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Resposta  Mensagem 1 de 1557 no assunto 
De: Enzo Claudio  (Mensagem original) Enviado: 29/11/2009 08:44
Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani

Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742

Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.


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Resposta  Mensagem 1258 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 13/09/2012 03:42

Giovedì  13 Settembre  2012

 

San Giovanni Crisostomo
Vescovo e dottore della Chiesa
(memoria)

G

iovanni detto “Crisostomo”, cioè “Bocca d’oro” a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria, può dirsi vivo ancora oggi, anche a motivo delle sue opere. I suoi scritti permettono anche a noi, come ai fedeli del suo tempo, che ripetutamente furono privati di lui a causa dei suoi esili, di vivere con i suoi libri, nonostante la sua assenza. È quanto egli stesso suggeriva dall’esilio in una sua lettera (cfr A Olimpiade, Lettera 8,45).

Giovanni nacque ad Antiochia, da una famiglia cristiana benestante tra il 347 e il 349. In quel tempo la città era la seconda per importanza in oriente dopo Costantinopoli. Durante tutto il IV secolo profondi contrasti si erano verificati in Oriente, ed anche ad Antiochia, tra pagani, manichei, ariani, gnostici apollinari, ebrei; gli stessi cristiani erano divisi tra due vescovi rivali: Melezio e Paolino.

Anche la giovinezza di Giovanni visse in tale clima di contrasti. Suo padre, Secondo, alto ufficiale dell'esercito siriano, morì quando Giovanni era ancora in tenera età; la madre Antusa, di soli 22 anni, affrontò il peso di crescere da sola lui e la sorella più grande.

Fu allievo del celebre oratore e maestro Libanio, che ebbe a dire di questo suo discepolo: Sarebbe stato uno dei miei migliori allievi se la Chiesa non me lo avesse rubato.

A 18 anni incontra il vescovo Melezio e chiede il battesimo. Incomincia, allora, a seguire dei corsi di esegesi presso Diodoro di Tarso, la sua scuola era famosa per l'interpretazione letterale delle Sacre scritture, in contrapposizione con la scuola alessandrina che, invece, privilegiava una lettura anche allegorica. Terminati gli studi Giovanni riceve gli ordini minori e si ritira in un eremitaggio dove si dedica allo studio della teologia.

Compone un trattato, De Sacerdotio, molto influenzato da Gregorio Nazianzeno. Egli riteneva che il monachesimo non era la sola via per raggiungere la perfezione; la vita sacerdotale al servizio dei credenti e in mezzo alle mille tentazioni del mondo era per lui il miglior modo di servire Dio : È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).

Nell'inverno 380-381, viene ordinato diacono da Melezio ad Antiochia. Qualche anno più tardi è ordinato sacerdote dal vescovo Flaviano, diventando predicatore. I sermoni di Giovanni duravano oltre un paio d'ore, ma sapeva usare, con consumata perizia, tutti i registri della retorica, non certo per vellicare l'udito dei suoi ascoltatori, ma per ammaestrare, correggere, redarguire : i suoi fedeli prendevano anche delle note durante le sue omelie.

Nel 397 Nectario, arcivescovo di Costantinopoli, morì. Dopo un'aspra battaglia per la successione, l'imperatore bizantino, Arcadio, scelse Giovanni. Egli dirigerà con grande forza e rigore la Chiesa affidatagli, scagliandosi contro la corruzione e la licenziosità dei potenti ma facendosi molti nemici a corte. Fa destituire molti presbiteri indegni: sotto queste misure cadde anche il vescovo di Efeso. Fa rientrare nei monasteri i monaci che erravano vagabondi. Combatte con rigore le eresie.

Nel 402 molti nemici di Giovanni si rivolgono al patriarca di Alessandria d'Egitto Teofilo, la cui Chiesa si trovava in contrasto con quella di Costantinopoli. Teofilo, chiamato a Costantinopoli per giustificarsi di varie accuse che gli venivano mosse, si presenta con una schiera di vescovi alessandrini e mette in minoranza Giovanni che viene deposto ed esiliato dall'imperatore. Ma avendo l'imperatrice abortito in concomitanza con l'esilio di Giovanni, ella lo fa richiamare. Ciononostante i suoi nemici non cessano di tramare contro di lui e il 9 giugno del 404 viene definitivamente allontanato da Costantinopoli. Per tre anni è confinato a Cucusa, tra le montagne dell'Armenia, dove svolge un'intensa attività. Nel 407 gli viene intimato un nuovo trasferimento a Pitiunte, sul Mar Nero.

Giovanni muore il 14 settembre del 407, a Comana in Abkhazia (oggi parte della Georgia), durante il viaggio di trasferimento. Secondo la tradizione, le sue ultime parole furono: « doxa to Theo pantôn eneke » « gloria a Dio in tutte le cose ».

Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo nella Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante; trasportati, in seguito, a Roma, furono collocati nella Basilica Vaticana, dove sono tuttora conservati. Nel novembre 2004 il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) ha fatto dono al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I di una parte delle reliquie di S. Giovanni Crisostomo venerate in Vaticano.

Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana.

Il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli, 1958-1963) pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.

S. Giovanni Crisostomo si colloca tra i Padri più prolifici: di lui ci sono giunti 17 trattati, più di 700 omelie autentiche, i commenti a Matteo e a Paolo (Lettere ai Romani, ai Corinti, agli Efesini e agli Ebrei), e 241 lettere.

Significato del nome Giovanni : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico).

Per approfondimenti & le Catechesi di Papa Benedetto XVI :

è San Giovanni Crisostomo (I)

è San Giovanni Crisostomo (II)


Resposta  Mensagem 1259 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 13/09/2012 03:47

Giovedì 13 Settembre 2012

BB. Aurelio María (Bienvenido V.A.) e Jost Cecilio (Bonifacio R. G.), martiri († 1936)

 


Fratel Aurelio María (Bienvenido Villalón Acebrón)

Nacque a Zafra de Zincara, provincia e diocesi di Cuenca, il 22 marzo 1890. Entrò nel noviziato il 19 giugno 1906, ricevendo l'abito religioso e il suo nuovo nome il 22 agosto del medesimo anno. Emise i voti perpetui a Madrid, il 24 luglio 1918. Nel 1908, terminati gli studi, insegnò in diverse case, infine dal 1933, fu Direttore nel Collegio San José di Almeria.

Fratel Jost Cecilio (Bonifacio Rodríguez Gonzáles)

Nacque a Molina de Ubierna, provincia e diocesi di Burgos, il 14 maggio 1885. Il 21 ottobre 1901 entrò nel noviziato maggiore, ricevendo l'abito religioso e il suo nuovo nome il 21 novembre successivo. Emise i voti perpetui a Gijón, il 4 agosto 1913. Terminati gli studi, insegnò in diverse case; infine, nel 1935, fu inviato al Collegio San José di Almeria.

