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Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani
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Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742
Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.
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Altri Santi del giorno
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رسائل 1288 من 1557 في الفقرة |
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Venerdì 28 Settembre 2012
Santo(i) del giorno S. VENCESLAO, Duca di Boemia e martire (mf)B. LUIGI MONZA, Sac. della Chiesa Ambrosiana, fondatoreSS. Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni, martiri († 1633-37) SS. Alfeo, Alessandro e Zosimo, Fratelli e martiri in Pisidia († sec. IV)S. Zama, Protovescovo di Bologna († cc sec. IV) S. Annemondo, Vescovo e martire († cc 658)B. Bernardino da Feltre (1439-1494), Sacerdote O.F.M.S. Simón de Rojas (1552-1624), O.SS. (Trinitario)BB. Giovanni Shozaburo e compagni, Martiri a Nagasaki († 1630)B. Francesco Saverio Ponsa Casallarch, Religioso e martire († 1936)B. Amalia Abad Casasempere (1897-1936), Madre di famiglia, martire B. Giuseppe Tarrats Comaposada (1878-1936), Religioso S.J. e martireB. Niceta Budka (1877-1949), Vescovo e martire in KazakistanBB. Martiri Agostiniani del Giappone († XVII sec.) |
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رسائل 1289 من 1557 في الفقرة |
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Venerdì 28 Settembre 2012
San Venceslao
Duca di Boemia e martire (memoria facoltativa)
enceslao (Václav in lingua ceca) nasce a Stochow (Praga) nel 907 (?); è figlio di Vratislav duca di Boemia. Perde il padre, quando era in giovanissima età, e gli succede nel governo, sia pure con la reggenza di sua madre Drahomira. È cristiano, educato dalla nonna paterna Ludmilla, che la Chiesa venera come santa, uccisa, a causa della sua fede, per ordine della nuora Drahomira, madre di Venceslao. Questi, rispetto ai prìncipi del tempo, è tra i più colti ed ha studiato anche il latino.
Una volta assunto il potere effettivo, Venceslao si adopera per la cristianizzazione del Paese, chiamandovi missionari tedeschi, perché questo fa parte della sua linea generale di governo: avvicinare la Boemia all'Europa occidentale e alla sua cultura (anche se non mancano conflitti con regnanti germanici).
La tradizione fa di lui un modello del coraggio : durante la lotta contro un duca boemo, Venceslao gli propone di risolvere la controversia con un duello tra loro due, in modo da non sacrificare tante vite di soldati; e il nemico si riconcilia con lui. La sua giovane età e il suo stile ne fanno un modello per molti suoi sudditi ma Venceslao dovette anche scontrarsi con quella parte di nobiltà, che insieme alla madre Dragomira e al fratello minore Boleslao, era rimasta pagana.
Di qui, una congiura per ucciderlo, dando tutto il ducato boemo al fratello. Questi, non osando aggredire Venceslao in Praga, lo invita nel suo castello di Stará Boleslav. Si pensa di ucciderlo durante il pranzo ma certe parole di Venceslao fanno temere che abbia scoperto il complotto. Lo si aspetta, allora, quando va in chiesa (da solo, come sempre) per recitarvi la preghiera delle Ore e qui viene assassinato. Una leggenda dice che Boleslao tentò per primo di colpirlo, ma Venceslao reagì buttandolo a terra e facendogli cadere la spada che, poi, generosamente, raccolse e restituì al fratello in segno di perdono: un grande ed ultimo gesto di grandezza. Ma i sicari di Boleslao lo colpirono a morte tutti insieme : era il 28 settembre 935 a Starà Boleslav (nell'attuale Repubblica Ceca).
Si racconta che Venceslao, mentre moriva, avrebbe detto “nelle tue mani, Signore, raccomando l'anima mia”. Una leggenda agiografica narra che il suo sangue sarebbe rimasto sparso sul pavimento in legno e nessuno sarebbe riuscito a lavarlo.
Il corpo fu poi portato a Praga e sepolto nella chiesa di S. Vito. Già nel X° sec. Venceslao fu oggetto di culto, e nel secolo successivo diventò il simbolo dello Stato boemo. Più tardi la Chiesa scriverà il suo nome nel Martirologio Romano, venerandolo come martire per la fede.
Attualmente è il patrono della Repubblica Ceca, della Slovacchia e della Boemia.
C'è un luogo d'Europa che appartiene alla memoria di tutto il mondo, insieme ad una data: 1968 - Piazza S. Venceslao di Praga -. Essa ricorda, in effetti, "la primavera", col grido del popolo ceco per la libertà, e poi il lutto per l'invasione comunista del Paese, nell'estate dell'oppressione.
Le gioie e i dolori di tutti si esprimevano qui, intorno alla statua di S. Venceslao, eretta alla fine dell'Ottocento.
Significato del nome Venceslao : "che ha più grande gloria" (slavo). |
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رسائل 1290 من 1557 في الفقرة |
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Venerdì 28 Settembre 2012
Beato Luigi Monza
Sacerdote della Chiesa Ambrosiana
Fondatore : “La Nostra Famiglia”
“Piccole Apostole della Carità"
uigi Monza nacque il 22 giugno del 1898 a Cislago tra Varese e Milano. Il bambino apparve molto gracile, venne battezzato immediatamente e fatto cresimare all'età di un anno e mezzo. Fortunatamente la sua salute lentamente andò migliorando e con gli anni egli si irrobustì.
Nel maggio 1913 un grave incidente cambiò radicalmente la vita della famiglia Monza: il padre Giuseppe cadde da un albero rimanendo paralizzato. Egli confidò al suo parroco, don Luigi Vismara, che da tempo sentiva il desiderio di consacrarsi al Signore nel sacerdozio.
Nel settembre del 1913, grazie all'aiuto del suo parroco, Luigi partì per l'Istituto missionario salesiano di Penango Monferrato presso Asti. Al rientro a casa per le vacanze estive dopo l'anno scolastico 1915/16 trovò la situazione familiare peggiorata. Il padre infatti era ormai completamente invalido e costretto a letto e Pietro, il figlio maggiore, era stato chiamato a combattere sul fronte orientale. Luigi decise di non lasciare il peso della famiglia solo sulle spalle della madre, visto che la sorella Giuseppina era entrata fra le Suore di carità dell'Immacolata Concezione di Ivrea, e non tornò a Penango.
Don Vismara venne di nuovo in suo aiuto e riuscì a farlo entrare al Collegio Villoresi di Monza. Quando sembrava tutto risolto, il 16 gennaio 1917 perse il padre e poi fu chiamato sotto le armi. Dopo il congedo riprese gli studi.
Il Cardinal Tosi lo ordinò sacerdote il 19 settembre 1925. Fu destinato alla chiesa parrocchiale di S. Maurizio a Vedano Olona, in provincia di Varese. Don Monza si inserì subito nella vita della parrocchia. Il suo metodo era basato sulla testimonianza personale come forma diretta di evangelizzazione, sull'esercizio della carità, sulla formazione di una comunità capace di vivere relazioni immediate e profonde. Si prodigò per fondare o rafforzare tre importanti gruppi: la "Schola cantorum", con il gruppo delle voci bianche, la filodrammatica e la società sportiva "Viribus unitis". Inoltre creò una scuola di francese, per permettere agli emigranti, quasi tutti diretti in Francia o in Svizzera, di conoscere le basi della lingua con cui avrebbero potuto comunicare nel nuovo paese. L'attività che riscosse maggiore successo fu quella sportiva della squadra di calcio "Viribus unitis".
