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| From: Enzo Claudio (Original message) |
Sent: 29/11/2009 08:44 |
Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani
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Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742
Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.
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Altri Santi del giorno
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Martedì 23 Ottobre 2012
San Giovanni da Capestrano
Sacerdote O.F.M. Patrono dei Cappellani militari (memoria facoltativa)
iovanni nacque a Capestrano (AQ) il 24 giugno 1386 da un barone tedesco e una madre abruzzese.
Studiò a Perugia dove si laureò “in utroque iure” (ossia diritto civile ed ecclesiastico). Divenuto uno stimato giurista, fu nominato governatore della città da Ladislao di Durazzo e, in seguito, imprigionato quando la città fu occupata dai Malatesta.
In carcere ebbe luogo la sua conversione. Una volta libero, fece annullare il suo matrimonio e prese i voti nel convento francescano di Assisi. Da sacerdote condusse la sua attività apostolica in tutta l'Europa settentrionale ed orientale, in particolare in Ungheria. La sua predicazione era volta al rinnovamento dei costumi cristiani e a combattere l'eresia e l'usura praticata dalla maggior parte degli ebrei.
Aveva settant'anni quando fu incaricato dal Papa Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458), nel 1456, insieme ad alcuni altri frati, di predicare la Crociata contro l'Impero Ottomano che aveva invaso la penisola balcanica.
Percorrendo l'Europa orientale, Giovanni riuscì a raccogliere decine di migliaia di volontari, alla cui testa partecipò all'assedio di Belgrado nel luglio di quell'anno.
Egli incitava i cristiani, che combattevano, ad avere fede nel nome di Gesù. “Sia avanzando che retrocedendo - gridava - sia colpendo che colpiti, invocate il Nome di Gesù. In Lui solo è salute!”.
Per undici giorni e undici notti non abbandonò mai il campo; l'esercito turco fu messo in fuga e lo stesso sultano Maometto II venne ferito. Questa, però, doveva essere la sua ultima fatica di combattente.
Tre mesi dopo, il 23 ottobre, moriva, presso Ujlak sulla riva del Danubio nel regno di Ungheria, consegnando ai suoi fedeli la Croce, emblema di Cristo Re, che egli aveva servito fino allo stremo delle sue forze.
Giovanni da Capestrano venne canonizzato il 16 ottobre del 1690 da Pp Alessandro VIII (Pietro Vito Ottoboni, 1689-1691).
Dalla data tradizionale del 28 marzo, il nuovo Calendario della Chiesa ha riportato al 23 ottobre, data effettiva della sua morte, la memoria facoltativa di S. Giovanni da Capestrano, uno dei due Santi che, nelle opere d'arte del 400, vengono rappresentati con lo stemma di Cristo Re.
Il primo è S. Bernardino da Siena, che mostra lo stemma raggiante sulla tipica tavoletta di legno, da lui alzata su tutte le piazze come simbolo di libertà e pegno di pace.
Il secondo, appunto, è S. Giovanni da Capestrano, che sventola invece quel luminoso stemma sopra una bandiera.
Significato del nome Giovanni : “il Signore è benefico,dono del Signore” (ebraico).
Fonti principali : wikipendia.org; santiebeati.it («RIV.»).
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Mercoledì 24 Ottobre 2012
Santo(i) del giorno S. ANTONIO MARIA CLARET, Vescovo e fondatore (mf)S. LUIGI GUANELLA, Sacerdote, fondatore di due CongregazioniSS. Areta e 340 compagni, Martiri a Nagran († 523)SS. Ciriaco e Claudiano, Martiri in Frigia († sec. inc.)S. Evergislo, Vescovo e martire in Belgio († cc 590)S. Giuseppe Le Dang Thi, Centurione e martire († 1860)B. Giuseppe Baldo (1843-1915), presbitero veronese, fondatoreB. Jan Balicki (1869-1948), presbitero e martire |
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Mercoledì 24 Ottobre 2012
S. Antonio Maria Claret, Vescovo Fondatore delle congregazioni : “Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria” “Religiose di Maria Immacolata” (memoria facoltativa)
ntonio María Claret y Clará (identità completa), quinto di dieci figli, nacque a Sallent (Barcellona) il 23 dicembre 1807 in una famiglia, profondamente cristiana, di tessitori catalani.
Il 13 giugno 1835, all'età di 28 anni, venne ordinato sacerdote. Si recò a Roma per farsi inviare nelle terre di missione ma, a causa della sua salute cagionevole, venne rifiutato sia dalla “Congregazione Propaganda Fide” che dai gesuiti. Tornato in Spagna, si dedicò all'organizzazione delle missioni popolari in Catalogna e nelle Canarie, guadagnandosi la fama di grande predicatore.
Il 16 luglio 1849 fondò a Vic (Catalogna) la Congregazione dei “Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria” (C.M.F.), oggi anche conosciuti come Missionari Clarettiani, dedita all'apostolato e soprattutto all'attività missionaria.
Il 20 maggio 1850 fu nominato, dal Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878), arcivescovo di Santiago di Cuba (all'epoca appartenente alla corona di Spagna) dove si trasferì nel febbraio 1851 rimanendovi fino al 1860. Nel suo strenuo lavoro apostolico affronta i gravi problemi morali, religiosi e sociali dell'Isola: concubinato, povertà, schiavitù, ignoranza, ecc., ai quali si aggiungono due calamità che colpiscono la popolazione: epidemie e terremoti.
