene, il Verbo, il Figlio di Dio, risiede per essenza e per presenza,
in compagnia del Padre e dello Spirito Santo, nell'essenza stessa
dell'anima, e vi è nascosto. L'anima che aspira a trovarlo deve dunque
uscire ... dal creato; deve entrare in se stessa e restarvi in un
raccoglimento così profondo che tutte le creature per lei scompaiano.
“Signore – diceva Sant'Agostino rivolto a Dio nei soliloqui – non ti
trovavo fuori di me, perché male ti cercavo: ti cercavo fuori, e tu eri
dentro”. Dio è dunque nascosto nell'anima nostra, ed è là che il vero
contemplativo deve cercarlo, dicendo: “Dove ti sei nascosto?”
Ebbene,
anima, la più bella fra le creature di Dio, tu che desideri così
ardentemente sapere dove si trova il tuo Amato per cercarlo ed unirti a
lui, ecco che ti viene detto: tu stessa sei la dimora dove egli abita,
il ritiro dove si nasconde. Che gioia, che consolazione per te! Il tuo
tesoro, l'oggetto della tua speranza, è così vicino a te che è
addirittura in te, o, per meglio dire, tu non potresti esistere senza di
lui. Ascolta lo Sposo stesso che ti dice: “Il regno di Dio è in mezzo a
voi” (Lc 17,21). E l'apostolo Paolo, suo servo, ci dice da parte sua:
“Voi siete il tempio di Dio” (2Cor 6,16).
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Giovedì 21
Giugno 2012
Giovedì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Beato Giovanni XXIII (1881-1963), papa
In Discorsi, messaggi, colloqui, t. 1, Vatican 1958, p. 433
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”
Vogliamo insistere sul triplo privilegio di questo “pane
quotidiano” che i figli della Chiesa devono chiedere al Padre celeste,
ed aspettare, fiduciosi, dalla divina provvidenza. Deve essere prima di
tutto “nostro pane”, cioè il pane chiesto a nome di tutti. “ Il Signore,
ci dice San Giovanni Crisostomo, ci insegna nel Padre nostro a
rivolgere a Dio una preghiera a nome di tutti i nostri fratelli. Vuole
così che le preghiere che innalziamo a Dio riguardino gli interessi del
prossimo quanto i nostri. In questo modo intende combattere le
inimicizie e scacciare l'arroganza”.
Deve essere, inoltre, un pane “sostanziale” (Mt 6,11 grec),
indispensabile alla nostra sussistenza, al nostro cibo. Ma se l'uomo è
composto di un corpo, ha anche uno spirito immortale, ed il pane che gli
conviene chiedere al Signore non sarà solo un pane materiale. Sarà,
come fa ben osservare così giustamente il 'dottore' dell'eucaristia che è
San Tommaso d'Aquino, un pane spirituale innanzitutto. Questo pane, è
Dio stesso, verità e bontà da contemplare e amare; un pane sacramentale:
il Corpo del Salvatore, testimonianza e viatico della vita eterna.
La terza qualità richiesta a questo pane, e non meno importante
delle precedenti, è che sia “uno”, simbolo e causa di unità (cf 1Cor
10,17). E San Giovanni Crisostomo aggiunge: “Come questo corpo è unito a
Cristo, così noi siamo uniti per mezzo di questo pane”.
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Venerdì 22
Giugno 2012
Venerdì della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorsi, 32, 1-3; SC 243
“Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”
Dio accetta le nostre offerte di denaro ed ha piacere dei doni
che facciamo ai poveri, ma a questa condizione: che ogni peccatore,
quando offre a Dio il suo denaro, gli offra contemporaneamente la sua
anima... Quando il Signore dice: “Date a Cesare quello che è di Cesare e
a Dio quello che è di Dio” (Mc 12,17), non sembra dire altro che: “Come
date a Cesare la sua immagine sulla moneta, così date a Dio l'immagine
di Dio in voi stessi” (cf Gen 1,26)...
E' per questo che,
come spesso abbiamo detto, quando diamo del denaro ai poveri, offriamo
la nostra anima a Dio affinché lì dove è il nostro tesoro, possa essere
anche il nostro cuore. Infatti, perché Dio ci chiede di dare il denaro?