Nel maggio del 1926 i fascisti costituirono l'Unione Sportiva Vedanese, con l'evidente intenzione di contrastare la "squadra dei preti". Poiché non riscossero molte adesioni passarono alle provocazioni innescando una sequela di violenze che, nonostante la mediazione di don Luigi, culminarono nell'arresto di otto giovani dell'oratorio. Anche don Luigi venne arrestato insieme a don De Maddalena e, nonostante l'intervento della Curia, dovettero passare quattro lunghi mesi prima che i due venissero liberati.
Don Luigi fu assolto con formula piena anche se gli venne ingiunto di non recarsi a Vedano. Dopo la scarcerazione, la diocesi decise di trasferire momentaneamente il giovane sacerdote alla parrocchia di S. Maria del Rosario a Milano, per poi destinarlo al Santuario di Nostra Signora dei Miracoli a Saronno, dove giunse nel novembre 1928. Fu in questo ambiente familiare che don Luigi formò il primo nucleo oratoriano, costituito inizialmente da non più di trenta ragazzi. Egli in poco tempo costituì una corale e la sua casa divenne un'aula per studiare e insieme sala di canto e di ricreazione.
Lentamente germogliò l'idea dell'Opera che poi prese il nome di “Nostra Famiglia”. Quando nel maggio del 1933 incontrò per la prima volta la signorina Clara Cucchi capì che era la persona giusta per iniziare a concretizzare il progetto che aveva in mente. Dopo Clara fu la volta di Teresa Pitteri.
Il 30 ottobre del 1936 don Luigi partecipò alla prima riunione ufficiale che diede inizio all'istituto che da quel giorno prese il nome “La Nostra Famiglia”. Quindi si diede da fare per l'acquisto di una casa e, con grandi sacrifici personali, riuscì a comprare un terreno situato a Vedano Olona sul quale venne posta la prima pietra il 29 agosto 1937.
Nel frattempo venne nominato parroco della chiesa di S. Giovanni alla Castagna di Lecco, un rione periferico della città. Nel giro di pochi mesi riuscì a conquistarsi la simpatia dei parrocchiani facendosi amare e apprezzare per le sue doti umane e spirituali. Al centro della vita della parrocchia pose l'adorazione eucaristica che egli praticò assiduamente e con cui "contagiò" i suoi parrocchiani. Ma dalle tante testimonianze che ci sono rimaste del periodo di Lecco, risulta chiaro che nel ministero di don Luigi avesse una grande importanza anche la predicazione, caratterizzata da grande semplicità. Con l'arrivo di don Monza a S. Giovanni l'associazionismo cattolico, già presente nella parrocchia, ebbe nuovi stimoli e nuovo vigore; egli infatti si dedicò con grande cura allo sviluppo di tutte le organizzazioni cattoliche. E proprio i laici divennero ben presto protagonisti delle numerose attività.
Il 1° settembre 1939 scoppiava la II Guerra Mondiale. Anche a S. Giovanni alla Castagna molti giovani, più di 350, dovettero lasciare le proprie case per rispondere alla chiamata alle armi, gettando nello sconforto le proprie famiglie. A don Luigi toccò il compito di assistere spiritualmente e materialmente coloro che rimanevano in paese.
Terminato il conflitto la vera pace era ancora lontana. A Vedano gli sfollati tornarono ai propri paesi e la casa de “La Nostra Famiglia” rimase a disposizione per nuove iniziative. Nel gennaio del 1946 il professor Giuseppe Vercelli, direttore dell'Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, propose a Clara Cucchi di occuparsi della rieducazione dei bambini anormali psichici. Questa attività, che ben si inseriva nello spirito dell'Istituto, si prospettava estremamente impegnativa e rischiosa per la piccola comunità, composta da ragazze digiune di conoscenze medico pedagogiche. Ma don Luigi e Clara si lasciarono guidare dagli eventi, scorgendo nella proposta del Vercelli un segno della volontà di Dio.
Don Luigi viveva l'impegno di parroco e quello per “La Nostra Famiglia” come completamento e fusione della carità. L'Opera aveva ancora bisogno del suo fondatore e fu grazie infatti alla sua guida che la giovane comunità si consolidò per affrontare un futuro di orizzonti così vasti che nessuna delle sorelle avrebbe potuto allora nemmeno immaginare. Ma tutto questo impegno fu considerato eccessivo da alcuni. E lo stesso Cardinal Schuster lo esortò categoricamente a scegliere tra la parrocchia e la direzione delle sue religiose. Don Luigi soffrì molto per queste critiche, in particolare quelle dell'Arcivescovo al quale cercò di spiegare la situazione con una lettera, pronto comunque ad obbedire incondizionatamente a qualunque direttiva.
In quegli anni si accentuarono i disturbi cardiaci di cui don Monza soffriva da tempo, aggravati sicuramente dal dolore per la perdita della madre, avvenuta il 17 aprile 1953.
Il 25 agosto 1954, di ritorno dalla casa di Varazze, iniziò ad accusare alcuni dolori che nel giro di poche ore peggiorarono. Il medico lo fece ricoverare all'ospedale per un elettrocardiogramma. L'esito non lasciò dubbi: grave infarto in atto. Le condizioni peggiorarono. La mattina del 29 settembre 1954 ricevette l'Eucaristia.
Si spense invocando: “Gesù mio, misericordia...”.
Il 23 febbraio 1991 a Ponte Lambro, in provincia di Como, dove Don Luigi Monza fu sepolto, alla presenza del Card. Carlo Maria Martini si concluse la fase diocesana del suo processo di canonizzazione ed il 20 dicembre 2003 fu già dichiarato "venerabile" dal Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Il miracolo avvenuto per sua intercessione, riconosciuto il 19 dicembre 2005 con decreto di Pp Benedetto XVI (Joseph Alois Ratzinger), ha portato alla sua beatificazione, avvenuta il 30 aprile 2006 nel Duomo di Milano con cerimonia presieduta dal Cardinale Arcivescovo Dionigi Tettamanzi.
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رسائل 1291 من 1557 في الفقرة |
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Sabato 29 Settembre 2012
SS. Michele, Gabriele, Raffaele
Arcangeli (festa)
Il nuovo calendario ha riunito in una sola celebrazione i tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, la cui festa cadeva rispettivamente il 29 settembre, il 24 marzo e il 24 ottobre.