Questi Fratelli delle Scuole Cristiane avevano offerto la loro vita a Dio con la consacrazione religiosa e l'avevano spesa educando i fanciulli e i giovani. Incarcerati il 22 luglio 1936, furono fucilati nella notte dal 30 al 31 agosto i Fratelli Edmigio, Amalio e Valerio Bernardo, la sera dell'8 settembre i Fratelli Teodomiro Joaquín ed Evenzio Ricardo, la notte dal 12 al 13 settembre i Fratelli Aurelio Maria e Jose Cecilio.

I corpi dei nove martiri furono immediatamente cosparsi di benzina. I loro resti calcificati furono inumati nella cappella S. Ildefonso nella Cattedrale di Almeria, Spagna.

Il 10 ottobre 1993, Diego Ventaja Milán, Manuel Medina Olmos e i Fratelli delle Scuole Cristiane - Aurelio María, José Cecilio, Edmigio, Amalio, Valerio Bernardo, Teodomiro Joaquín e Evenzio Ricardo - sono stati innalzati agli onori dell'altare dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).

 


Resposta  Mensagem 1260 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 14/09/2012 03:07

Venerdì  14 Settembre  2012

 


Sant'Alberto di Gerusalemme

Vescovo e martire

A

lberto Avogadro o dei conti di Sabbioneta, di origine francese, nacque a Castrum Gualtierii (odierno Castel Gualtieri), in Emilia (Italia), verso il 1150.

Entrò tra i Canonici Regolari di S. Croce di Mortara (Pavia), e vi divenne priore nel 1180. Nel 1184 fu vescovo di Bobbio e nel 1185 di Vercelli.

Eminente per la sua vita, per il suo sapere e per la sua reputazione, Alberto governò la diocesi di Vercelli per 20 anni.

Per la sua mediazione tra il Pp Clemente III (Paolo Scolari, 1187-1191) e Federico Barbarossa fu nominato Principe dell’Impero.

Fu mediatore di pace (tra Milano e Pavia, 1194; tra Parma e Piacenza, 1199).

Nel 1194 dettò gli Statuti dei Canonici di Biella.

Nel 1205 Pp Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni, 1198-1216) lo nominò Patriarca latino di Gerusalemme, con l’ufficio di Legato papale per la Terrasanta.

Sbarcò a S. Giovanni d'Acri nel 1206, vale a dire l'anno della morte di S. Bertoldo, e si legò in stretta amicizia con S. Brocardo.

Appena quest'ultimo ebbe preso le redini del governo dell'Ordine carmelitano, s'indirizzò al santo Patriarca per ottenerne la soluzione di molti dubbi e difficoltà che si proponevano dai suoi religiosi sulla maniera in cui doveva intendersi la vita comune nel Carmelo.

Gli asiatici avevano le loro antiche tradizioni dalle quali non volevano discostarsi; gli europei, d'altro lato, trovavano questo genere di vita tutto differente da quello che avevano veduto praticare nei monasteri del loro paese, e ben presto la pace del santo Monte avrebbe potuto essere posta in pericolo.

Alberto vi provvide componendo, di concerto con S. Brocardo, una Regola piena di saggezza, ammirabile transazione tra l'Oriente e l'Occidente, che riunì a poco a poco tutti gli spiriti, e non ha cessato di produrre, d'allora in poi, frutti divini di santità in un numero quasi infinito di cuori generosi. Successive approvazioni di questa norma da parte di vari Papi aiutarono il processo di trasformazione del gruppo verso un Ordine Religioso, cosa che avvenne, nel 1247, con l'approvazione definitiva, da parte di Pp Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi, 1243-1254), di tale testo come Regola. L'Ordine del Carmelo fu così inserito nella corrente degli Ordini Mendicanti.

Alberto morì durante la processione dell'Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre del 1214, pugnalato, ad Acri, dal Maestro o Priore dell’Ospedale di S. Spirito, da lui rimproverato e mandato via dal suo ufficio, per cattiva condotta.

È venerato a Vercelli e dai canonici regolari l’8 aprile (forse il giorno in cui diede la Regola agli eremiti), dai Carmelitani e dal Patriarcato latino di Gerusalemme il 16, 17, 25 e 26 settembre.

Significato del nome Alberto : "di illustre nobiltà" (tedesco).


Resposta  Mensagem 1261 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 14/09/2012 03:09

Venerdì  14 Settembre  2012

 

S. Cipriano

Vescovo e martire

M.R. : A Cartagine, passione di S. Cipriano, vescovo, illustre per santità e dottrina, che resse con maestria la Chiesa in tempi funestissimi, incoraggiò i confessori della fede nelle tribolazioni, e, dopo un duro esilio, regnanti Valeriano e Gallieno, consumò il suo martirio di fronte a moltissime persone, ucciso con la spada per volontà del proconsole.

Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI

è San Cipriano




Resposta  Mensagem 1262 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 15/09/2012 04:56

Sabato  15 Settembre  2012

 

Santa Caterina da Genova

Vedova

Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 15 settembre, mentre la diocesi di Genova celebra la memoria, per la Chiesa locale, in data 12 settembre.

C

aterina da Genova, o “Madonna Caterinetta” come affettuosamente veniva chiamata nella sua città, è stata una donna straordinaria non solo per la sua bellezza, ma specialmente per il coraggio dimostrato nel curare gli incurabili, i rifiuti della società genovese. Caterina fu anche una grande mistica, arricchita da speciali rivelazioni da parte di Dio. La situazione politico religiosa e sociale dell'Italia del fine '400 e del '500 non era una delle più felici. Dal punto di vista religioso si sentiva l'urgenza di una riforma della Chiesa, specialmente di una parte di essa, cioè del clero. Papi, cardinali e vescovi spesso erano più politici, mercanti o affaristi che pastori d'anime. Si stava preparando ed era già in arrivo il ciclone Lutero (1483-1546), che avrebbe cercato la riforma della Chiesa, a suo modo, lacerando profondamente la cristianità europea, fino alla nascita della Chiesa protestante. Anche Caterina voleva la riforma della Chiesa, ma cominciò dal basso, con la propria carità, la preghiera e l'eroismo dimostrato nel lavoro all'ospedale di Genova. Qui, ella non rifiutò i più umili servizi dedicandosi a lenire le sofferenze dell'anima. Convinta che la vita spirituale dovesse cominciare dall'abbandono dell'amore proprio e dell'orgoglio. Una riforma perseguita con la testimonianza e con la propria santità; senza dividere la Chiesa.