Sicuramente perché sa che l'amiamo particolarmente e che è il nostro
pensiero costante; lì dov'è il denaro, è anche il cuore. Ecco perché Dio
ci esorta a farci tesori in cielo, dando ai poveri; è perché il cuore
vada là dove abbiamo già il nostro tesoro e, quando il sacerdote dice:
“Eleviamo i nostri cuori”, possiamo rispondere con coscienza tranquilla:
“Sono rivolti al Signore”.
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| Sabato 23
Giugno 2012
Sabato della XI settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
San Rafael Arnaiz Baron (1911-1938), monaco trappista spagnolo
Scritti spirituali, 04/03/1938
“Se Dio veste così l'erba del campo, non farà assai più per voi, gente di poca fede?”
Nel nome di Dio santo, prendo oggi la penna perché le mie
parole, imprimendosi sul foglio bianco, servano da lode perpetua a Dio
benedetto, creatore della mia vita, della mia anima, del mio cuore.
Vorrei che l'intero universo, coi pianeti, tutti gli astri e gli
innumerevoli insiemi stellari, fossero un'immensa distesa, liscia e
lucente, dove poter scrivere il nome di Dio. Vorrei che la mia voce
fosse più potente di mille tuoni, più forte del rumore del mare, più
terribile dell'eruzione dei vulcani, solo per dire: Dio! Vorrei che il
mio cuore fosse grande come il cielo, puro come quello degli angeli,
semplice come quello della colomba (Mt 10,16), per mettervi Dio! Ma,
poiché tutta questa grandezza che sogni non può diventare realtà,
accontentati di poco e di te sesso che sei nulla, Fratello Rafael,
perché il nulla stesso deve bastarti...
Perché tacere?
Perché nasconderlo? Perché non gridare al mondo intero e diffondere ai
quattro venti le meraviglie di Dio? Perché non dire a tutti e a quelli
che vogliono sentirlo: vedete ciò che sono? Vedete ciò che sono stato?
Vedete la mia miseria che si trascina nel fango? Poiché poco importa:
meravigliatevi; nonostante tutto ciò, possiedo Dio. Dio è mio amico! Dio
mi ama, proprio me, di un amore tale che, se il mondo intero lo
capisse, tutte le creature impazzirebbero e griderebbero di stupore. Ed è
ancora poco. Dio mi ama talmente che gli angeli stessi non riescono a
capirci nulla! (cf 1Pt 1,12) La misericordia di Dio è grande ! Amarmi,
me, essere mio amico, mio fratello, mio padre, mio maestro. Essere Dio, e
me, essere ciò che io sono !
Oh, mio Gesù, non ho né carta, né penna. Cosa posso dire! Come non impazzire?
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Domenica
24 Giugno 2012
Natività di San Giovanni Battista, solennità
Meditazione del giorno
Dalla liturgia bizantina
Lucernario dei Grandi vespri della festa della natività di Giovanni Battista
“Ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà
innanzi ..., per preparare al Signore un popolo ben disposto”
Oggi viene al mondo il grande Precursore, nato dal seno sterile di Elisabetta. E' il più grande fra tutti i profeti; nessun altro è stato come lui, poiché è la lampada che precede di poco la luce sfolgorante e la voce che precede il Verbo. Conduce a Cristo la Chiesa, sua fidanzata, e prepara per il Signore il popolo eletto, purificandolo con l'acqua in vista dello Spirito.
Da Zaccaria nasce questo germoglio, il più bello fra i figli del deserto, l'araldo della conversione, colui che purifica con l'acqua chi si era smarrito, annuncia la resurrezione fin nel soggiorno dei morti, e intercede per le anime nostre.
Dal seno di tua madre, beato Giovanni, sei stato il profeta e precursore di Cristo: hai sussultato di gioia vedendo la Regina venire dalla sua serva, e portarti Colui che il Padre genera senza madre da tutta l'eternità, tu, nato da una donna sterile e da un vecchio, secondo la promessa del Signore. Pregalo di avere pietà delle anime nostre.
(Riferimenti biblici: Mt 11,11; Gv 5,35; Mt 3,3; Gv 3,29; Lc 1,17; 3,16; Mc 6,28; Lc 1,40; 1,13)
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Lunedì 25
Giugno 2012
Lunedì della XII settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Papa Benedetto XVI
Enciclica « Caritas in veritate », § 1-5 ( copyright Libreria Editrice Vaticana)
“Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello”
L'amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le
persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della
giustizia e della pace. è una forza che ha la sua origine in Dio, Amore
eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al
progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale
progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità
che egli diventa libero (cfr Gv 8,32). ...