Dell'esistenza di questi Angeli parla esplicitamente la Sacra Scrittura che dà loro un nome e ne determina la funzione:
S. Michele, l'antico patrono della Sinagoga, è ora patrono della Chiesa universale;
S. Gabriele è l'angelo dell'Incarnazione e forse dell'agonia nell'orto degli ulivi;
S. Raffaele è la guida dei viandanti.
Michele è citato nella Bibbia come primo dei principi e custode del popolo di Israele: « Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. » (Dn 12,1) Nel Nuovo Testamento è definito come arcangelo nella Lettera di Giuda 9 : « L'arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! » mentre nell'Apocalisse di Giovanni, Michele conduce i suoi angeli nella battaglia contro il drago, rappresentante il demonio, e lo sconfigge: « Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. » (Ap 12,7-8)
Dopo l'affermazione del cristianesimo, il culto per S. Michele ebbe in Oriente una diffusione enorme: ne sono testimonianza le innumerevoli chiese, santuari, monasteri a lui dedicati. Perfino il grande fiume Nilo fu posto sotto la sua protezione; anche la chiesa funeraria del Cremlino a Mosca è dedicata a S. Michele.
In Occidente si hanno testimonianze di un culto, con le numerosissime chiese intitolate a volte a S. Angelo, a volte a S. Michele, come pure località e monti vennero chiamati Monte S. Angelo o Monte S. Michele, come il celebre santuario e monastero in Normandia in Francia, il cui culto fu portato forse dai Celti sulla costa della Normandia; certo è che esso si diffuse rapidamente nel mondo Longobardo, nello Stato Carolingio e nell'Impero Romano.
In Italia sano tanti i posti dove sorgono cappelle, oratori, grotte, chiese, colline e monti tutti intitolati all'arcangelo Michele che non si può accennarli tutti.
Difensore della Chiesa, la sua statua compare sulla sommità di Castel S. Angelo a Roma, che, com’è noto, era diventata una fortezza in difesa del Pontefice.
Significato del nome Michele : "chi come Dio?" (ebraico).
Gabriele è l'annunciatore per eccellenza delle divine rivelazioni. Rivela a Daniele i segreti del piano di Dio: « intesi la voce di un uomo, in mezzo all'Ulai, che gridava e diceva: "Gabriele, spiega a lui la visione". » (Dn 8, 16) - « mentre dunque parlavo e pregavo, Gabriele, che io avevo visto prima in visione, volò veloce verso di me: era l'ora dell'offerta della sera. Egli mi rivolse questo discorso: "Daniele, sono venuto per istruirti e farti comprendere". » (Dn 9, 21-22).
Gabriele annunzia a Zaccaria la nascita di Giovanni : « Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l'angelo gli disse: "Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni... L'angelo gli rispose: "Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio .» (Lc 1, 11-19);
Gabriele annunzia a Maria la nascita di Gesù : « Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.” » (Lc 1, 26-31).
Significato del nome Gabriele : "uomo di Dio" (assiro), "fortezza di dio" (ebraico).
Raffaele anch'egli sta davanti al trono di Dio: « Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore. » (Tb 12, 15); - « Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe » (Ap 8,2). Accompagna e custodisce Tobia nelle peripezie del suo viaggio e gli guarisce il padre cieco.
Dei tre, Raffaele è il meno noto, e meno diffuso è il suo culto tra i fedeli. Forse ciò dipende dal fatto che egli appare soltanto nell'Antico Testamento, ma non nel Nuovo, dove figura invece Gabriele, l'Angelo dell'Annunciazione, e Michele, l'Angelo guerriero dell'Apocalisse.
Anche nell'arte Raffaele ha avuto minore abbondanza di raffigurazioni. Nell'iconografia cristiana i suoi attributi sono il pesce e il vaso dei medicamenti ma appare anche accanto al giovanetto Tobiolo, come attento compagno di viaggio, specialmente nell'episodio del pesce catturato nel Tigri.
Raffaele è invocato come protettore dei mali della carne e delle infermità del corpo. Ma più giustamente, viene considerato come esemplare Custode nei viaggi : colui al quale ogni padre, come Tobia, vorrebbe affidare il proprio figlio che affronta, solo, il lungo e sconosciuto viaggio della vita.
Essendo un personaggio di un libro deuterocanonico della Bibbia, Raffaele non è riconosciuto dalla maggior parte dei Protestanti.
Significato del nome Raffaele : "Dio guarisce, ha guarito |
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رسائل 1292 من 1557 في الفقرة |
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Domenica 30 Settembre 2012
Santo(i) del giorno S. GIROLAMO, Padre e Dottore della Chiesa (memoria)S. Antonino di Piacenza, Martire († sec. inc.)SS. Urso e Vittore, Martiri († cc 320)S. Gregorio Illuminatore (257-332), Vescovo, Apostolo degli ArmeniS. Eusebia, Vergine († cc 497) S. Simone di Crepy, Monaco († 1082) S. Amato di Nusco (1003-1093), Vescovo B. Felicia Meda di Pesaro (1378-1444), Badessa dell'Ordine delle Clarisse S. Francesco Borgia (1510-1572), Sacerdote S.J. B. Giovanni Nicola Cordier (1710-1794), Presbitero S.J. e martire in FranciaB. Federico Albert (1820-1876), sacerdote della Chiesa di Torino e fondatore |
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رسائل 1293 من 1557 في الفقرة |
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Domenica 30 Settembre 2012
San Girolamo Padre e Dottore della Chiesa (memoria)
irolamo nacque a Stridone (Dalmazia) verso il 347 da una ricca famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l’attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l’interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica.
Studierà per tutta la vita, viaggiando dall'Europa all'Oriente con la sua biblioteca di classici antichi, sui quali si è formato. Nel 375, dopo una malattia, Girolamo passa alla Bibbia con passione crescente. Studia il greco ad Antiochia; poi, nella solitudine della Calcide (confini della Siria), si dedica all'ebraico; studiò anche a Roma.
Nel 379, ordinato prete dal vescovo Paolino di Antiochia, si recò a Costantinopoli dove poté perfezionare lo studio del greco sotto la guida di Gregorio Nazianzeno (uno dei "Padri Cappadoci"). Risalgono a questo periodo le letture dei testi di Origene e di Eusebio.
Nel 382, dopo tre anni di vita monastica, tornò a Roma. Qui, S. Damaso I (366-384) lo incarica di rivedere il testo di una diffusa versione latina della Scrittura, detta Itala, realizzata non sull'originale ebraico ma bensì sulla versione greca detta dei Settanta. Quando cominciò la sua opera di traduzione non aveva una perfetta conoscenza dell'ebraico, perciò si trasferì a Betlemme per perfezionarsi. Affrontò il compito di rivedere la traduzione dei Vangeli e successivamente, nel 390, passò all'antico testamento in ebraico concludendo l'opera dopo ben 23 anni.
La Vulgata, prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia, rappresenta lo sforzo più impegnativo affrontato da Girolamo.
Il testo di Girolamo è stato la base per molte delle successive traduzioni della Bibbia, fino al XX secolo quando, per l'antico testamento, si è cominciato ad utilizzare direttamente il testo masoretico ebraico e la Septuaginta, mentre, per il nuovo testamento, si sono utilizzati direttamente i testi greci.