Con un gruppo di santi missionari ripercorre, instancabilmente, la sua vasta diocesi per ben quattro volte. Le sue preoccupazioni pastorali si riversano anche in gran parte nel potenziamento del seminario e nella riformazione del clero.
Nell'ambito sociale promuove l'agricoltura, anche con diverse pubblicazioni, creando una fattoria-modello a Camagüey (a partire dal 2008, il centro storico è inserito tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO). Oltre a questo crea in ogni parrocchia una cassa di risparmio, opera pioniera in America Latina.
Promuove l'educazione cercando Istituti religiosi e creando egli stesso, insieme alla Venerabile Maria Antonia Paris, la congregazione delle Religiose di Maria Immacolata (Missionarie Clarettiane).
Tornò in Patria quando la regina Isabella II di Spagna lo richiamò e divenne suo confessore; qui continuò ad annunziare il Vangelo nella capitale e in tutta la penisola.
Esiliato in Francia nel 1868, arrivò con la regina a Parigi e, anche qui, proseguì le sue predicazioni. Poi partecipò a Roma al concilio Vaticano I dove fu tra i principali sostenitori della proclamazione del dogma dell'infallibilità papale.
Perseguitato ancora dalla rivoluzione, si rifugiò nel monastero di Fontfroide presso Narbona (FR), dove spirò santamente il 24 ottobre del 1870.
Sulla tomba vengono scolpite le parole di S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana, 1073-1085): “Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità, per questo muoio in esilio”. Il suo corpo si venera nella Casa Madre dei Clarettiani a Vic (Barcellona, Spagna).
È stato beatificato il 25 febbraio 1934 da Pp Pio XI (Achille Ratti, 1922-1939) e proclamato santo, l’8 maggio 1950, dal Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) che, nel corso dell’omelia, disse del Claret : « spirito grande, sorto come per appianare i contrasti: poté essere umile di nascita e glorioso agli occhi del mondo; piccolo nella persona però di anima gigante; modesto nell'apparenza, ma capacissimo d'imporre rispetto anche ai grandi della terra; forte di carattere però con la soave dolcezza di chi sa dell'austerità e della penitenza; sempre alla presenza di Dio, anche in mezzo ad una prodigiosa attività esteriore; calunniato e ammirato, festeggiato e perseguitato. E tra tante meraviglie, quale luce soave che tutto illumina, la sua devozione alla Madre di Dio».
All'inizio del terzo millennio i Clarettiani lavorano in ben 65 paesi dei cinque continenti. Nel 1936/39, durante la guerra civile spagnola, 271 vennero uccisi per la loro fede; tra questi spiccano i 51 Martiri di Barbastro, beatificati dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) nel 1992.
Significato del nome Antonio: «che fa fronte ai suoi avversari» (greco).
Per approfondimenti & è Missionari Clarettiani Fonte principale : claret.org/it («RIV.»). |
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Mercoledì 24 Ottobre 2012
San Luigi Guanella
Sacerdote, fondatore di due Congregazioni :
"Servi della carità"
"Figlie di S. Maria della Provvidenza"
uigi Guanella, nacque a Fraciscio di Campodolcino (SO), diocesi di Como, il 19 dicembre 1842, nono di tredici fratelli, da Lorenzo e Maria Bianchi. Frequentò a Como i corsi umanistici nel collegio Gallio e quelli di filosofia e di teologia nei seminari diocesani.
Fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1866; in quell'occasione ebbe a dire: “Voglio essere spada di fuoco nel ministero santo”.
Fin dai primi anni di ministero a Prosto e a Savogno (SO) manifestò zelo apostolico ardente e una predilezione per i poveri e gli infelici. Durante questo periodo prese contatto con l’opera del Cottolengo e con don Bosco, presso il quale si recò nel 1875, legandosi per tre anni con i voti alla pia Società Salesiana.
Richiamato dal suo Vescovo, riprese il ministero in Diocesi, come coadiutore nella parrocchia di Traona (SO), dove ebbe modo di aprire una scuola per ragazzi poveri, che dovette poi chiudere per ostilità delle autorità civili. Difficoltà, diffidenze, incomprensioni e persecuzioni troncarono sul nascere per lunghi anni ogni avvio di opere e fecero di lui un prete errante e confinato, ritenuto matto dagli amici e pericoloso dai nemici. In questa dolorosa gestazione formò tenero e forte un cuore di padre, di guida e di pastore, scrisse i suoi pensieri più belli di fede, si confrontò col mondo, imparò a camminare sicuro e lontano su strade impervie seguendo la sua stella negli orizzonti chiari della Chiesa.
Da Traona fu mandato a Olmo, un villaggio alpestre in Val Chiavenna, dove si sentì isolato e incompreso persino dai superiori. A Olmo rimase pochi mesi, poiché nel novembre 1881 passò come economo spirituale a Pianello Lario (CO). Qui il suo predecessore, don Carlo Coppini, con alcune giovani desiderose di vivere consacrate al Signore, aveva aperto un ospizio per l’educazione di orfanelle e per l’assistenza di persone anziane.
Don Luigi scorse in quella istituzione "un embrione" delle opere di carità che fin dalla fanciullezza il Signore gli andava ispirando, anche con segni premonitori. Quando, qualche tempo dopo, fu chiamato ad assumerne la direzione, vi impresse vigoroso impulso di formazione e di sviluppo.