Nel 1494-95 l'esercito del re francese Carlo VIII ha percorso l'Italia e la triste eredità del passaggio del suo esercito in Italia fu, oltre ai soliti saccheggi, il cosiddetto "morbo gallico" (o sifilide), un male terribile, una vera epidemia, che fece strage specialmente tra le classi sociali povere. I malati ricchi chiamano i medici in casa, quelli poveri muoiono per le strade, nei fossi senza cure e assistenza.

A Genova, nel 1497, emerge un gruppo che si dedica a questi scarti umani, li accoglie, li nutre, li cura. Animatrice: una signora di rango, Caterina Fieschi moglie del giovane Giuliano Adorno. Fu proprio nel fronteggiare questo disastro sociale che emerse la grandezza morale e la santità di Caterina.

Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447. Faceva parte del nobile casato dei Fieschi: il padre era Giacomo Fieschi, patrizio genovese, nipote di Pp Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi, 1243-1254) e Viceré di Napoli; la madre fu Francesca di Negro.

Era ancora una fanciulla quando sentiva molto forte l'attrattiva alla preghiera. Caterina per la sua avvenenza non passava inosservata: era anche intelligente e di carattere forte. Essendo di famiglia nobile ebbe la possibilità di essere istruita nelle lettere, ma non divenne una umanista; più che l'amore ai classici sentiva l'attrazione verso i mistici. A tredici anni, perciò, chiese di entrare nel monastero e diventare suora agostiniana, ma l'età, l'opposizione della famiglia e dei parenti lo impedirono.

In seguito Caterina fu indotta a pronunciare il fatidico sì il 13gennaio 1463 quando aveva appena16 anni: era chiaramente un matrimonio "politico" che curava gli interessi delle famiglie dei Fieschi e Adorno. Non si pensava minimamente alla volontà ed alla felicità della ragazza. Lo sposo, del resto, era un uomo violento, brutale, dissoluto, dissipatore delle ricchezze, senza freni e senza regole e non aveva alcuna attenzione e rispetto per la moglie, anche se giovane e bella. Furono 5 anni di autentica sofferenza per lei, passati in una desolante solitudine dentro una ricca, bella e grande casa. Dopo questi anni, dietro suggerimento di alcune amiche, anche Caterina assaggiò un po' la vita "mondana" della Genova bene.

Ed ecco la conversione totale, che avvenne il 22 marzo 1463, davanti al Cristo crocifisso. Aveva capito in un istante che “Dio è Amore”, e che questo Amore si era manifestato pienamente in Cristo e, particolarmente, nella sua passione e morte. Caterina ebbe così una di quelle estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito. Primo effetto di questa conversione fu: la conversione del marito Giuliano che entrò nei Terziari Francescani. Insieme e di comune accordo, lasciarono la loro grande casa e si ritirarono in una, molto più modesta, vicino all'ospedale di Pammatone dove, sempre insieme, si diedero al servizio dei malati. Servizio che per lei durò più di 30 anni dirigendo l'impegno dei collaboratori verso un obiettivo preciso: vivere l'esperienza dell'amore di Dio andando dai più infelici e disprezzati. Fu anche nominata, lei donna, rettore dell'ospedale, che ella amministrò non solo con slancio di amore ma anche con grande ed intelligente efficienza. Infatti, cambia l'organizzazione nell'ospedale cercando il meglio tra medici e cure ma partendo sempre dall'idea di Dio-Amore: quest'amore che va trasmesso subito a tutti, cominciando dai disperati in ogni necessità. Bisogna piantare in li cori nostri il divino amore, cioè la caritàdiceva spesso.

Questo è l'insegnamento di Caterina, dispensato e vissuto fino alla morte. Lei era anche una donna mistica ma questo fatto non l’alienava dalla realtà quotidiana e misera della condizione umana di quei poveracci.

Particolarmente esemplare fu il suo impegno coraggioso e totale nel curare gli appestati del 1493. Un fatto destò la meraviglia dello stesso Lutero in visita a Genova: Caterina non era la sola a praticare con tanto eroismo l'amore al prossimo. Anche questo era un contributo alla rivitalizzazione della vita cristiana. Dietro suo impulso, Ettore Vernazza, un laico notaio e umanista, fondò la Fraternità del Divino Amore, composta di clero e laici, tutti accomunati dall'unico fine di vivere dell'Amore di Dio e farlo conoscere nella testimonianza quotidiana, particolarmente verso i poveri e gli ammalati. Un'associazione, questa, che servirà da modello anche ad altre in seguito.

La vita eroica e di servizio totale di Caterina non passava certo inosservata. Molte altre persone, attratte da lei, le chiedevano una guida spirituale per camminare nella via del Signore. E così nei convegni spirituali di Pammatone, Caterina effondeva in preziosi ammaestramenti quello che guidava il suo cuore e la sua azione: l'Amore di Dio. Le esperienze mistiche che aveva le traduceva, come poteva, in parole di sostegno spirituale agli altri.

I suoi insegnamenti ci sono stati trasmessi anche con due opere:Dialogo spirituale, una specie di autobiografia in cui descrive il proprio cammino spirituale, e èIl Trattato del Purgatorio : qui ci parla, con un linguaggio semplice della terribile serietà delle sofferenze delle anime per purificarsi e prepararsi all'incontro con Dio. È l'Amore di Dio che sostiene queste anime, e la certezza di vederlo che le aiuta pur nel dolore. È un'opera di densa teologia, studiata e ammirata da vari esperti del settore.

Questo le fece meritare il titolo di Dottoressa del Purgatorio. Alla base del suo insegnamento spirituale, valido anche oggi, Caterina pone la lotta all'amor proprio. Dio deve essere amato per se stesso, non per i suoi doni e grazie. Ed il fine della vita spirituale è proprio arrivare ad amare Dio solo per amore di Dio. Condizione indispensabile, però, è spogliarsi dell'amor proprio, perché può impadronirsi del cuore e della mente dell'uomo fino a diventare il vero motore del proprio pensare ed agire, escludendo così Dio dal proprio orizzonte di valori guida. A questa purificazione del nostro io, cresciuto troppo a scapito di Dio, servono le sofferenze che Dio stesso permette che abbiamo, in questa vita e nel Purgatorio. E Caterina di sofferenze ne ebbe veramente tante: il suo io era completamente purificato nell'amore completo e totale di Dio, attraverso i servizi più umili ai malati.

Già verso la fine, Caterina si ammala anche di peste curando una malata.Misteriosa malattiache la scienza del tempo non riusciva a capire. Lei rimase sempre serena e tranquilla, totalmente e fiduciosamente nelle mani di Dio; la morte, d'altra parte, non le faceva certo paura.