Girolamo utilizzò un concetto moderno di traduzione che attirò le accuse da parte dei suoi contemporanei; in una lettera indirizzata a Pammachio, genero della nobildonna romana Paola, scrisse: « Io, infatti, non solo ammetto, ma proclamo liberamente che nel tradurre i testi greci, a parte le Sacre Scritture, dove anche l'ordine delle parole è un mistero, non rendo la parola con la parola, ma il senso con il senso. Ho come maestro di questo procedimento Cicerone, che tradusse il Protagora di Platone, l'Economico di Senofonte e le due bellissime orazioni che Eschine e Demostene scrissero l'uno contro l'altro [...]. Anche Orazio poi, uomo acuto e dotto, nell'Ars poetica dà questi stessi precetti al traduttore colto: "Non ti curerai di rendere parola per parola, come un traduttore fedele" » (Epistulae 57, 5, trad. R. Palla)
Gli ultimi suoi anni sono rattristati dalla morte di molti amici e dal sacco di Roma, compiuto da Alarico nel 410: un evento che angoscia la sua vecchiaia.
Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420.
S. Girolamo è considerato protettore dei traduttori e patrono degli archeologi.
Significato del nome Girolamo : "dal nome sacro" (greco).
Per approfondimenti & Le Catechesi di Papa Benedetto XVI :
Vita e scritti è San Girolamo (1)
La Dottrina è San Girolamo (2) |
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رسائل 1294 من 1557 في الفقرة |
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Domenica 30 Settembre 2012
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Santa Rachele Seconda moglie di Giacobbe
24 dicembre e 30 settembre |
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Paddan-Aram (Mesopotamia) - † Efrata (Betlemme, Palestina)
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Rachele il cui nome in ebraico significa ‘pecorella’, compare nella Bibbia nel Libro della Genesi al capitolo 29. Giacobbe dopo aver messo in atto l’inganno di presentarsi al posto di suo fratello maggiore Esaù, al loro padre Isacco, per carpirgli la benedizione del patriarca, che sarebbe toccata al suo fratello primogenito, suscitò così l’ira di questi, per cui per salvarlo fu mandato dai genitori Isacco e Rebecca, nella terra di Paddan-Aram, nella casa di Betel, padre di Rebecca e di Labano suo fratello. Non era solo per allontanarlo finché la situazione non si fosse calmata, ma anche per fargli trovare una moglie tra i parenti della terra d’origine di sua madre, perché gli era proibito prendere in sposa una donna di Canaan, onde evitare un matrimonio misto fra il suo clan e il popolo indigeno o hittita. Così Giacobbe partì con la benedizione di Isacco, verso Carrar città d’origine di Abramo, Isacco e Rebecca, posta nella fertile e pianeggiante regione di Paddan-Aram. In una tappa notturna, mentre dormiva ebbe il famoso sogno della scala che congiungeva la terra al cielo e percorsa da angeli. Giunse poi alla sua meta e si fermò ad un pozzo nella steppa, dove vi erano adunate attorno ad esso tre greggi di pecore per abbeverarsi, ma i pastori erano in attesa di altri uomini, affinché tutti insieme potessero far rotolare la pesante pietra dalla bocca del pozzo. Mentre Giacobbe chiedeva informazioni sui parenti che doveva raggiungere, ecco avvicinarsi la figlia di suo zio Labano, la giovane Rachele che conduceva le pecore all’abbeveratoio; al vedere quella che i pastori presenti indicarono come sua cugina Rachele, egli ne fu subito conquistato per la sua bellezza. Fortificato da ciò, con grande sforzo spostò lui la pietra che otturava il pozzo e così le pecore di suo zio e dei presenti poterono abbeverarsi. Seguì il riconoscimento reciproco dei due cugini, lo scambio di un bacio, lo sgorgare di una lacrima, poi Rachele scappò a casa da suo padre Labano e riferirgli dell’incontro. Labano saputo dell’arrivo di suo nipote Giacobbe, figlio di sua sorella Rebecca, gli andò incontro, l’abbracciò e lo condusse a casa sua, dove dimorò per un mese. A questo punto bisogna fare una riflessione; quanto detto finora di Giacobbe, sembra ricalcare episodio per episodio, la storia di suo padre Isacco, per il quale fu mandato da Abramo nella casa di Betel, un servo fidato per trovargli moglie, anche qui l’incontro con la giovane Rebecca, avvenne presso un pozzo, luogo privilegiato per il raduno, gli incontri e i contratti di matrimonio. Ritornando a Giacobbe, suo zio Labano offrendogli un lavoro presso di sé, stipulò con lui un regolare contratto di lavoro, le cui condizioni furono dettate dallo stesso Giacobbe. Egli attratto dalle virtù di Rachele, seconda figlia di Labano, la chiese in sposa e secondo la prassi orientale, che considerava la donna un bene di famiglia, offrì il suo lavoro per sette anni per ‘riscattarla dalla famiglia’ di appartenenza, facendola diventare così “sua”. L’amore che Giacobbe nutriva per Rachele, fece sembrare quel lungo periodo come pochi giorni; al termine dei sette anni egli chiese a Labano di potersi unire a Rachele e fu organizzato un banchetto. A sera ci fu il colpo di scena inatteso; secondo l’uso la sposa veniva condotta dallo sposo nella tenda nuziale, completamente velata nell’oscurità della notte e così fu in quell’occasione. La mattina dopo Giacobbe si accorse che la sposa non era Rachele, ma sua sorella maggiore Lia non della stessa bellezza, datagli da Labano con un inganno; alle rimostranze di Giacobbe, il padre delle ragazze cercò di giustificarsi, evocando un’usanza locale, cioè quella di sposare per prima la figlia maggiore, appunto Lia. Con questo episodio, Giacobbe fu ripagato allo stesso modo, come aveva ingannato Isacco per ottenere la benedizione della primogenitura al posto di suo fratello Esaù, così fu vittima anche lui di un raggiro, operato proprio da un parente più furbo di lui. Labano gli disse allora: “Finisci la settimana nuziale di costei, poi ti darò anche quest’altra, per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni”. In effetti l’uso della poligamia era ampiamente praticato nell’antico Vicino Oriente; a Giacobbe non restò che accettare, quindi nuova settimana nuziale e il suo lungo sogno si poté avverare “si accostò a Rachele e l’amò più di Lia”. Iniziò così una relazione a tre con le inevitabili tensioni; lo scrittore del sacro testo si è preoccupato che la giustizia fosse assicurata, Lia trascurata era però feconda, Rachele amata era però sterile. Lia partorì quattro figli Ruben, Simeone, Levi, Giuda, le cui tribù divennero celebri. Era normale che Rachele diventasse gelosa della sorella Lia per i figli che dava a