Nell’aprile 1886 fondò in Como la casa Divina Provvidenza; sotto la sua guida, il piccolo gruppo di religiose, chiamate Orsoline, divenne ben presto la Congregazione delle "Figlie di S. Maria della Provvidenza". Da allora don Guanella si prodigò per creare opere caritative in varie parti d’Italia, della Svizzera e degli Stati uniti d’America.
Condivise questo suo slancio apostolico, oltre che con le Suore, anche con un gruppo di sacerdoti, giovani chierici e Fratelli, disposti a vivere e operare con lui in una nuova congregazione religiosa, per la quale già dal 1896 chiese l’approvazione pontificia. La sera del 24 marzo 1908, egli poté emettere con i suoi seguaci, nel Santuario del Sacro Cuore in Como, i primi voti semplici perpetui: nasceva così la Congregazione dei "Servi della carità", che, nell’agosto 1912, otteneva dalla S. Sede il "Decretum laudis". Assidua fu in lui l’attenzione a procurarsi Cooperatori: intorno alle sue opere, questi costituivano sostegno vitale e necessaria irradiazione di bene.
L’ansia di don Luigi per soccorrere i più bisognosi e per la salvezza delle anime non aveva confini. Per aiutare i morenti istituì la Pia Unione del transito di S. Giuseppe, fondò chiese e opere per gli emigranti, si interessò fattivamente per lo sviluppo morale e materiale della sua Valle.
Il 13 gennaio 1915, la Marsica, in Abruzzo, è devastata da un drammatico terremoto. Don Guanella è lì a portare soccorso e al suo fianco c’è don Orione (canonizzato il 16 maggio 2004). Promosse la diffusione della buona stampa anche con la pubblicazione di scritti ascetici, morali, agiografici e storici. Morì il 24 ottobre 1915.
“Togliere la disperazione per portare tutte le persone a Dio”: così si potrebbe riassumere l’opera di don Lugi Guanella: l'opera di un uomo che ha dedicato la sua vita alle persone abbandonate, anziani e giovani, con disturbi mentali o motori, con Sindrome di down e con tante altre problematiche fisiche. Le due Congregazioni religiose da lui fondate, continuano a proseguire la sua opera in 20 Paesi di quattro continenti.
Riconosciuta, con regolare processo canonico, la santità della vita e l'eroicità delle virtù, fu dichiarato Beato dal Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978), il 25 ottobre 1964.
Il miracolo richiesto per la Canonizzazione è avvenuto negli Stati Uniti e riguarda un giovane di 22 anni che aveva riportato un trauma cranico-occipitale ed era entrato in coma.
Il sabato 22 ottobre 2011 si è tenuta una Veglia di preghiera della Famiglia Guanelliana nella Basilica di S. Paolo fuori le mura e l'indomani, 23 ottobre, sulla piazza S. Pietro gremita di fedeli, Don Luigi Guanella è stato dichiarato santo nel corso di una celebrazione presieduta da Papa Benedetto XVI.
Significato del nome Luigi : "combattente valoroso" (franco-tedesco).
Per approfondimenti & è Opera Don Guanella
Per scaricare (file pdf ) è Ritratto di un santo
Fonti principali : guanelliani.org; bollettinoRadioVaticana (« RIV.»). |
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Santo(i) del giorno SS. CRISPINO e CRISPINIANO, MartiriB. CARLO GNOCCHI, Sacerdote e fondatoreSS. Crisanto e Daria, Martiri a Roma († 283 cc)S. Miniato di Firenze, Martire († cc sec. III)SS. Martirio e Marciano, Martiri a Costantinopoli († cc 351)San Gaudenzio di Brescia, Vescovo († cc 410)SS. Frutto († cc 715), Valentino ed Engrazia, Fratelli e martiri in SpagnaB. Recaredo Centelles Abad (1904-1936), Presbitero e martire in SpagnaBB. Maria Teresa Ferragud Roig e compagne, Martiri in Spagna († 1936) |
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Giovedì 25 Ottobre 2012
Santi Crispino e Crispiniano Martiri
rispino e Crispiniano (fine III sec.), secondo la tradizione agiografica, si sarebbero recati (o sarebbero stati inviati), come missionari, al tempo di Diocleziano, nella Gallia Belgica (una provincia romana ubicata nelle odierne Olanda meridionale, Belgio, Lussemburgo, Francia nord-orientale e Germania occidentale).
I due Santi, forse fratelli, di nobile origine romana, scelsero, come sede della loro evangelizzazione, la città di Soissons, ove esercitarono il mestiere di calzolai, distinguendosi per maestria e per carità al punto tale da attrarre molta gente, che veniva poi da loro convertita.
Quando l'imperatore Massimiano venne a conoscenza delle numerose conversioni ordinò al ministro Rizio Varo di arrestarli. Questi, dopo aver cercato inutilmente di convincere i due cristiani ad abiurare, li condusse incatenati davanti all'imperatore, presso il quale essi non solo riaffermarono la propria fede nella Trinità, ma esortarono lo stesso Massimiano ad abbandonare la propria. Immediata fu la reazione dell'imperatore che ordinò a Rizio Varo di sottoporre Crispino e Crispiniano ad atroci tormenti.