E la mortedolce e soave e bellaarrivò il 15 settembre 1510 a 63 anni; venne sepolta a Genova, nella chiesa della SS. Annunziata di Portoria.

Beatificata da Pp Clemente X (Emilio Altieri, 1670-1676) il 6 aprile del 1675, è stata canonizzata il 23 aprile 1737 da Pp Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1730-1740), in seguito, proclamata patrona e protettrice di Genova.

Significato del nome Caterina: "donna pura" (greco).

Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI

è Santa Caterina da Genova


Resposta  Mensagem 1263 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 16/09/2012 05:56

Domenica  16 Settembre  2012

 

SS. Cornelio e Cipriano, Martiri

(memoria)

Cornelio e Cipriano sono ricordati dalla Chiesa in questo stesso giorno. Di Cipriano giovane sappiamo che è nato pagano a Cartagine intorno al 210. Battezzato verso il 245, nel 249 è vescovo di Cartagine.

Nel 250 l'imperatore Decio ordina che tutti i sudditi onorino le divinità pagane (offrendo sacrifici o, anche, solo bruciando un po' d'incenso) e ricevano così il libello, un attestato di patriottismo. Per chi rifiuta, carcere e tortura o anche la morte: a Roma muore martire papa Fabiano. A Cartagine, Cipriano si nasconde, guidando i fedeli, come può, dalla clandestinità.
Cessata la persecuzione, nella primavera del 251, molti cristiani, che hanno ceduto per paura, vorrebbero tornare nella Chiesa. Ma quelli che non hanno ceduto si dividono tra indulgenti e rigoristi. Cipriano è più vicino ai primi e, con altri vescovi d'Africa, indica una via più moderata, inimicandosi i fautori dell'epurazione severa.

A questo punto le sue vicende s'intrecciano con quelle di Cornelio, un presbitero romano d'origine patrizia che, eletto papa a 14 mesi dal martirio di Fabiano, si trova di fronte ad uno scisma provocato dal dotto e dinamico prete Novaziano che ha retto la Chiesa romana in tempo di sede vacante. Novaziano accusa di debolezza Cornelio (che è sulla linea di Cipriano) e dà vita ad una comunità dissidente che durerà fino al V secolo.

Da Cartagine, Cipriano affianca Cornelio e si batte contro Novaziano affermando l'unità della Chiesa universale. Non è solo sintonia personale con Pp Cornelio: Cipriano parte dall'unità dei cristiani, innanzitutto, con i rispettivi vescovi e poi dei vescovi con Roma, quale sede principale, fondata su Pietro capo degli Apostoli.

Ucciso in guerra l'imperatore Decio, il suo successore Treboniano Gallo è spinto a perseguitare i cristiani perché c'è la peste, e la voce del popolo accusa i cristiani, additati come untori, in qualunque calamità.

Si arresta anche Pp Cornelio, che muore in esilio nel 253 a Centumcellae (antico nome di Civitavecchia).
Cipriano, che appoggia il suo successore Lucio I contro lo scisma di Novaziano, afferma ripetutamente che Cornelio fu martirizzato. Il Catalogo Liberiano riporta
ibi cum gloria dormicionem accepit
, e questo può significare che morì a causa dei rigori a cui fu sottoposto durante la sua deportazione, sebbene documenti successivi affermino che fu decapitato.
Alla fine del III secolo il suo corpo fu traslato nelle catacombe di S. Callisto a Roma. Le sue reliquie furono poi trasferite in una basilica voluta da S. Leone I, Magno (440-461) e quindi Pp Adriano I (772-795) le portò nel territorio di Capracoro, dove il pontefice aveva la casa paterna.

Al tempo di Pp Gregorio IV (827-844) il suo corpo riposava nella basilica di Santa Maria in Trastevere. In quel tempo parte delle reliquie furono portate a Compiègne (Francia), mentre nella seconda metà del XVIII secolo altre parti del suo corpo furono portate nella chiesa dei Santi Celso e Giuliano.

S. Girolamo riportava che Cornelio e Cipriano patirono il martirio nello stesso giorno di anni diversi, e la sua affermazione è stata generalmente accettata.

Significato dei nomi:

Cornelio : “abbondanza” (dal latino cornu);

Cipriano: “nativo, originario di Cipro” (greco e latino).

Dalle “Lettere” di san Cipriano, vescovo e martire

« Cipriano a Cornelio, fratello nell’episcopato. Siamo a conoscenza, fratello carissimo, della tua fede, della tua fortezza e della tua aperta testimonianza. Tutto ciò è di grande onore per te e a me arreca tanta gioia da farmi considerare partecipe e socio dei tuoi meriti e delle tue imprese. Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l’amore, unica e inscindibile l’armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria? E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli? Certo non si può immaginare l’esultanza e la grande letizia che vi é stata qui da noi quando abbiamo saputo cose tanto belle e conosciuto le prove di fortezza da voi date. Tu sei stato di guida ai fratelli nella confessione della fede, e la stessa confessione della guida si è fortificata ancora più con la confessione dei fratelli. Così, mentre hai preceduto gli altri nella via della gloria, hai guadagnato molti compagni alla stessa gloria, e mentre ti sei mostrato pronto a confessare per primo e per tutti, hai persuaso tutto il popolo a confessare la stessa fede.

In questo modo ci è impossibile stabilire che cosa dobbiamo elogiare di più in voi, se la tua fede pronta e incrollabile, o la inseparabile carità dei fratelli. Si è manifestato in tutto il suo splendore il coraggio del vescovo a guida del suo popolo, ed è apparsa luminosa e grande la fedeltà del popolo in piena solidarietà con il suo vescovo. In voi tutta la chiesa di Roma ha dato la sua magnifica testimonianza, tutta unita in un solo spirito e in una sola voce. È brillata così, fratello carissimo, la fede che l’Apostolo constatava ed elogiava nella vostra comunità. Già allora egli prevedeva e celebrava quasi profeticamente il vostro coraggio e la vostra indomabile fortezza. Già allora riconosceva i meriti di cui vi sareste resi gloriosi. Esaltava le imprese dei padri, prevedendo quelle dei figli. Con la vostra piena concordia, con la vostra fortezza, avete dato e tutti i cristiani luminoso esempio di unione e di costanza. Fratello carissimo, il Signore nella sua provvidenza ci preammonisce che è imminente l’ora della prova. Dio nella sua bontà e nella sua premura per la nostra salvezza ci dà i suoi benefici suggerimenti in vista del nostro vicino combattimento. Ebbene in nome di quella carità che ci lega vicendevolmente, aiutiamoci, perseverando con tutto il popolo nei digiuni, nelle veglie e nella preghiera.