Giacobbe, mentre lei non poteva e afflitta gridò al marito la sua disperazione: “Dammi dei figli se no muoio”, a ciò Giacobbe reagì duramente, ricordandole che la vita è un dono divino. L’afflizione esagerata di Rachele, si spiega considerando che a quei tempi, la donna era vista soprattutto come generatrice di figli e quindi di braccia per i duri lavori dei campi e dell’allevamento di mandrie e greggi. Poi Rachele ricorse alla possibilità di generare per interposta persona secondo l’uso orientale, quindi offrì a Giacobbe la propria schiava Bila, cosicché potesse avere un figlio tramite di lei, questo diciamo stratagemma, era già accaduto con Sara moglie sterile di Abramo e la schiava Agar, dalla quale nacque Ismaele, generato dalla schiava ma considerato figlio della moglie Sara. Dalla schiava Bila, ricevé così due figli prima Dan e poi Neftali; a questo punto il racconto biblico assume un tono abbastanza ironico per la nostra mentalità, le due mogli di Giacobbe furono in piena gara a dare dei figli al futuro patriarca che orami era in età matura. Lia, visto che Giacobbe non si accostava più a lei perché non l’amava, prese la sua schiava Zilpa e allo stesso modo di Rachele, l’offrì al marito per avere altri figli; in questo modo la schiava Zilpa generò Gad e poi Aser. Venne il tempo della mietitura del grano, e Ruben figlio primogenito di Lia, trovò delle mandragore (pianta velenosa a cui erano attribuite proprietà guaritrici della sterilità) e le portò alla madre. Rachele saputo ciò, indusse Lia sua sorella, a cedergliele e in cambio concesse che Giacobbe trascorresse un’altra notte con lei. Questo Giacobbe sballottato da una donna all’altra, ci fa sorridere considerando che i suoi atti d’amore, dovevano essere utilizzati per soddisfare esigenze generazionali delle due mogli, anche attraverso le due schiave; sembra quasi un sultano nel suo harem, ma qui egli non sceglie, ma gli viene imposta una donna di volta in volta. A Lia quindi nacque un quinto figlio, Issacar e poi ancora un sesto Zabulon e inoltre una figlia, Dina. Dice la Bibbia che a questo punto Dio “si ricordò” di Rachele, la esaudì e la rese feconda; essa concepì e partorì un figlio e lo chiamò Giuseppe. Conclusasi la storia delle madri e dei loro figli, ritorna nel racconto biblico della Genesi, la figura di Labano, padre di Lia e Rachele, presso il quale Giacobbe era stato ormai per una ventina d’anni, lavorando sodo per lui; poi subentrò il desiderio di tornarsene con la famiglia a Canaan, nella sua terra d’origine. Ora avvennero altri episodi che non riguardano Rachele e perciò tralasciamo, soffermandoci solo su quelli in cui ormai sporadicamente compare. Deciso a lasciare la casa di Betel e Labano, Giacobbe convocò le due mogli ed espose il suo progetto di lasciare quelle terre di Mesopotamia e ritornare a Canaan, anche perché i rapporti con Labano loro padre, erano cambiati e diventati più difficili. Rachele e Lia risposero acconsentendo, giacché il loro padre l’aveva trattate come straniere, vendendole e mangiandosi la loro dote. Prima di partire di nascosto, Rachele volle prendere gli idoletti che appartenevano al padre (sorta di statuette forse indicanti le divinità familiari, oppure il possesso di esse sanciva un diritto all’eredità; non è stato chiarito), per portarseli con sé nella terra sconosciuta dove stava recandosi, come segno di protezione o di memoria del suo passato. Ancora s’incontra Rachele al capitolo 31, quando avendo Labano raggiunto la carovana di Giacobbe, partito a sua insaputa, dopo aver rimproverato il genero di portar via da lui le figlie e i nipoti, lo accusò di aver rubato i “terafini” dalla sua casa. L’ignaro Giacobbe lo invitò a guardare nelle tende per assicurarsi che non c’erano, giunto alla tenda di Rachele, questa l’aveva nascosti nella sella del cammello e vi si era seduta sopra. All’entrata del padre, lei si scusò di non potersi alzare perché indisposta, “come avviene regolarmente alle donne”; così Labano si ritirò non trovando niente. Rachele, Lia, le schiave e i loro figli furono poi presenti all’incontro riconciliatore di Giacobbe con Esaù suo fratello, dal quale si era allontanato per sfuggire alla sua ira, tanti anni prima. Infine nel capitolo 35 della Genesi, si narra del percorso itinerante per trovare un luogo adatto per stabilirsi; la tribù di Giacobbe arrivò in prossimità di Efrata e qui a Rachele incinta per la seconda volta, si presentò un parto difficile e nonostante tutti gli sforzi e pur avendo salvato il bambino, Rachele morì, qualche minuto prima diede il nome a suo figlio, Ben-Oni che Giacobbe muterà in Beniamino. Fu sepolta lungo la strada verso Efrata, identificata con Betlemme e sulla sua tomba Giacobbe eresse una stele; ancora oggi all’ingresso di Betlemme, esiste un piccolo mausoleo dedicato a Rachele e la sua tomba è meta di pellegrinaggio degli ebrei. Poi Giacobbe raggiunse suo padre Isacco, che visse fino all’età di 180 anni e fu sepolto dai due figli Esaù e Giacobbe. I figli maschi del patriarca Giacobbe furono dodici: I figli di Lia, Ruben il primogenito, Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zebulon; i figli di Rachele, Giuseppe e Beniamino; i figli della schiava Bila, Dan e Neftali; i figli della schiava Zilpa, Gad ed Aser; inoltre è menzionata la figlia Dina avuta da Lia. I figli di Rachele e della sua schiava Bila iniziarono l’allevamento degli ovini, mentre i figli di Lia e della sua schiava Zilpa diedero origine agli allevamenti di bovini. La continuità del lungo percorso del ‘popolo della salvezza’, passerà poi alla discendenza di Giuseppe, figlio di Rachele, il quale non era certamente il primogenito fra i figli del patriarca; quindi ancora una volta Dio è presente nella storia d’Israele, che conduce con il suo imperscrutabile disegno; disegno tanto più evidente se si pensa che le ultime tre donne, Sara, Rebecca, Rachele, madri, mogli e nonne di patriarchi, erano tutte sterili e poi per volere di Dio, concepirono nella vecchiaia un figlio divenuto erede della discendenza. Quindi anche Rachele fa parte del grande programma di Dio e come tale anch’essa è considerata persona santa e oggi con tutti gli antenati di Gesù, uomini e donne, giusti e fedeli alla legge divina, viene ricordata con loro il 24 dicembre; per antica tradizione era venerata da sola il 30 settembre. È patrona delle madri che hanno perso un figlio; il nome è molto diffuso fra gli ebrei ma anche fra gli inglesi (Rachel), in Russia è Raissa, in Italia portò tale nome la moglie di Benito Mussolini.