L'empio ministro fece conficcare sotto le loro unghie alcune spine che, però, si lanciavano contro i carnefici, ferendone alcuni ed uccidendone altri; li gettò, poi, con una pietra al collo nel fiume ghiacciato, ma per intercessione divina le pietre si slegarono e l'acqua si riscaldò, permettendo a Crispino e Crispiniano di raggiungere l'altra riva. Catturati, vennero prima immersi nel piombo liquefatto, poi nella pece ardente mista a grasso e olio, ma, liberati dagli angeli, non avvertirono alcuna sofferenza; Rizio Varo, in preda al furore, si buttò nel fuoco.
Massimiano li fece allora decapitare e i loro corpi, abbandonati in preda ai cani e agli uccelli, non furono da questi neppure toccati.
Custoditi da due poveri vecchi, vennero tumulati, al termine della persecuzione, in due sepolcri, presso i quali avvenivano molte guarigioni. Sullo stesso luogo fu edificata una basilica in onore dei due martiri. Sebbene il racconto risulti tutt'altro che attendibile, l'esistenza di Crispino e Crispiniano è da ritenersi certa.
La testimonianza di Gregorio di Tours, che menziona la basilica eretta in loro onore a Soissons, attesta la vitalità del culto dei due santi nel VI sec. in questa città, che li celebra come patroni. Anche ad Osnabruck (bassa Sassonia) che, su volere di Carlo Magno, accolse alcune loro reliquie, il culto di Crispino e Crispiniano risulta particolarmente vivo, come lo è in qualsiasi luogo ove sia fiorente il mestiere di calzolaio, di cui i due santi sono protettori.
Di ben altra origine risulta il loro culto in Inghilterra, essendo esso legato alla vittoria di Azincourt del 25 ottobre del 1415, giorno appunto della festa di Crispino e Crispiniano.
Nell'iconografia i due martiri sono facilmente riconoscibili dagli arnesi del mestiere (trincetto, lesina, deschetto, ecc.) o dagli strumenti del martirio.
Significato del nome Crispino: “dai capelli crespi, ricci” (latino). Fonte principale : parrocchiabattu.org (« RIV. »). |
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Beato Carlo Gnocchi
Cappellano militare
"padre dei mutilatini"
arlo Gnocchi, terzogenito di Enrico Gnocchi, marmista, e Clementina Pasta, sarta, nasce a S. Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902. Rimasto orfano del padre all'età di cinque anni, si trasferisce a Milano con la madre e i due fratelli, Mario e Andrea, che di lì a poco moriranno di tubercolosi. Seminarista alla scuola del cardinale Andrea Ferrari, nel 1925 viene ordinato sacerdote dall'Arcivescovo di Milano, Eugenio Tosi.
Celebrerà la sua prima Messa il 6 giugno a Montesiro, il paesino della Brianza dove viveva la zia, dove tornava spesso nei periodi di vacanza e dove, fin da piccolo, aveva trascorso lunghi periodi di convalescenza, lui di salute così cagionevole.
Il primo impegno apostolico del giovane don Carlo è quello di assistente d’oratorio: prima a Cernusco sul Naviglio, poi, dopo solo un anno, nella popolosa parrocchia di S. Pietro in Sala, a Milano. Raccoglie stima, consensi e affetto tra la gente tanto che la fama delle sue doti di ottimo educatore giunge fino in Arcivescovado: nel 1936 il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster (proclamato Beato il 12 maggio 1996) lo nomina direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l'Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
Sul finire degli anni Trenta, sempre il Cardinale Schuster gli affida l'incarico dell'assistenza spirituale degli universitari della Seconda Legione di Milano, comprendente in buona parte studenti dell'Università Cattolica e molti ex allievi del Gonzaga. Nel 1940 l'Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Don Carlo, coerente alla tensione educativa che lo vuole sempre presente con i suoi giovani anche nel pericolo, si arruola come cappellano volontario nel battaglione "Val Tagliamento" degli alpini, destinazione il fronte greco albanese.
Terminata la campagna nei Balcani, dopo un breve intervallo a Milano, nel ‘42 don Carlo riparte per il fronte, questa volta in Russia, con gli alpini della Tridentina. Nel gennaio del ‘43 inizia la drammatica ritirata del contingente italiano: don Carlo, caduto stremato ai margini della pista dove passava la fiumana dei soldati, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato. È proprio in questa tragica esperienza che, assistendo gli alpini feriti e morenti e raccogliendone le ultime volontà, matura in lui l'idea di realizzare una grande opera di carità che troverà compimento, dopo la guerra, nella Fondazione Pro Juventute.
Ritornato in Italia nel 1943, don Carlo inizia il suo pietoso pellegrinaggio, attraverso le vallate alpine, alla ricerca dei familiari dei caduti per dare loro un conforto morale e materiale. In questo stesso periodo aiuta molti partigiani e politici a fuggire in Svizzera, rischiando in prima persona la vita: lui stesso viene arrestato dalle SS con la grave accusa di spionaggio e di attività contro il regime.
A partire dal 1945 comincia a prendere forma concreta quel progetto di aiuto ai sofferenti appena abbozzato negli anni della guerra: viene nominato direttore dell'Istituto Grandi Invalidi di Arosio e accoglie i primi orfani di guerra e i bambini mutilati. Inizia così l'opera che lo porterà a guadagnare sul campo il titolo più meritorio di "padre dei mutilatini". Ben presto la struttura di Arosio si rivelerà insufficiente ad accogliere i piccoli ospiti le cui richieste di ammissione arrivano da tutta Italia; ma, quando la necessità si fa impellente, ecco intervenire la Provvidenza. Nel 1947, gli viene concessa in affitto, a una cifra simbolica, una grande casa a Cassano Magnago, nel varesotto.