Queste sono per noi quelle armi celesti che ci fanno stare saldi, forti e perseveranti. Queste sono le armi spirituali e gli strali divini che ci proteggono. Ricordiamoci scambievolmente in concordia e fraternità spirituale. Preghiamo sempre e in ogni luogo gli uni per gli altri, e cerchiamo di alleviare le nostre sofferenze con la mutua carità. » (Lett. 60, 1-2. 5; CSEL, 3, 691-692. 694-695)

Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI :

è 6 giugno 2007, San Cipriano


Resposta  Mensagem 1264 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 17/09/2012 03:48

Lunedì  17 Settembre  2012

 

San Roberto Bellarmino S.J.
Cardinale S.J. e Dottore della Chiesa
(memoria facoltativa)

R

oberto Francesco Romolo Bellarmino nacque a Montepulciano il 4 ottobre 1542 in una nobile famiglia toscana. Suo padre era Vincenzo Bellarmino, mentre sua madre, Cinzia Cervini, era la sorella del cardinale Marcello Cervini, futuro Pp Marcello II.

Egli dimostrò precocemente le sue ottime qualità e, ispirandosi agli autori latini come Virgilio, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare che in latino. Fu educato nel collegio gesuita, di recente fondazione, della sua città natia ed entrò nella Società di Gesù il 20 settembre 1560. Trascorse i tre anni successivi studiando filosofia nel collegio romano, dopo di che iniziò ad insegnare materie letterarie dapprima a Firenze, poi a Mondovì. Nel 1567 intraprese lo studio della teologia a Padova, e nel 1569 fu inviato a completare questi studi a Lovanio (Belgio), dove poté acquisire una più completa conoscenza delle eresie più importanti del suo tempo.

Dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta il 25 marzo del 1570, guadagnò rapidamente notorietà sia come insegnante sia come predicatore; in quest’ultima veste era capace di attirare al suo pulpito sia cattolici che protestanti, persino da altre aree geografiche. Gli fu conferito l'insegnamento della teologia a Lovanio e qui rimase per sei anni, fino al 1576. Distintosi in questi anni per la sua dotta eloquenza e sorprendente capacità di controbattere efficacemente le tesi calviniste, che si diffondevano ampiamente nei Paesi Bassi spagnoli, fu richiamato a Roma da Pp Gregorio XIII (Ugo Boncompagni, 1572-1585) che gli affidò la cattedra di “Controversie”, cioè di Apologetica, da poco istituita nel Collegio Romano, attività che svolse fino al 1587.

Da poco tempo si era concluso il Concilio di Trento e la Chiesa Cattolica, attaccata dalla Riforma protestante, aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. L'attività e le opere di Roberto B. si inserirono proprio in questo contesto storico della Controriforma. Egli si dimostrò adeguato alle difficoltà del compito. Gli studi che intraprese per applicarsi nell'insegnamento e nelle lezioni, confluirono successivamente nella sua grande e più famosa opera di più volumi: Le Controversie, cioè “Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos”.

Questa monumentale opera teologica rappresenta il primo tentativo di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, ed ebbe un’enorme risonanza in tutta Europa; senza sviluppare nessuna aggressione polemica nei confronti della Riforma ma solo usando gli argomenti della ragione e della tradizione, Roberto B. espose in modo chiaro ed efficace le posizioni della Chiesa Cattolica.

A tutt'oggi non esiste un’opera di tale completezza come questa nel campo apologetico; la sua instancabile azione a difesa della fede cattolica, gli valsero l'appellativo di “martello degli eretici”.

Nel 1588 Roberto B. fu nominato “Padre Spirituale” del Collegio Romano (oggi Università Gregoriana).

Nel 1590 si recò assieme al cardinale Enrico Caetani come teologo facente parte della legazione che Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590) stava inviando in Francia per proteggere gli interessi della chiesa coinvolta nelle difficoltà delle guerre civili. Quando la missione era oramai al termine, Roberto B. riprese nuovamente il suo lavoro come padre spirituale ed ebbe la consolazione di guidare, negli ultimi anni della sua vita, Luigi Gonzaga, che morì al Collegio romano nel 1591 e di cui negli anni successivi Bellarmino promosse la beatificazione.

Nello stesso periodo egli fece parte della commissione finale per la revisione del testo della “Vulgata.

Nel 1592 fu fatto rettore del collegio romano e nel 1595 superiore della Provincia di Napoli.

Nel 1597 Pp Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini, 1592-1605) lo richiamò a Roma e lo nominò suo consultore teologo come pure Esaminatore dei Vescovi e Consultore del Sant'Uffizio.

Proclamato Cardinale presbitero di Santa Maria in Via Lata e arcivescovo di Capua il 18 marzo 1599, probabilmente per tenerlo lontano da Roma nel momento culminante della controversia sulla grazia, alla morte di Clemente VIII, nel 1605, poté tornare nella città di Pietro dove esercitò un grande influsso come teologo ufficiale della Chiesa, con la sua dottrina e con l'esempio della sua carità e semplicità di vita, che la gente ammirava.

A Clemente VIII succedette prima Leone XI (Alessandro de' Medici), che regnò per soli ventisette giorni, e poi Paolo V (Camillo Borghese, 1605-1621). Nel primo e nel secondo conclave, ma soprattutto in quest'ultimo, il nome di Bellarmino fu spesso dinanzi alle intenzioni degli elettori ma il fatto che fosse un gesuita costituì un impedimento secondo il giudizio di molti cardinali.

Ebbe diversi incarichi presso l'Inquisizione durante gli importanti processi ereticali come quelli contro Giordano Bruno, cominciato il 1593 e conclusosi con il verdetto di condanna al rogo su ordine del Pp Clemente VIII il 20 gennaio 1600, e contro Galileo Galilei. Il cardinale Bellarmino fece parte della commissione vaticana che ammonì Galileo dal continuare a proporre la teoria eliocentrica, nel 1616, e fu proprio lui a comunicargli l'ammonizione con una lettera rimasta famosa. In precedenza Roberto B. aveva sempre mostrato interesse nelle scoperte dello scienziato e si era trattenuto in amichevole corrispondenza con lui. Aveva pure assunto, come testimoniato dalle sue lettere all'amico di Galileo, Foscarini, un atteggiamento aperto verso le teorie scientifiche, ammonendolo, tuttavia, di non cercare una dimostrazione della loro esattezza ma limitandosi a porle come ipotesi.

Roberto B. morì a Roma il 17 settembre 1621 e il processo di beatificazione, iniziato di lì a poco, si protrasse per ben tre secoli.