La carità è
amore ricevuto e donato. Essa è « grazia » (cháris). La sua scaturigine è
l'amore sorgivo del Padre per il Figlio, nello Spirito Santo. è amore
che dal Figlio discende su di noi. è amore creatore, per cui noi siamo; è
amore redentore, per cui siamo ricreati. Amore rivelato e realizzato da
Cristo (cfr Gv 13,1) e « riversato nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo » (Rm 5,5). Destinatari dell'amore di Dio, gli uomini sono
costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi strumenti
della grazia, per effondere la carità di Dio e per tessere reti di
carità.
A questa dinamica di carità ricevuta e donata
risponde la dottrina sociale della Chiesa. Essa è ... annuncio della
verità dell'amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio
della carità, ma nella verità. La verità preserva ed esprime la forza di
liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. è, a
un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e insieme
nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere
sociale, un'adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che
affliggono l'umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno
bisogno che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza
fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale,
e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di
potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società
in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali.
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Martedì 26
Giugno 2012
Martedì della XII settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
San Benedetto (480-547), monaco
Regola, Prologo
« Entrate per la porta stretta »
Quando il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste
dicendo: "Chi è l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere
giorni felici?" (Sal 33,13). Se a queste parole tu risponderai: "Io!",
Dio replicherà: "Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, preserva
la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati
dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila" (Sal 33,
14-15)... Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di
questa voce del Signore che ci chiama? Guardate come nella sua
misericordiosa bontà ci indica la via della vita! Armati dunque di fede
(Ef 6,14) e di opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci
per le sue vie in modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati
nel suo Regno (1 Tes 2,12). Se, però, vogliamo trovare dimora sotto la
sua tenda, ossia nel suo Regno, ricordiamoci che è impossibile arrivarci
senza correre verso la meta, operando il bene. Ma interroghiamo il
Signore, dicendogli con le parole del profeta: "Signore, chi abiterà
nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?" (Sal 14,1). E dopo
questa domanda, fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci
indica la via che porta a quella tenda...
Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore
nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso;
ma se, per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità,
dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia,
non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via
della salvezza, che in principio è necessariamente stretta e ripida.
Mentre invece, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede,
si corre per la via dei precetti divini (Sal 118,32) col cuore dilatato
dall'indicibile sovranità dell'amore. Così, non allontanandoci mai
dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero
in una fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la nostra
sofferenza ai patimenti di Cristo (1 Pt 4,13) per meritare di essere
associati al suo regno.
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Mercoledì 27
Giugno 2012
Mercoledì della XII settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Nord Africa) e dottore della Chiesa
Spiegazione del Discorso dalla montagna, cap 24,§80-81 (Nuova Biblioteca Agostiniana)
“Dai loro frutti li riconoscerete”
Con retto criterio si pone il problema dei frutti, ai quali il
Signore vuole che poniamo l'attenzione per poter distinguere l'albero.
Molti ascrivono ai frutti alcune proprietà che appartengono al pelame
delle pecore e così sono ingannati dai lupi, come sono i digiuni, le
preghiere e le elemosine. Che se tutti questi atti non potessero essere
eseguiti anche dagli ipocriti, Gesù non avrebbe detto in precedenza:
“Guardatevi dal praticare la vostra virtù davanti agli uomini per essere
osservati da loro” (Mt 6,1)... Molti infatti distribuiscono ai poveri
non per commiserazione ma per vanagloria; molti pregano o meglio sembra
che preghino non perché tengono presente Dio, ma perché bramano di
essere ammirati dagli uomini; e molti digiunano e ostentano un'astinenza
che desta meraviglia a coloro ai quali questi usi sembrano difficili e
degni di onore. Sono tutti inganni ... Non sono dunque questi i frutti
da cui il Signore esorta a riconoscere l'albero. Se essi si compiono con
buona intenzione secondo verità sono il pelame proprio delle pecore...
L'Apostolo
Paolo insegna quali sono i frutti, riconosciuti i quali, riconosciamo
l'albero cattivo: “Son ben note le opere della carne: fornicazione,
impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia,
gelosia, dissensi, eresie, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose
del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi
le commette non erediterà il regno di Dio” (Ga 5,19-20). Ed egli di
seguito insegna quali sono i frutti, dai quali possiamo riconoscere
l'albero buono: “Frutto dello spirito è invece amore, gioia, pace,
pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (v
22-23).