Nel 1949 l'Opera di don Gnocchi ottiene un primo riconoscimento ufficiale: la "Federazione Pro Infanzia Mutilata", da lui fondata l'anno prima per meglio coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime della guerra, viene riconosciuta ufficialmente con Decreto del Presidente della Repubblica.
Nello stesso anno, il Capo del Governo, Alcide De Gasperi, promuove don Carlo consulente della Presidenza del Consiglio per il problema dei mutilatini di guerra. Da questo momento uno dopo l'altro, aprono nuovi collegi: Parma (1949), Pessano (1949), Torino (1950), Inverigo (1950), Roma (1950), Salerno (1950), Pozzolatico (1951).
Nel 1951 la Federazione Pro Infanzia Mutilata viene sciolta e tutti i beni e le attività vengono attribuiti al nuovo soggetto giuridico creato da don Gnocchi: la Fondazione Pro Juventute, riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica l'11 febbraio 1952.
Nel 1955 don Carlo lancia la sua ultima grande sfida: si tratta di costruire un moderno Centro che costituisca la sintesi della sua metodologia riabilitativa. Nel settembre dello stesso anno, alla presenza del Capo dello Stato, Giovanni Gronchi, viene posata la prima pietra della nuova struttura, nei pressi dello stadio di S. Siro, a Milano.
Don Carlo, minato da una malattia incurabile, non riuscirà a vedere completata l'opera nella quale aveva investito le maggiori energie: il 28 febbraio 1956, la morte lo raggiungerà prematuramente presso la Columbus, una clinica di Milano dove era da tempo ricoverato per una grave forma di tumore.
I funerali furono grandiosi per partecipazione e commozione: quattro alpini a sorreggere la bara, altri a portare sulle spalle i piccoli mutilatini in lacrime.
Poi la commozione degli amici e conoscenti, centomila persone a gremire il Duomo e la piazza e l’intera città di Milano listata a lutto. Così il 1° marzo 1956 l’arcivescovo Montini (fututo Pp Paolo VI) celebrava i funerali di don Carlo.
Tutti i testimoni ricordano che correva per la cattedrale una specie di parola d’ordine: “Era un santo, è morto un santo”.
Durante il rito, fu portato al microfono un bambino che disse : “Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo”. Ci fu un’ovazione.
L'ultimo suo gesto profetico è la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti - Silvio Colagrande e Amabile Battistello - quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato da apposite leggi. Il doppio intervento, eseguito dal prof. Cesare Galeazzi, riuscì perfettamente. La generosità di don Carlo anche in punto di morte e l'enorme impatto che il trapianto ebbe sull'opinione pubblica impressero un'accelerazione decisiva al dibattito. Tant'è che nel giro di poche settimane venne varata una legge ad hoc.
Don Carlo Gnocchi è diventato ufficialmente beato il 25 ottobre 2009, nel corso di una solenne cerimonia che si è tenuta in piazza Duomo a Milano davanti a 50 mila fedeli, presieduta dall’arcivescovo di Milano, Cardinale Dionigi Tettamanzi.
Per approfondimenti & è Fondazione Don Carlo Gnocchi Fonte principale : dongnocchi.it (« RIV.»). |
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Venerdì 26 Ottobre 2012
Santi Luciano e Marciano
Martiri
uciano e Marciano sono dei santi di cui ci sono scarsissimi e contrastanti cenni agiografici.
Nati ed allevati nel paganesimo, vivevano immersi nelle più abominevoli dissolutezze, quando piacque al Signore di riguardarli con occhio di misericordia e ritirarli dal baratro in cui erano precipitati.
La conversione avvenne quando, volendo essi indurre una vergine cristiana a consentire alle loro infami voglie, ricorrendo a ciò che c'è di più abominevole nell'arte magica, di cui erano maestri, tutti i loro sforzi risultarono vani.
Gli stessi demoni furono costretti a confessare di non avere alcun potere sopra quelli che appartengono a Gesù Cristo; questa confessione, strappata dalla bocca del padre della menzogna, fece una forte impressione nell'animo di Luciano e Marciano.
In essi, l'onnipotente grazia del Signore ispirò loro l'amore della virtù ed un estremo odio ed avversione alle loro detestabili scelleratezze.
Per far vedere, poi, con le opere, la sincerità della loro conversione, bruciarono in una pubblica piazza tutti i libri di magia, manifestando, con quest'atto, la rinuncia alle loro profane superstizioni.
Coronarono, infine, la loro vita con il martirio a Nicomedia in Bitinia, l’odierna Turchia : si tramanda che siano stati messi al rogo sotto l’imperatore Decio, per ordine del proconsole Sabino.
Significato del nome Luciano : “[figlio] di Lucio o “nato al mattino” (latino). Fonte principale : conmaria.it («RIV.»). |
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Venerdì 26 Ottobre 2012
Beata Celina Chludzińska (vedova Borzęcka)
Religiosa, fondatrice :
“Suore della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo”
elina Chludzińska Borzęcka nacque il 29 ottobre 1833 ad Antowil, presso Orsza (allora territorio polacco, odierna Bielorussia) da Ignazio e Petronella Chludzinski, una famiglia di ricchi proprietari terrieri. Crebbe in un ambiente di sane tradizioni cattoliche e patriottiche. L'istruzione le fu data in casa come era costume del tempo e come dettava la posizione sociale dei genitori.