Il 22 dicembre 1920 Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922) riassumendo l'iter per la sua beatificazione, promulgò il decreto della eroicità delle sue virtù; poi il 13 maggio 1923, durante il pontificato di Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939), fu celebrata la sua beatificazione e dopo sette anni, il 29 giugno 1930, fu canonizzato. Più breve è stato quindi il processo di canonizzazione e ancora più rapida la nomina a Dottore della Chiesa, conferitagli il 17 settembre 1931 sempre da parte di Pio XI.

Dal 21 giugno 1923 il suo corpo è venerato dai fedeli nella terza cappella di destra della Chiesa di S. Ignazio di Loyola a Roma che conserva le reliquie di altri santi gesuiti tra cui S. Luigi Gonzaga.

Significato del nome Roberto : "splendente di gloria, illustre per fama" (tedesco).

Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI

è San Roberto Bellarmino


Resposta  Mensagem 1265 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 17/09/2012 03:50

Lunedì  17 Settembre  2012

 

Santa Ildegarda di Bingen

Vergine, mistica

I

ldegarda di Bingen nacque nell'estate del 1098 in Renania, probabilmente a Bermersheim, nei pressi di Alzey, ultima di dieci figli. Apparteneva a una famiglia nobile e numerosa e, fin dalla nascita, venne votata dai suoi genitori al servizio di Dio. A otto anni, fu offerta per lo stato religioso (secondo la Regola di san Benedetto, cap. 59), e, per ricevere un’adeguata formazione umana e cristiana, fu affidata alle cure della vedova consacrata Uda di Göllheim e poi di Giuditta di Spanheim, che si era ritirata in clausura presso il monastero benedettino di S. Disibodo. Si andò formando un piccolo monastero femminile di clausura, che seguiva la Regola di S. Benedetto. Ildegarda ricevette il velo dal Vescovo Ottone di Bamberga e, nel 1136, alla morte di madre Giuditta, divenuta magistra (Priora) della comunità, le consorelle la chiamarono a succederle.

Tra il 1147 e il 1150, sul monte di S. Ruperto vicino a Bingen, sul Reno, Ildegarda fonda il primo monastero e, nel 1165, il secondo, sulla sponda opposta del fiume.

È una persona delicata e soggetta alle malattie, tuttavia, raggiunge l'età di 81 anni affrontando una vita piena di lavoro, lotte e contrasti spirituali, temprata da incarichi divini.

Figura, intellettualmente lungimirante e spiritualmente forte, le sue visioni, trascritte in appunti e poi in libri organici, la rendono celebre. È interpellata per consigli e aiuto da personalità del tempo. Sono documentati i suoi contatti con Federico Barbarossa, Filippo d'Alsazia, san Bernardo, Eugenio III. Negli anni della maturità intraprende numerosi viaggi per visitare monasteri, che avevano chiesto il suo intervento e per predicare nelle piazze, come a Treviri, Metz e Colonia.

Nella sua vita fu, inoltre, scrittrice, musicista, cosmologa, artista, drammaturga, guaritrice, linguista, naturalista, filosofa, poetessa, consigliera politica, profetessa e compositrice.

Muore il 17 settembre 1179.

Molti calendari la ricordano il 17 settembre, il giorno della sua morte che, secondo la leggenda devozionale, le sarebbe stato predetto in una delle sue ultime visioni, quelle visioni che sarebbero iniziate in tenera età, ma che solo in età adulta svelò.

Ildegarda fu seppellita nel monastero di Rupertsberg, dove le fu elevato un ricco mausoleo. Quando però nel 1632, durante la guerra dei Trent'anni, il monastero fu distrutto e bruciato dagli Svedesi, i monaci benedettini portarono con sé le reliquie nella cappella del priorato di Bingen dove oggi si trovano.

Il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), in una lettera per l'ottocentesimo anniversario della sua morte, salutò in Ildegarda la profetessa della Germania”, la donna che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore (Federico Barbarossa)”. E al genio di Ildegarda farà ancora cenno nella Lettera Apostolica intitolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezioso che le donne hanno svolto e svolgono nella vita della Chiesa.

Santa Ildegarda di Bingen sarà proclamata Dottore della Chiesa Universale, insieme a S. Giovanni d'Avila, il 7 ottobre 2012.

Significato del nome Ildegarda : "coraggiosa in battaglia" (tedesco).

Per approfondimenti & le Catechesi di Papa Benedetto XVI

è Santa Ildegarda di Bingen (1) Santa Ildegarda di Bingen (2)


Resposta  Mensagem 1266 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 17/09/2012 03:52

Lunedì  17 Settembre  2012

 

Beato Stanisław od Jezusa i Maryi

Sacerdote e fondatore

"Società dei Sacerdoti Mariani dell'Immacolata Concezione"

S

tanislao di Gesù e Maria, al secolo Jan (Giovanni) Papczynski, nacque il 18 maggio 1631 a Podegrodzie (Polonia), in una famiglia numerosa di cui era l'ultimo degli otto figli. In quei tempi la Repubblica di Polonia, uno dei più grandi Stati dell'Europa d'allora, con il territorio di quasi un milione di chilometri quadrati, godeva con orgoglio della propria potenza e del proprio splendore. Suo padre Tomasz era contadino e anche un apprezzato fabbro che, per alcuni anni, fu sindaco del villaggio ed ebbe cura della chiesa di Podegrodzie. Sua madre, nata Tacikowska, era una donna pia e industriosa. I genitori, relativamente benestanti considerando il loro status sociale, non risparmiarono forze e mezzi per una solida educazione ed istruzione del figlio, il quale, non senza numerose difficoltà, studiò nei collegi degli Scolopi e dei Gesuiti, interrompendo più volte gli studi, inizialmente perché non ce la faceva, successivamente a causa delle guerre e delle epidemie che infestavano il paese.

Dopo aver terminato lo studio della retorica e il corso biennale di filosofia nel collegio gesuita a Rawa Mazowiecka, all'età di 23 anni, Giovanni entrò nell'ordine dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie (Scolopi), nonostante gli intensi sforzi della madre e della famiglia per farlo sposare.

Nel noviziato ricevette il nome in religione di Stanislao di Gesù e Maria.

Il 22 luglio 1656 emise i tre voti semplici: di castità, di povertà e di obbedienza e il giuramento di perseverare nell'ordine sino alla fine della vita.

Il 12 marzo 1661 venne ordinato sacerdote dal Vescovo di Przemysl, Stanislaw Sarnowski.

Nel 1669 chiese il permesso di lasciare l'ordine dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie e lo ottenne in base al breve apostolico dell'11 dicembre 1670.