è opportuno riflettere che nel brano “gioia” è
stata usata in senso proprio, poiché non si può dire con proprietà che i
cattivi gioiscono ma che sono ebbri di gioia. ... Secondo questa
proprietà, per cui la gioia si dice soltanto dei buoni, anche il profeta
afferma: “Non c'è gioia per i malvagi, dice il Signore” (Is 48,22).
Così la fede, di cui si è parlato, certamente non una fede qualunque ma
la vera fede, e gli altri concetti, di cui si è parlato, hanno una certa
apparenza negli uomini cattivi e impostori, sicché ingannano se l'altro
non ha ormai l'occhio puro e sincero, con cui è consapevole di questi
fatti.
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Giovedì 28
Giugno 2012
Giovedì della XII settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Vita di san Francesco di Assisi detta «Perugina » (XIV secolo)
§102
Un uomo saggio costruisce la sua casa sulla roccia
Fin dall'inizio della sua conversione, il beato Francesco, come un uomo
saggio, voleva, con l'aiuto del Signore, stabilire saldamente insieme la
sua casa e lui stesso, cioè il suo Ordine dei Frati minori, su una
roccia solida, ossia sulla grandissima umiltà e la grandissima povertà
del Figlio di Dio.
Fondati su una grandissima umiltà: per questo
fin dall'inizio, quando il numero dei fratelli ha cominciato a
crescere, prescrisse loro di rimanere negli ospizi per servire i
lebbrosi. In quel momento, quando i postulanti si presentavano, sia che
fossero nobili che plebei, erano avvertiti che avrebbero dovuto servire i
lebbrosi e abitare nei loro ospizi.
Fondati su una grandissima
umiltà: egli scrisse infatti nella sua regola che i fratelli devono
abitare le loro case “come ospiti e pellegrini, e non desiderare nulla
sotto il cielo”, se non la santa povertà grazie alla quale il Signore li
nutrirà in questo mondo di alimenti per il corpo e di virtù, il che
varrà loro nell'altra vita come eredità, cioè il cielo.
Anche
per se stesso, Francesco scelse questo fondamento di un'umiltà perfetta e
di una povertà perfetta; pur essendo stato un grande personaggio nella
Chiesa di Dio, ha scelto liberamente di occupare l'ultimo posto, non
soltanto nella Chiesa, ma anche tra i suoi fratelli.
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Venerdì 29
Giugno 2012
Santi Pietro e Paolo, apostoli, solennità
Meditazione del giorno
Isacco della Stella (? - circa 1171), monaco cistercense
Discorso 49, primo per la festa dei santi Pietro e Paolo; SC 339
“Mi sono fatto tutto a tutti. Senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 9,22; 10,33)
“Sono uomini di misericordia quelli le cui opere buone non
cadono in oblio; i beni che hanno lasciato alla loro posterità
rimangono per sempre” (liturgia latina; Sir 44,10-11). Miei cari,
celebriamo il giorno della nascita degli apostoli Pietro e Paolo; ed è
assolutamente giusto... che una simile morte sia chiamata nascita,
poiché essa genera alla vita... Ecco dove arrivano i santi: con questa
morte che dà vita, essi lasciano la vita che conduce alla morte, per
giungere alla vita vivificante che è nella mano di Colui che “ha la vita
in se stesso”, il Padre, come dice Cristo (Gv 5,26)...
Ci
sono tre tipi di uomini misericordiosi. I primi danno dei loro beni ...
in vista di supplire col loro superfluo alla povertà di altri... I
secondi distribuiscono tutti i loro beni, e per essi d'ora innanzi ...
tutto è in comune con altri... Quanto ai terzi, non solo essi danno
tutto, ma “consumano se stessi” (2Cor 12,15) e vanno incontro ai
pericoli della prigione, dell'esilio e della morte, per salvare gli
altri dal pericolo in cui sono le loro anime. Sono incuranti di sé,
perché si preoccupano degli altri. Riceveranno la ricompensa per questo
amore “del quale non esiste più grande: dare la propria vita per coloro
che si ama” (Gv 15,13).... Così sono questi gloriosi principi della
terra e servitori del cielo di cui oggi – dopo lunghe privazioni “fame e
sete, freddo e nudità”, durissime fatiche e pericoli “dai loro
connazionali, dai pagani e dai falsi fratelli” (2Cor 11,26-27) – noi
celebriamo la morte magnificamente vittoriosa. A uomini così si addice
bene questa frase: “Le loro opere buone non cadono nell'oblio”, perché
essi non hanno dimenticato la misericordia... Sì, ai misericordiosi “la
sorte che tocca è splendida, la loro eredità magnifica” (Sal 16,6).