La vita spirituale di Celina cominciò a svilupparsi ben presto e la domanda indirizzata a Dio: “Cosa vuoi che io faccia con la mia vita? ” apparve spesso nelle sue preghiere. Dopo un ritiro a Vilnius nel 1853, espresse il desiderio di diventare suora, ma incontrò l'opposizione dei genitori; obbedendo, quindi, alla loro volontà e al consiglio del suo confessore, all'età di 20 anni si sposò nella cattedrale di Vilnius con Giuseppe Borzecki, proprietario di una tenuta vicino a Grodno.
Comunque, rimase dentro di lei una convinzione interiore che “la sua vita non sarebbe dovuta finire in un modo ordinario”.
Celina, profondamente amata dal marito, era anche lei moglie amorosa ed esemplare, che condivideva la responsabilità per la tenuta e dimostrava la sua attenzione ai poveri. Ebbe quattro figli, di cui due morirono nell'infanzia. Celina considerò le due figlie rimaste come dono di Dio, affidato alla sua responsabilità. Nelle sue "Memorie per le mie figlie" rivelò i propri sforzi nello sviluppare la loro relazione con Dio in quanto Creatore e Padre amoroso. Incoraggiava le figlie all'auto-dominio e al servizio del prossimo. Ognuna delle figlie era trattata in maniera unica e individuale e le era lasciata la libertà di scegliere la via della vocazione che voleva seguire.
Quando, nel 1869, Giuseppe Borzecki ebbe un ictus che lo lasciò paralizzato, Celina si trasferì con la famiglia a Vienna per ottenere le migliori cure mediche per lui. Durante la sua sofferenza, che durò ben cinque anni, lei era la sorgente del sostegno spirituale e morale per lui e funse da sua sensibile e dedicata infermiera. Simultaneamente continuava a prodigarsi per l'educazione delle figlie.
Dopo la morte del marito, Celina con le figlie andò a Roma nel 1875 per allargare i propri orizzonti spirituali e culturali. Inoltre stava cercando indicazioni riguardo alla volontà di Dio per se stessa e per le figlie. Nella chiesa di S. Claudio a Roma incontrò il cofondatore dei Risurrezionisti, Padre Pietro Semenenko, il quale per molti anni desiderava fondare un ramo femminile della Congregazione della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Lei divenne una sua penitente. P. Pietro la introdusse alla spiritualità concentrata sul Mistero Pasquale di Cristo. Più tardi lei esprimerà la sua via alla santità nel motto che sarà iscritto sulla croce della professione dei voti perpetui di ogni Suora della Risurrezione: "Per crucem et mortem ad resurrectionem et gloriam".
Nel 1882, Celina Borzęcka, insieme con la sua figlia più piccola, Edvige, e altre donne cominciò la vita in comunità a Roma, sotto la direzione spirituale di P. Pietro Semenenko. Dopo l'improvvisa morte del Padre, avvenuta nel 1886 a Parigi, Celina dovette affrontare gli intrighi delle persone contrarie alla nuova fondazione e i loro tentativi di unire la nuova comunità a uno degli istituti già esistenti.
Celina, sempre più fortemente, sentiva la chiamata a fondare una comunità delle donne dedicate al Mistero della Risurrezione: la vocazione a vivere consapevolmente la propria vita nella sua dimensione personale, comunitaria e apostolica, attraverso la forza che proviene da Gesù Risorto. Lei non volle mai abbandonare lo specifico spirito e stile di vita della sua comunità né il suo nome: Suore della Risurrezione.
Nel 1887, assistita dai fedeli amici, Celina aprì la sua prima scuola pomeridiana per le ragazze, dove Mons. Giacomo Della Chiesa, il futuro Pp Benedetto XV (1914-1922), i cui genitori abitavano nell'appartamento accanto alla scuola, servì da cappellano e catechista.
Dopo anni di prove e sofferenze, Celina Borzęcka e sua figlia, Edvige, co-fondatrice, il 6 gennaio 1891 fecero la professione dei voti religiosi in quanto Suore della Risurrezione, alla presenza del Card. Lucido Parocchi, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, dando ufficialmente inizio alla nuova Congregazione.
Nell'autunno dello stesso anno, Celina aprì la prima casa in territorio polacco, a Kety, vicino a Wadowice, intesa principalmente come la sede del noviziato. Man mano che cresceva il numero delle suore, la Fondatrice cominciò a mettere in pratica il suo sogno di una Congregazione in grado di contribuire al rinnovamento della società, specialmente tramite l'educazione. Fondò (invitata dai Risurrezionisti) la missione ecumenica a Malko Tirnovo in Bulgaria (allora parte dell'Impero Turco). Poi arrivarono le fondazioni a Czestochowa, a Varsavia (in Polonia) e a Chicago in USA, dove le suore iniziarono il lavoro nelle parrocchie degli emigrati polacchi.