Autore: Antonio Borrelli
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رسائل 1295 من 1557 في الفقرة |
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Santo(i) del giorno S.TERESA di Gesù Bambino, Carmelitana, Dottore della Chiesa (memoria) S. ROMANO il Melode, Diacono B. JUAN DE PALAFOX Y MENDOZA, VescovoS. Piatone, Evangelizzatore e martire († sec. III/IV)SS. Verissimo, Massima e Giulia, Martiri († sec. III/IV)S. Geraldo Edwards, Presbitero e martire († 1588)BB. Rodolfo Crockett ed Edoardo James, Presbiteri e martiri († 1588)B. Giovanni Robinson, Presbitero e martire († 1588)BB. Gaspare Hikojiro ed Andrea Yoshida, Catechisti e martiri a Nagasaki († 1617)B. Luigi Maria Monti (1825-1900), religioso, fondatore B. Fiorenza Caerols Martinez (1890-1936), Vergine e martire in SpagnaB. Alvaro Sanjuan Canet (1908-1936), Presbitero S.D.B. e martireB. Antonio Rewera (1869-1942), Sacerdote e martire del nazismo |
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رسائل 1296 من 1557 في الفقرة |
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Lunedì 1° Ottobre 2012
Santa Teresa di Gesù Bambino
Carmelitana, Dottore della Chiesa
(memoria)
eresa, al secolo Marie Françoise Thérèse Martin, nacque il 2 gennaio 1873, ultimogenita di Louis Martin e Marie Zélie Guérin, in rue Saint-Blaise, 36 (oggi 42), ad Alençon, cittadina della Normandia situata nel nord della Francia. I suoi genitori (beatificati il 19 ottobre 2008 a Lisieux, a l'occasione della Giornata Mondiale delle Missioni) avevano desiderato entrambi di abbracciare la vita monastica: tuttavia i due si conobbero e, dopo un breve fidanzamento, il 13 luglio 1858, decisero di sposarsi pur vivendo il loro matrimonio nella castità. Andati ad abitare in via del Pont-Neuf, vissero per dieci mesi come fratello e sorella. Accadde invece che il loro confessore e padre spirituale li dissuase da questo proposito: nacquero loro così nove figli di cui quattro morirono ancora neonati.
Dopo la morte della madre, avvenuta il 28 agosto 1877, Teresa si trasferisce con tutta la famiglia nella città di Lisieux.
Verso la fine del 1879 si accosta per la prima volta al sacramento della penitenza. Nel giorno di Pentecoste del 1883 ha la singolare grazia della guarigione da una grave malattia, per l'intercessione di nostra Signora delle Vittorie. Educata dalle Benedettine di Lisieux, riceve la prima comunione l'8 maggio 1884, dopo una intensa preparazione, coronata da una singolare esperienza della grazia dell'unione intima con Cristo.
Poche settimane più tardi, il 14 giugno dello stesso anno, riceve il sacramento della cresima, con viva consapevolezza di ciò che comporta il dono dello Spirito Santo nella personale partecipazione alla grazia della Pentecoste.
Desiderosa di abbracciare la vita contemplativa, come le sue sorelle Paolina e Maria nel Carmelo di Lisieux, ma impedita per la sua giovane età, durante un pellegrinaggio in Italia, dopo aver visitato la Santa Casa di Loreto e i luoghi della Città Eterna, nell'udienza concessa dal Papa ai fedeli della diocesi di Lisieux, il 20 novembre 1887, con filiale audacia chiede a Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) di poter entrare nel Carmelo all'età di 15 anni.
Fu così che, a poco più di quindici anni, il 9 aprile 1888, Teresa fa il suo ingresso al Carmelo di Lisieux. Il 10 gennaio dell'anno seguente riceve l'abito dell'Ordine della Vergine ed emette la sua professione religiosa l'8 settembre del 1890, festa della Natività della Vergine Maria; assume il nome di “Teresa di Gesù Bambino”, aggiungendovi in seguito “del Volto Santo” così che il nome completo di Thèrèse da religiosa è “Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo”.
Intraprende nel Carmelo il cammino della perfezione, tracciato dalla Madre Fondatrice, Teresa di Gesù, con autentico fervore e fedeltà, nell'adempimento dei diversi uffici comunitari a lei affidati. Illuminata dalla Parola di Dio, provata in modo particolare dalla malattia del suo amatissimo padre, Louis Martin, che muore il 29 luglio del 1894, si incammina verso la santità, ispirata dalla lettura del Vangelo, insistendo sulla centralità dell'amore.
Teresa ci ha lasciato nei suoi manoscritti autobiografici non solo i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche il ritratto della sua anima e le sue esperienze più intime. Scopre e comunica alle novizie affidate alla sue cure la piccola via dell'infanzia spirituale; riceve come dono speciale di accompagnare con il sacrificio e la preghiera due “fratelli missionari”. Penetra sempre di più nel mistero della Chiesa e, attirata dall'amore di Cristo, sente crescere in sé la vocazione apostolica e missionaria che la spinge a trascinare tutti con sé, incontro allo Sposo divino.
Il 9 giugno del 1895, nella festa della SS. Trinità, si offre vittima di olocausto all'Amore misericordioso di Dio. Nel frattempo redige il primo manoscritto autobiografico, che consegna a Madre Agnese di Gesù nella sua festa, il 21 gennaio 1896.
Pochi mesi più tardi, il 3 aprile, durante la notte fra il giovedì ed il venerdì santo, ha una prima manifestazione della malattia che la condurrà alla morte e che lei accoglie come la misteriosa visita dello Sposo divino. Nello stesso tempo entra nella prova della fede che durerà fino alla sua morte e della quale offrirà una sconvolgente testimonianza nei suoi scritti. Durante il mese di settembre conclude il Manoscritto B, che costituisce una stupenda illustrazione della piena maturità della Santa, specialmente mediante la scoperta della sua vocazione nel cuore della Chiesa.
Mentre peggiora la sua salute e continua il tempo della prova, nel mese di giugno 1897 inizia il Manoscritto C, dedicato alla Madre Maria di Gonzaga; nuove grazie la conducono ad una più alta perfezione ed ella scopre nuove luci sull'estensione del suo messaggio nella Chiesa a vantaggio delle anime che seguiranno la sua via.
L'8 luglio 1897 viene trasferita in infermeria. Le sue sorelle ed altre religiose raccolgono le sue parole, mentre i dolori e le prove, sopportati con pazienza, si intensificano fino a culminare con la morte, nel pomeriggio del 30 settembre del 1897.
“Io non muoio, entro nella vita”, aveva scritto al suo fratello spirituale missionario don Bellier. Le sue ultime parole “Dio mio, io ti amo”sono il sigillo della sua esistenza, che all'età di 24 anni si spegne sulla terra per entrare, secondo il suo desiderio, in una nuova fase di presenza apostolica in favore delle anime, nella comunione dei Santi, per spargere una pioggia di rose sul mondo.
Fu canonizzata da Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939) il 17 maggio 1925 e dallo stesso Papa proclamata “Patrona universale delle missioni”, insieme a S. Francesco Saverio, il 14 dicembre 1927; dal 1944, assieme a Giovanna d'Arco, è considerata anche patrona di Francia.
Dal 19 ottobre 1997, dopo che la richiesta di dottorato era stata fatta alla Santa Sede, una prima volta nel 1932 e poi ripresa nel 1987, il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) l'ha nominata Dottore della Chiesa: è il 33° Dottore della Chiesa e la terza donna a ricevere questo riconoscimento dopo Teresa d'Avila e Caterina da Siena, entrambe dichiarate Dottore della Chiesa dal Servo di Dio Pp Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) nel 1970.
Significato del nome Teresa : “donna amabile e forte” (tedesco).
Per approfondimenti sulla vita e sulle opere :
& è S.Teresa di Lisieux
Fonte principale : vatican.va («RIV.»).
“Se il Buon Dio non s'incaricava di tutto non so come farei. Ma ho una tale e grande fiducia in Lui che non potrà mai abbandonarmi, rimetto tutto nelle sue mani.”