Mentre stava ricevendo l'indulto per l'abbandono, nella residenza degli Scolopi di Kazimierz, presso Cracovia, P. Stanislao, inaspettatamente, annunciò l'intenzione di fondare la "Società dei Sacerdoti Mariani dell'Immacolata Concezione". Allo stesso tempo fece la professione di fede nell'Immacolata Concezione e il cosiddetto "voto di sangue", cioè la disponibilità a difendere questa verità di fede fino al sacrificio della vita.

Nell'anno 1671 vestì l'abito bianco in onore dell'Immacolata Concezione. Nel frattempo preparò la nuova regola, chiamandola Norma vitae, per la futura congregazione.

I "Mariani Eremiti" ricevettero l'approvazione ecclesiastica, il 24 ottobre 1673. Nel 1677 il Vescovo Stefan Wierzbowski donò ai mariani la chiesa del Cenacolo nella Nuova Gerusalemme (oggi Góra Kalwaria), accanto alla quale sorse il secondo convento.

Sebbene la spiritualità dell'Ordine dei Mariani riflettesse in qualche modo la spiritualità e la mentalità della Chiesa polacca, allo stesso tempo si poteva notare che il Fondatore dei mariani non voleva essere un semplice continuatore di una tale devozione mariana. Concentrò la sua attenzione sul mistero dell'Immacolata Concezione, trovando in esso, in un certo senso, il cuore del cristianesimo: il dono gratuito dell'infinito amore di Dio per l'uomo, meritato da Cristo, accolto da Maria come la prima tra i credenti, in un totale amore e in una totale sottomissione a Dio, per tutta la Sua vita. Nell'imitazione della vita evangelica di Maria, vedeva la fondamentale forma del culto all'Immacolata Concezione.

I biografi di p. Stanislao descrivono le sue numerose esperienze mistiche riguardanti il purgatorio, durante le quali provava le sofferenze dei defunti sottoposti alla purificazione.

Il fondatore dei mariani si prestava anche ad aiutare i parroci nel lavoro pastorale e si dedicava con slancio a questa attività. P. Stanislao si dedicò anche con zelo alle opere di misericordia, sia di carattere spirituale che materiale. Secondo varie testimonianze, liberava da diversi malanni le persone che andavano da lui e le aiutò anche in modo miracoloso. Per queste ragioni, ancora in vita, fu ritenuto santo e chiamato "padre dei poveri" e "apostolo di Masovia".

Nella primavera del 1698, poiché egli stesso non si sentiva di farlo, inviò a Roma il procuratore generale Kozlowski con il compito di ottenere l'approvazione pontificia e nell'autunno dello stesso anno accettò una nuova fondazione a Golizna, nella regione di Masovia.

Nell'anno 1699 Kozlowski ottenne l'approvazione pontificia per i mariani, dopo aver accettato la Regula decem beneplacitorum.

Il 24 novembre 1699, Pp Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, 1691-1700) approvò giuridicamente i mariani come ultimo ordine dei chierici regolari nella storia della Chiesa, raccomandando al Nunzio Apostolico di Varsavia di ricevere nelle sue mani i loro voti religiosi.

P. Stanislao Papczynski, fino alla morte, fu superiore generale. Consapevole di aver compiuto la propria missione ripeteva spesso le parole: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola. Fino agli ultimi istanti conservò la lucidità di mente.

Morì il 17 settembre 1701, nel convento di Góra Kalwaria, pronunciando le parole: Nelle tue mani, Signore, consegno il mio spirito, benedicendo prima i suoi confratelli, esortandoli all'osservanza della regola e delle costituzioni ed esprimendo il desiderio ardente di unirsi a Cristo.

Stanislao di Gesù e Maria (Giovanni Papczyński), il 13 giugno 1992, è stato dichiarato "venerabile"; il 16 dicembre 2006, è stato riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione; il 16 settembre 2007 è stato beatificato, nel Santuario della Madonna di Licheń Stary, dal card. Segretario di Stato Tarcisio Bertone, nel corso del suo viaggio in Polonia.

Significato del nome Stanislao : "che sta in piedi, che eccelle" (slavo).

Per approfondimenti & è Beatificazione di Stanislao ...


Resposta  Mensagem 1267 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 18/09/2012 03:16

 

Martedì  18 Settembre  2012

 

Santo(i) del giorno

S. GIUSEPPE da Copertino, Sacerdote O.F.M. Conv.
S. Oceano, Martire († sec. inc.)
S. Arianna (Ariadne) di Prymnesso, Martire († sec. inc.)
S. Ferreolo, Tribuno e martire († sec. III)
S. Eustorgio I di Milano, Vescovo († prima del 355)
S. Domenico Trach (1792-1840), Presbitero domenicano e martire
B. Carlo Eraña Guruceta (1884-1936), Religioso e martire
BB. Ferdinando Garcia Sendra e Giuseppe Garcia Mas, Presbiteri e martiri († 1936)
BB. Ambrogio (Salvatore) Chulia Ferrandis, Valentino (Vincenzo) Jaunzaras e compagni, Martiri
B. Giuseppe (Jozef) Kut (1905-1942), Sacerdote e martire



 

 

San Giuseppe da Copertino
Sacerdote O.F.M. Conv.

G

iuseppe da Copertino, al secolo Giuseppe Maria Desa, nacque a Copertino, presso Lecce, in una stalla (ancora esistente nel suo stato primitivo) il 17 giugno 1603.

I suoi genitori furono Felice Desa e Franceschina Panaca. A sette anni iniziò la scuola, ma una grave malattia lo costrinse ad abbandonarla. Quando guarì, a 15 anni, si attribuì questo miracolo alla Madonna delle Grazie di Galatone (Lecce). Durante la malattia aveva pensato di farsi sacerdote francescano ma gli mancava, però, la dovuta istruzione.

Nel 1625, all'età di 22 anni, i frati presero a cuore la situazione e lo ammisero nella comunità, prima come oblato, poi come terziario e finalmente come fratello laico. Addetto ai lavori pesanti ed alla cura della mula del convento, Giuseppe, ben presto, espresse il desiderio di diventare sacerdote: sapeva appena leggere e scrivere ma intraprese gli studi con volontà e difficoltà. Quando dovette superare l'esame per il diaconato davanti al vescovo, accadde che a Giuseppe, il quale non era mai riuscito a spiegare il Vangelo dell'anno liturgico tranne un brano, il vescovo aprendo a caso il libro domandò il commento della frase: « Benedetto il grembo che ti ha portato »: era proprio l'unico brano che egli era riuscito a spiegare.

Quando trascorsi i tre anni di preparazione al sacerdozio, bisognava superare l'ultimo e più difficile esame, i postulanti conoscevano il programma alla perfezione, tranne Giuseppe; il vescovo ascoltò i primi che risposero brillantemente all'interrogazione e convinto che anche gli altri fossero altrettanto preparati, li ammise tutti in massa: era il 4 marzo 1628.