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Sabato 30
Giugno 2012
Sabato della XII settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa cattolica
§830-835
“Molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa ... nel regno dei cieli”
La parola “cattolica” significa “universale” nel senso di
“secondo la totalità” o “secondo l'integralità”. La Chiesa è cattolica
in un duplice senso. è cattolica perché in essa è presente Cristo. “Là
dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica” [Sant'Ignazio di
Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 2]. In essa sussiste la pienezza
del Corpo di Cristo unito al suo Capo, [Cf Ef 1,22-23 ] .... La Chiesa,
in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di Pentecoste [Cf
Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 4] e lo sarà sempre fino al giorno della
Parusia.
Essa è cattolica perché è inviata in missione
da Cristo alla totalità del genere umano: [Cf Mt 28,19] Tutti gli uomini
sono chiamati a formare il nuovo Popolo di Dio. Perciò questo Popolo,
restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i
secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale
in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme
infine i suoi figli, che si erano dispersi. [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen
gentium, 13]. ...
Ogni Chiesa particolare è
“cattolica”... Queste Chiese particolari sono “formate a immagine della
Chiesa universale”; in esse e a partire da esse “esiste la sola e unica
Chiesa cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23]. Le Chiese
particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro:
la Chiesa di Roma, “che presiede alla carità” [Sant'Ignazio di
Antiochia, Epistula ad Romanos, 1, 1]. “è sempre stato necessario che
ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana
in forza del suo sacro primato” [Sant'Ireneo di Lione]. ... La ricca
varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni
teologici e spirituali propri alle “Chiese locali tra loro concordi,
dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa”
[Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].
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Domenica
1° Luglio 2012
XIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno B
Meditazione del giorno
Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa
Discorso ai giovani del Cile 02/04/1987 - © Libreria Editrice Vaticana
“Subito la fanciulla si alzò”
Cristo entrò nell'abitazione dove ella giaceva, le prese la mano
e le disse: “Fanciulla, io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41).... Il mondo
ha bisogno della vostra risposta personale alle Parole di vita del
Maestro: “Io ti dico, alzati!”. Vediamo come Gesù va incontro
all'umanità, nelle situazioni più difficili e penose. Il miracolo
compiuto nella casa di Giairo ci mostra il suo potere sul male. è il
Signore della vita, il vincitore della morte. ...
Tuttavia
non possiamo dimenticare che, secondo quanto ci insegna la fede, la
causa prima del male, dell'infermità, della stessa morte, è il peccato
sotto le sue diverse forme. Nel cuore di ciascuno e di ciascuna sta
questa infermità che ci colpisce tutti: il peccato personale, sempre più
radicato nelle coscienze, nella misura in cui si perde il senso di Dio;
nella misura in cui si perde il senso di Dio! Non si può vincere il
male con il bene se non si ha questo senso di Dio, della sua azione,
della sua presenza che ci invita a scommettere sempre per la grazia, per
la vita, contro il peccato, contro la morte. è in gioco la sorte
dell'umanità...
Da qui la necessità di vedere le
implicazioni sociali del peccato per edificare un mondo degno dell'uomo.
Vi sono mali sociali che danno vita ad una vera e propria “comunione
del peccato”, in quanto, insieme all'anima, avviliscono la Chiesa e in
certo qual modo il mondo intero... Amati giovani. Combattete la buona
battaglia della fede per la dignità dell'uomo, per la dignità
dell'amore, per una vita nobile, di figli di Dio. Vincere il peccato
mediante il perdono di Dio è una guarigione, una risurrezione. Non
abbiate paura delle esigenze dell'amore di Cristo. Temete, al contrario,
la pusillanimità, la leggerezza, la comodità, l'egoismo; tutto quello
che vuole ridurre al silenzio la voce di Cristo che, rivolgendosi a
ciascuno, ripete “Io ti dico, alzati!”