(S. Teresa di Gesù Bambino - Manoscritto LT 32 14 novembre 1887) |
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رسائل 1297 من 1557 في الفقرة |
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Lunedì 1° Ottobre 2012
San Romano il Melode
Diacono
omano il Melode nacque, verso il 490, a Emesa (oggi Homs) in Siria, da una famiglia di religione ebraica ma si convertì al cristianesimo.
Poeta ed autore di molti inni di genere religioso, Romano perfezionò il contacio (kontakion, omelia lirico-drammatica, con la struttura di un inno diviso in stanze e accompagnato dalla melodia, su temi tratti dagli scritti testamentari e dalle vite dei martiri).
Romano appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (attuale Beirut), perfezionandovi l’istruzione classica e le conoscenze retoriche.
Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio I (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio.
Qui ebbe luogo l’episodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa l’apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo - era la festa della Natività del Signore - Romano si diede a declamare dall’ambone: “Oggi la Vergine partorisce il Trascendente” (Inno "Sulla Natività" I. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).
I suoi inni si diffondono tra i fedeli anche fuori dalla città, per questo molti imitatori anonimi compongono testi giunti fino a noi sotto il nome del santo.
Romano per la sua sublime arte nel comporre inni sacri in onore del Signore e dei santi meritò il soprannome di Melode.
Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI
è Romano il Melode |
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رسائل 1298 من 1557 في الفقرة |
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Lunedì 1° Ottobre 2012
Beato Juan de Palafox y Mendoza
Vescovo
uan de Palafox y Mendoza nacque, il 26 giugno 1600, a Fitero in Navarra, figlio naturale di Jaime de Palafox, marchese di Ariza e di una giovane vedova aragonese, donna Anna de Casanate y Espés.
La sua nascita di figlio illegittimo fu drammatica e lo stesso Palafox lo racconterà nel suo libro “Vida Interior”: dopo aver partorito di nascosto, la madre per coprire il suo disonore commise un atto ben più grave affidando il neonato, deposto in una cesta, ad una fedele serva, con l’incarico di gettarlo in un canale irriguo vicino al fiume Alhama. Ma, per fortuna, non fu così… Juan fu allevato dalla famiglia Navarro (per approfondimenti & è Juan de Palafox y Mendoza).
La madre, in seguito pentita, prenderà l’abito di carmelitana scalza a Tarragona nel dicembre 1602 e nel 1624 andrà a Saragozza per fondare il Carmelo di Santa Teresa, divenendone la prima superiora con il nome di suor Anna della Madre di Dio; fu una figura rilevante nel Carmelo aragonese e suo figlio lo seppe, anche se par varie ragioni mantenne sempre l’anonimato di sua madre. Nel 1609 il padre lo riconobbe, e lo portò con sé.
Fece gli studi universitari a Huesca, Alcalá e Salamanca. Nel 1626 entrò nella corte del re di Spagna Filippo IV dove ebbe importanti incarichi di governo esprimendo pareri molto concreti al punto che re Filippo IV pronunziava spesso una celebre frase: “Questi pareri sono di don Juan de Palafox”.
Tra gli uomini più brillanti del suo tempo, letterato e mecenate, Juan de Palafox decise tuttavia di lasciare, nel 1629, fra la meraviglia della corte, la vita mondana per dedicarsi alla vita spirituale.
Nel 1639, all'età di 39 anni, ossia a dieci anni dall'ordinazione sacerdotale, don Juan de Palafox fu designato alla sede vescovile di Puebla de los Angeles in Messico (Nuova Spagna) e consacrato il 27 dicembre. Ebbe, inoltre, importanti responsabilità come viceré e visitatore apostolico. Qui fu un infaticabile protettore e difensore dei nativi americani e dei loro diritti. Conoscendo i maltrattamenti e le umiliazioni da loro subiti, egli si adoperò presso le autorità civili per eliminare abusi e sfruttamento.
Nel 1649 Palafox tornerà in Spagna, richiamato da Filippo IV, e servirà nel Consiglio di Aragona fino al 1654, anno in cui fu destinato alla diocesi di Osma. Vi si recherà contro il parere di molti dei suoi, e vi morirà il 1° ottobre 1659 in odore di santità, dopo un breve periodo come pastore esemplare e fecondo sia per il suo gregge, sia per la sua edificazione spirituale. Nella cappella della cattedrale a lui destinata, che il re Carlos III ordinò di costruire appositamente, riposano le spoglie di uno dei prelati più insigni della Chiesa.
Juan de Palafox fu anche un patrono delle arti. A lui si deve la costruzione della Cattedrale di Puebla e della Biblioteca Palafoxiana che rifornì di cinquemila libri di scienza e filosofia. Lui stesso prolifico scrittore, i suoi scritti sono racchiusi in 15 volumi, ci ha lasciato in particolare un diario spirituale intitolato “Vita interiore” che descrive, giorno per giorno, il suo combattimento spirituale “nell’estirpare il male e piantare ciò che è santo e buono”.
Juan de Palafox y Mendoza è stata beatificato il 5 giugno 2011. La cerimonia di Beatificazione, celebrata nella Cattedrale di El Burgo de Osma, in Spagna, è stata presieduta dal card. Angelo Amato, S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e rappresentante del Pp Benedetto XVI, che, nel corso dell'omelia ha detto :
« Ci sono elementi che fanno del Palafox un pastore di grande attualità: ad esempio, la sua vicinanza ai poveri e diseredati, l’interesse, la stima e la difesa degli indigeni, la carità e la sollecitudine per i sacerdoti, il suo zelo pastorale nel conoscere e nel soddisfare le necessità spirituali e temporali dei suoi fedeli, lo spirito di orazione e di adorazione eucaristica, lo spirito di mortificazione e di austerità, il suo amore profondo alla Vergine e al Santo Rosario” che definì “il breviario di tutti quelli che non sanno leggere”. »
Per approfondimenti & è Juan de Palafox y Mendoza |
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Santo(i) del giorno SS. ANGELI CUSTODI (memoria)B. SZILÁRD ISTVÁN Bogdánffy, Vescovo e martire del comunismo S. Eleuterio, Martire († sec. III/IV)S. Leodegario, Vescovo di Autun (F) e martire († 679/80)S. Ursicino di Coira, Vescovo († sec. VIII) S. Teofilo di Bulgaria, Monaco († sec. VIII) BB. Ludovico e Lucia, Andrea e Francesco Yakichi, Genitori e figli, martiri († 1622)B. Giorgio Edmondo René (1748-1794), Presbitero e martire in FranciaB. Antoine Marie Chevrier (1826-1879), sacerdoteB. Giovanni (Jan) Beyzym (1850-1912), Presbitero S.J.BB. Francesco Carceller ed Isidoro Bover Oliver, Presbiteri e martiri († 1936)BB. Elia e Giovanni Battista Carbonell Mollà, Presbiteri e martiri († 1936) B. Maria Guadalupe (Maria Francesca) Ricart Olmos, Religiosa e martire († 1936)B. Maria Antonina Kratochwil (1881-1942), Vergine e martire |
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Martedì 2 Ottobre 2012
SS. Angeli Custodi (memoria)
Il nuovo Calendario universale della Chiesa ha conservato, a questa data, non la festa, ma la memoria degli Angeli Custodi. Un tempo questa festa veniva celebrata il 29 settembre, insieme con quella di San Michele, custode e protettore per eccellenza. Tre giorni fa, infatti, si è celebrata la festa dei tre Arcangeli : Michele, Gabriele e Raffaele.