Nel 1904, Madre Celina scelse la zona di Prati a Roma per costruire la Casa-Madre della Congregazione all'ombra del Vaticano. Lavorò duramente, assieme alla figlia, e finalmente nel 1905 si rallegrò per il Decretum Laudis ricevuto dalla sua Congregazione. Dopo la improvvisa scomparsa della figlia, Edvige, all'età di 43 anni, Celina convocò il primo capitolo generale della comunità nel 1911, dove fu eletta superiora generale ad vitam. Spese i suoi ultimi anni di vita nelle frequenti visite alle case della Congregazione e nell'ampia corrispondenza con le consorelle, formandole nello spirito della fondazione.
Pian piano che si avvicinava la morte Celina ripeteva alle suore: “Siate sante”. Espresse il dinamismo della sua vita, quando prima di morire, scrisse su un pezzo di carta, non potendo più parlare: “In Dio c'è la felicità in eterno”.
Madre Celina Borzęcka morì il 26 ottobre 1913, in un semplice appartamento a Cracovia, dove si trovava di passaggio durante una visita canonica.
Rispondendo all'incoraggiamento del Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958), la sua causa di beatificazione fu aperta a Roma nel 1944. Il Decreto sull'eroicità delle virtù fu promulgato l'11 febbraio 1982; il 16 dicembre del 2006 Pp Benedetto XVI ha riconosciuto il miracolo necessario per la sua beatificazione.
Madre Celina Chludzińska Borzęcka è stata proclamata Beata, il 27 ottobre 2007, nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, dal Card. José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, su mandato di Pp Benedetto XVI.
La Beata Celina appartenne ad un raro gruppo di donne che sperimentarono diversi stati di vita: moglie, madre, vedova, religiosa e fondatrice. Nonostante molte e varie opere realizzate nella sua vita, lei con tutta semplicità e umiltà, scrisse, dando così una caratteristica alla sua vita spirituale: “Dio non mi ha chiamato a fare le cose straordinarie... forse perché non voleva che diventassi orgogliosa. La mia vocazione è quella di compiere la volontà di Dio fedelmente e con amore”.
Per approfondimenti & è Rito di beatificazione Celina Chludzińska
Fonte principale : vatican.va (« RIV.»). |
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Sant’Evaristo
Papa e martire
varisto, secondo la lista di pontefici stilata da Ireneo, fu il quarto successore di Pietro.
Poco si sa di Evaristo: secondo il Liber Pontificalis, che è una raccolta cronologica di biografie di papi del VI secolo, sarebbe nato a Betlemme da una famiglia ebraica ellenizzante e si convertì a Roma al Cristianesimo, reggendo la diocesi romana in sostituzione di S. Clemente I, esiliato nel Chersoneso Taurico (Crimea), al tempo della persecuzione dell'imperatore Domiziano.
Come capo della Chiesa di Roma, ha ordinato sette diaconi, incaricandoli, tra l'altro, di ascoltare e trascrivere le sue prediche al popolo: erano i suoi “stenografi”. Ma di quelle prediche non è rimasta nemmeno una parola.
Si è, dunque, di fronte ad un “papa senza voce” di cui non si conosce una sola parola, mentre del suo predecessore, Clemente I, ci è giunto un documento importantissimo: la lettera famosa agli agitati cristiani di Corinto con l'affermazione solenne dell'autorità che compete al vescovo.
Clemente I, per l'ecceso di autorità, che risultava fastidiosa per i vertici dell'impero, nell'anno 97, sotto l'imperatore Nerva, fu arrestato e condotto poi in esilio, per cui dovette lasciare ad altri il governo della chiesa: la sua scelta cadde su Evaristo.
È da dedurre, dunque, ch'Evaristo doveva essere una figura di punta nella comunità cristiana di Roma: un uomo di massima fiducia.
Ci si è pure domandati se Evaristo debba essere considerato vero papa (ossia non “vice”, “luogotenente”) dall'anno 97, quando Clemente va in esilio, oppure solo dal 101, anno in cui Clemente I muore martire in Crimea, secondo Eusebio di Cesarea (IV secolo) nella sua Storia Ecclesiastica.
Per Eusebio è chiaro: Clemente I, dopo nove anni di pontificato (88-97) “trasmise il sacro ministero a Evaristo”. Nessuna delega, insomma, ma investitura piena.
Il Liber Pontificalis indica la sua sepoltura presso la Tomba di Pietro, anche se un'altra tradizione lo dice sepolto nella Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli. Il martirio di Evaristo, sebbene tradizionale, non è storicamente provato.
Dal Martirologio Romano: «...A Roma sant'Evaristo, Papa e Martire, il quale, sotto l'Imperatore Adriano, imporporò col suo sangue la Chiesa di Dio. »
Significato del nome Evaristo: «che piace molto, assai amato» (greco). Fonti principali : wikipendia.org; santiebeati.it («RIV.»). |
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Beato Salvatore (Salvador) Mollar Ventura
Religioso O.F.M. e martire
alvatore, al secolo Juan Bautista, Mollar Ventura nacque il 27 marzo 1896 a Manises, nei pressi di Valencia in Spagna, e fu battezzato due giorni dopo. La sua famiglia era povera, umile e semplice, ma onorata e profondamente cristiana. Suo padre era un grande lavoratore, ma la povertà in cui versava la famiglia comportò per Juan Bautista la frequenza alle sole scuole primarie del suo paese natale e non poté dunque iscriversi alle scuole superiori.
Già prima di entrare nell’Ordine Francescano egli era assai impegnato nella sua parrocchia: partecipava all’Adorazione notturna ed era membro della Conferenza di S. Vincenzo; la domenica era impegnato nell’insegnamento del catechismo e nel recitare il Rosario insieme ai suoi allievi.