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Lunedì 2
Luglio 2012
Lunedì della XIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario
Meditazione del giorno
Sant'Alfonso Maria de' Liguori, (1696-1787), vescovo e dottore della Chiesa
Novena del Santo Natale, Discorso 8
“Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo”
Come Cristo è nato povero, così ha continuato a vivere in
povertà tutta la vita; non solo povero, ma indigente, secondo
l'espressione di san Paolo “mendicante” (2Cor 8,9)... A Nazareth Gesù
visse nella povertà: “una casa povera, poveri mobili, è la dimora scelta
dal Creatore del mondo”. Vi visse poveramente, guadagnando il pane col
sudore della fronte, a prezzo di grandi fatiche, come gli artigiani ed i
figli degli artigiani. Del resto, gli ebrei non credevano e non lo
chiamavano forse “carpentiere, figlio del carpentiere”? (Mc 6,3; Mt
13,55)
In seguito, comparve in pubblico per predicare il
Vangelo. Durante gli ultimi tre anni della vita, lungi dal migliorare il
suo modo di vivere, pratica anzi una povertà ancora più rigorosa, non
vive che di elemosina. Ad uno che voleva seguirlo nella speranza di
vivere meglio, risponde: “Sappiatelo bene: le volpi hanno le loro tane e
gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove
posare il capo”. E ciò vuol dire: se, mettendoti al mio seguito, tu
credi di trovare uno stato agiato, ti sbagli, poiché io sono venuto in
terra ad insegnare la povertà. Con questa intenzione, mi sono fatto più
povero delle volpi e degli uccelli, che hanno almeno un riparo; in
questo mondo, non ho il benché minimo spazio che mi appartiene, dove
possa riposare, e voglio che i miei discepoli mi assomiglino...
“Un
servitore di Gesù Cristo non possiede nulla al di fuori di Gesù
Cristo”, afferma San Girolamo. Non desidera nemmeno possedere qualcosa
oltre Gesù. In una parola, Gesù ha sempre vissuto povero, è anche morto
povero: non c'è stato forse bisogno che Giuseppe d'Arimatea gli desse la
tomba, e che altri gli facessero l'elemosina di un lenzuolo per
avvolgerne il corpo?
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Martedì 3
Luglio 2012
San Tommaso, apostolo, festa
Meditazione del giorno
Basilio di Seleucia ( ?-circa 468), vescovo
Discorso per la Resurrezione, 1-4
“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15)
“Metti il dito nel posto dei chiodi”, dice Gesù a Tommaso. “Tu
mi volevi quando non c'ero, approfittane ora. Conosco il tuo desiderio
nonostante il tuo silenzio. Prima che parli, so ciò che pensi. Ti ho
sentito parlare, e benché invisibile, ero accanto a te, vicino ai tuoi
dubbi, e senza farmi vedere, ti ho fatto aspettare, per meglio vedere la
tua impazienza. Metti il dito al posto dei chiodi. Metti la mano nel
costato, e non essere più incredulo, ma credi”.
Allora
Tommaso lo tocca: la sua diffidenza cade e colmo di fede sincera e di
tutto l'amore che si può avere per Dio, esclama: “Mio Signore e mio
Dio!”. E il Signore gli dice: “Perché mi hai visto, hai creduto; beati
quelli che non hanno visto ed hanno creduto! Tommaso, porta l'annuncio
della mia resurrezione a quelli che non mi hanno visto. Trascina la
terra intera a credere non ai suoi occhi, ma alla tua parola. Percorri i
popoli e le città pagane. Insegna loro a portare la croce sulle spalle
al posto delle armi... Dì loro che sono chiamati dalla grazia, e tu,
contempla la loro fede: beati, davvero, coloro che pur non avendo visto
hanno creduto!”
Questo è l'esercito costituito dal
Signore; questi i figli del fonte battesimale, le opere della grazia, il
raccolto dello Spirito. Hanno seguito Cristo senza averlo visto,
l'hanno cercato ed hanno creduto. L'hanno riconosciuto con gli occhi
della fede, non del corpo. Non hanno messo le dita al posto dei chiodi,
ma si sono stretti alla sua croce ed hanno abbracciato i suoi dolori.
Non hanno visto il costato del Signore, ma per la grazia si sono uniti
alle sue membra ed hanno fatto propria la parola del Signore: “Beati
coloro che pur non avendo visto hanno creduto!”
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