L'uso di una festa particolare dedicata agli Angeli Custodi si diffuse nella Spagna nel IV sec., e nel secolo successivo in Portogallo, più tardi ancora in Austria. Nel 1670, Pp Clemente X (Emilio Altieri, 1670-1676) ne fissò la data al 2 ottobre.
La devozione per gli Angeli è più antica di quella per i Santi: prese particolare importanza nel Medioevo quando i monaci solitari ricercarono la compagnia di queste invisibili creature e le sentirono presenti nella loro vita di silenzioso raccoglimento.
Dopo il concilio di Trento, la devozione per gli Angeli fu meglio definita e conobbe nuova diffusione. Nella vita attuale, però, gli uomini trascurano sempre di più la propria angelica compagnia, e non avvertono, ormai, la presenza di un puro spirito, testimone costante dei pensieri e delle azioni umane.
Di solito si parla dell'Angelo Custode soltanto ai bambini; gli adulti, invece, dimenticano facilmente il loro consigliere, il loro invisibile compagno di viaggio, il testimone della loro vita. E anche questo aumenta il senso della desolazione e addirittura dell'angoscia che caratterizza il nostro tempo, nel quale si sono lasciate cadere, come infantili fantasie, tante consolanti e sostenitrici verità di fede.
È infatti, verità di fede che ogni cristiano, dal Battesimo, riceve il proprio Angelo Custode, che lo accompagna, lo ispira e lo guida, per tutta la vita, fino alla morte. « Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi » (Sal 90, 11).
Ci sono tante esperienze di santi. Chi non ricorda S. Gemma Galgani, ad esempio, cui l’angelo custode le faceva addirittura da portalettere? E più vicino a noi Padre Pio?
Qui di seguito ci sono 3 delle innumerevoli manifestazioni di angeli custodi, in correlazione con Padre Pio, rilevate sul sito è padrepio...
1. Un italo-americano residente in California, incaricava spesso il suo Angelo Custode di riferire a Padre Pio ciò che riteneva utile fargli sapere. Un giorno, dopo la confessione, chiese al Padre se sentiva veramente quello che gli diceva tramite l'angelo. “E che” - rispose Padre Pio – “mi credi sordo?” E Padre Pio gli ripeté quello che pochi giorni prima gli aveva fatto sapere tramite il suo Angelo.
2. Padre Lino raccontava. Stavo pregando il mio Angelo Custode perché intervenisse presso Padre Pio a favore di una signora che stava molto male, ma mi sembrava che le cose non mutassero affatto. «Padre Pio, ho pregato il mio Angelo Custode perché le raccomandasse quella signora - gli dissi appena lo vidi - è possibile che non l'abbia fatto? – “E cosa credi, che sia disobbediente come me e come te?”»
3. Padre Eusebio raccontava. Stavo andando a Londra in aereo, contro il consiglio di Padre Pio che non voleva che usassi questo mezzo di trasporto. Mentre sorvolavamo il canale della Manica una violenta tempesta mise l'aereo in pericolo. Tra il terrore generale recitai l'atto di dolore e, non sapendo cosa altro fare, mandai a Padre Pio l'Angelo Custode. Tornato a San Giovanni Rotondo andai dal Padre. “Guagliò”- mi disse – “Come stai? È andato tutto bene?” - "Padre ci stavo rimettendo la pelle" – “E allora perché non obbedisci?” - "Ma le ho mandato l'Angelo Custode..." – “E meno male che è arrivato in tempo!”
Più che utile, è necessario affidarsi ogni giorno, fin dal mattino, al proprio Angelo Custode con una delle più belle preghiere dettate dalla Chiesa :
“Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste . Così sia”. |
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رسائل 1301 من 1557 في الفقرة |
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Martedì 2 Ottobre 2012
Beato Szilárd István Bogdánffy
Vescovo e martire del comunismo
zilárd István Bogdánffy, è nato a Kálmánd, in Ungheria, il 29 ottobre 1911 e morto nel carcere rumeno di Nagyenyed il 2 ottobre 1953.
Il vescovo martire Szilárd Bogdánffy che, in nome della libertà religiosa, sfidò il regime comunista, è stato beatificato nella cattedrale latina di Oradea, in Romania, il 30 ottobre 2010.
A presiedere la cerimonia è stato il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Monsignor Angelo Amato. “Se prima la grande tentazione era dovuta alla durezza della persecuzione - ha affermato -, oggi, piuttosto, la quasi impercettibile complicatezza della vita, la distrazione e una certa misteriosa stanchezza interiore sono gli ostacoli che impediscono di terminare con lo slancio dell'amore quella corsa verso l'eterna felicità della quale parla San Paolo. È come se una certa melanconia opprimesse i nostri cuori. Eppure, come oggi la testimonianza dei martiri risuona e risplende di nuovo dal silenzio e dal buio della paura, così è con noi anche quella forza della fede che può darci speranza e avvenire”.
La beatificazione di Bogdánffy, ha sottolineato ancora mons. Amato, “rompe il silenzio di molti decenni e inaugura con la maestà e la forza misteriosa della liturgia il culto pubblico di quei numerosi testimoni, che hanno sofferto come martiri o confessori per la verità di Cristo e della Chiesa”.
Bogdánffy venne consacrato vescovo di Nagyvrad dei Latini il 14 febbraio 1949, nella Nunziatura di Bucarest. Le autorità reagirono tempestivamente e un mese e mezzo dopo la sua consacrazione, il 5 aprile, venne arrestato. Ecco il motivo: l'adesione fedele a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Per questo ha accettato, con amore generoso, anche la morte.
L'Arcivescovo Patrick O'Hara lo disse già nella Nunziatura, durante la consacrazione: “Szilard, fratello mio, io ti consacro vescovo per il martirio”. L'Arcivescovo Amato ha poi indicato il beato come sacerdote, educatore e martire esemplare. “Emblematico - ha notato tra l'altro - è il suo gesto di nascondere alcuni ebrei nel seminario di Nagyvrad, dissimulando la loro identità, per sottrarli a morte certa”.
Terminata la guerra, la Romania fu fortemente condizionata dalla campagna negativa scatenata dal regime comunista contro la Chiesa.
Szilárd István Bogdánffy nel 1949 venne arrestato e fu prima destinato ai lavori forzati in una miniera di piombo, quindi in un campo di sterminio presso il Mar Nero. Si ammalò di polmonite e, privato intenzionalmente delle necessarie cure e medicine, morì il 2 ottobre 1953 nel carcere rumeno di Nagyenyed. |
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رسائل 1302 من 1557 في الفقرة |
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A proposito...questa non è una Com che rientra nella categoria religiosa...e qui CHIUDO |
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