All’età di 25 anni chiese di essere ammesso tra i Frati Minori quale fratello e non come chierico. Vestì dunque l’abito francescano il 20 gennaio 1921 nel convento di Santo Spirito del Monte, presso Gilet (Valencia), emise poi la professione semplice il 22 gennaio 1922 ed infine la professione solenne il 25 gennaio 1925. Visse quasi sempre nei conventi di Santo Spirito del Monte e di Benisa, ove esercitò con cura e precisione, insieme con pietà e devozione, l’incarico di sacrestano.
Come religioso degno seguace di S. Francesco, fra’ Salvador si distinse per l’umiltà, l’obbedienza e lo spirito di sacrificio. Sempre allegro, gioviale ed ottimista, seppe affrontare ogni avversità con rassegnazione, compiendo in tutto la volontà di Dio.
Sua madre diceva di lui: “Io ho una lampada sempre accesa davanti al Santissimo Sacramento: è mio figlio”.
Allo scoppio della guerra civile spagnola, fu costretto dagli eventi ad abbandonare il convento di Benisa, rifugiandosi per alcuni giorni in casa di pii benefattori, dopodiché, per non compromettere la famiglia amica che lo aveva ospitato, cercò rifugio a Manises dalla sua famiglia.
Qui il 13 ottobre 1936 fu catturato ed imprigionato nel convento della Madri Carmelitane di Manises, trasformato in carcere.
Venne fucilato in odio alla fede cristiana nella notte tra il 27 ed il 28 ottobre 1936 presso Picadero de Paterna, sempre nei pressi di Valencia. La sua tomba si trova presso la parrocchia “San Juan Bautista” a Manises.
Salvador Mollar Ventura e tre suoi confratelli, appartenenti all’Ordine dei Frati Minori, furono elevati agli onori dell'altare, l’11 marzo 2001, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), con un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione.
Significato del nome Salvatore : "Dio salva, Dio è salvezza" (latino). Fonte principale : santiebeati.it (« RIV.»). |
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Santo(i) del giorno SS. SIMONE e GIUDA, Apostoli (festa)S. Ferruccio di Magonza, Martire († cc 300)S. Fedele di Como, Martire († cc sec. IV)SS. Vincenzo, Sabina e Cristeta, Martiri in Spagna († cc 305)S. Genesio, Martire ((† cc sec. IV)SS. Francesco Serrano, Gioacchino Royo e compagni, Martiri in Cina († 1748)S. Giovanni Dat, Presbitero e martire († 1798)S. Roderigo Aguilar (1875-1927), Presbitero e martire in MessicoB. Salvatore Damiano Enguix Gares (1862-1936), Padre di famiglia e martireB. Giuseppe Ruiz Bruixola (1857-1936), Presbitero e martire in Spagna |
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Domenica 28 Ottobre 2012
SS. Simone e Giuda
Apostoli e martiri (festa)
imone : per distinguerlo da Simon Pietro, fu soprannominato il “Cananeo” dagli evangelisti Matteo e Marco: « I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì.» (Mt 10,1-4) – «Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì. » (Mc 3,16-18) e Zelòta da Luca: « Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelòta, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore. » (Lc 6,13-16).
iuda : l'apostolo che ha il soprannome di Taddeo (vedi sopra Mt e Mc) e che Luca chiama “Giuda di Giacomo”, è quello che nell'ultima Cena: « Gli disse Giuda, non l'Iscariota: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo? ” Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.” » (Gv 14,22-24).
È, questa, una lezione dell'amore mistico che Giuda Taddeo provoca con la sua domanda. L'amore di Dio unisce, mentre l'amore di se stessi divide.
Simone e Giuda si ritrovano ancora negli Atti (1,13) e poi più nulla.
S. Fortunato, vescovo di Poitiers, dice che, Simone il Cananeo insieme a Giuda Taddeo, furono sepolti in Persia, dove, secondo le storie apocrife degli Apostoli, sarebbero stati martirizzati a Suanir. Un monaco del IX secolo affermava che una tomba di Simone esisteva a Nicopsis (Caucaso) dove c'era anche una chiesa a lui dedicata, fondata dai Greci nel secolo VII.
Altri ancora affermano che Simone visitò l'Egitto e insieme a Giuda Taddeo, la Mesopotamia, dove entrambi subirono il martirio, segati in due parti; da qui il loro patrocinio su quanti lavorano al taglio della legna, del marmo e della pietra in genere.
Ma al di là di tutte le incertezze, Simone e Giuda, come tutti gli apostoli, presero il bastone e percorsero a piedi regioni vicine e lontane, per portare la luce della Verità e propagare la nuova religione fra i pagani.
Si possono, senz'altro, paragonare ai tanti discepoli di Cristo, che in ogni tempo e luogo hanno lavorato e lavorano nel silenzio e nascondimento per il trionfo del Regno di Dio, senza riconoscimenti eclatanti e ufficiali, in piena umiltà, perseveranza e sacrificio anche cruento della vita.
Significato dei nomi Simone : «Dio ha esaudito» - Taddeo : «colui che confessa o loda» (ebraico).
Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI
è Simone il Cananeo e Giuda Taddeo Fonti principali : santiebeati.it ; wikipendia.org (« RIV. »). |
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