Per la seconda volta fra Giuseppe, superò l'ostacolo degli esami in modo stupefacente e, il 18 marzo 1628, a Poggiardo, fu ordinato sacerdote per volere di Dio.

Si definiva fratel Asino, per la sua mancanza di diplomazia nel trattare gli altri uomini, per la sua incapacità di svolgere un ragionamento coerente, per il non sapere maneggiare gli oggetti. Ciò nonostante, nel corso della sua vita, ebbe tanti incontri con persone di elevata cultura, con le quali parlava e rispondeva con una teologia semplice ed efficace.

Un professore dell'Università francescana di S. Bonaventura di Roma, disse: L'ho sentito parlare così profondamente dei misteri di teologia, che non lo potrebbero fare i migliori teologi del mondo. Possedeva, in effetti, il dono della scienza infusa, nonostante che si definisse il frate più ignorante dell'Ordine Francescano.

Amava i poveri, alzava la voce contro gli abusi dei potenti. Ai compiti propri del sacerdote, univa i lavori manuali, aiutava il cuoco, faceva le pulizie del convento, coltivava l'orto e usciva umilmente per la questua.

Amabile, sapeva essere sapiente nel dare consigli ed era molto ricercato dentro e fuori del suo Ordine. Dopo due anni di terribile aridità spirituale, che per tutti i mistici è la prova più difficile da superare, a frate Giuseppe si accentuarono i fenomeni delle estasi con levitazioni; dava improvvisamente un grido e si elevava da terra quando si pronunciavano i nomi di Gesù o di Maria. Una volta, nel contemplare un quadro della Madonna, mentre pregava davanti al Tabernacolo, volando, andò a posarsi in ginocchio in cima ad un olivo rimanendovi per una mezz'ora finché durò l'estasi.

In effetti volava nell'aria come un uccello, fenomeni che ancora oggi gli studiosi cercano di capire se erano di natura parapsicologica o mistica. Il fatto storico è che questi fenomeni sono avvenuti in presenza di tanta gente stupefatta: Giuseppe da Copertino non era un ciarlatano né un mago ma semplicemente un uomo di Dio che opera prodigi e si rivela ai più umili e semplici.
Comunque frate Giuseppe costituì un problema per i suoi Superiori che, per distogliere da lui l'attenzione del popolo, che sempre più numeroso accorreva a vedere il santo francescano, lo mandarono in vari conventi dell'Italia Centrale

Di lui si interessò l'Inquisizione di Napoli, che lo convocò per capire di cosa si trattasse e, nel monastero napoletano di S. Gregorio Armeno, davanti ai giudici, Giuseppe ebbe un'estasi. La Congregazione romana del Santo Uffizio, alla presenza del Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644), lo assolse dall'accusa di abuso della credulità popolare e lo confinò in un luogo isolato, lontano da Copertino e sotto sorveglianza del tribunale. Fu sballottato da un convento all'altro, a Roma, Assisi (1639-653), Pietrarubbia e Fossombrone (1653-1657).

Il 9 luglio 1657 Pp Alessandro VII (Fabio Chigi, 1655-1667) mise fine al suo peregrinare destinandolo ad Osimo, dove rimase per sette anni fino alla morte, continuando ad avere estasi, a sollevarsi da terra e ad operare prodigi miracolosi.

Morì il 18 settembre 1663 a 60 anni; il suo corpo è custodito nella cripta del santuario, in un'urna di bronzo dorato.

Fu beatificato da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini, 1740-1758) il 24 febbraio 1753 e dichiarato santo da Pp Clemente XIII (Carlo Rezzonico, 1758-1769) il 16 luglio 1767.

È patrono degli studenti; gli aviatori cattolici statunitensi lo venerano come loro protettore.

Per approfondimenti & è Comune di Copertino



Fonti principali: santiebeati; sangiuseppeosimo.it; wikipendia.org («RIV.»).


Preghiera dello studente

 

(Approvazione ecclesiastica e dell'O.F.M.)

 

Nella fatica dello studio e degli esami,
S. Giuseppe da Copertino,
amico degli studenti e protettore
degli esaminandi,
vengo ad implorare il tuo aiuto.
Tu sai, per tua personale esperienza,
quanta ansia accompagni l'impegno
dello studio e quanto facili siano il pericolo
dello smarrimento intellettuale
e lo scoraggiamento.
Tu che fosti assistito prodigiosamente da Dio
negli studi e negli esami per l'ammissione
agli Ordini Sacri, chiedi al Signore
luce per la mia mente
e forza per la mia volontà.
Tu che sperimentasti tanto concretamente
l'aiuto materno della Madonna,
Madre della speranza, pregala per me,
perché possa superare facilmente tutte
le difficoltà negli studi e negli esami.
Amen

 

Sant' Arianna (Ariadne) di Primnesso Martire

18 settembre

Etimologia: Arianna = decantata, la molto santa, dal greco

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Primnesso in Frigia, sempre in Turchia, santa Arianna, martire.

 

Molte le discussioni fatte dai critici su questa martire della Frigia. Esistono infatti alcuni Atti leggendari composti di varie parti collazionate da un poco abile redattore tra il V e il VI sec. Secondo alcuni critici, Ariadne è da identificare con una Maria martire menzionata nel Martirologio Romano al 1° novembre e di cui si possiedono atti latini, la passio S. Mariae ancillae. Questa identificazione sembra suffragata da un passo del Sinassario del Sirmond.
Secondo altri, la passio di Arianna e quella di Maria non sono che pie invenzioni, scritte a edificazione dei cristiani dopo il periodo delle persecuzioni. Infine, c'è chi propende ad ammettere l'esistenza storica di Arianna, negando però ogni valore agli Atti, ritenuti anacronistici e irreali. Tuttavia Franchi de' Cavalieri ha mostrato l'attendibilità di questo documento che, salvo alcuni passi, ha un indubbio sapore di autenticità, come si può vedere confrontandolo con monumenti letterari del II-III sec. Sembra quindi che il redattore si sia servito di fonti contemporanee ad Arianna, interpolandole nell'opera a passi di epoca chiaramente più tarda. Franchi de' Cavalieri, esaminando la narrazione del martirio di Ariadne, scoperta nel 1899 da Giovanni Mercati nel cod. Vaticano greco 1853, la divise in cinque parti, due sicuramente autentiche, e le altre dubbie. Riassumendo criticamente la leggenda, appaiono questi fatti: Adriano e Antonino promulgarono un editto di persecuzione contro i cristiani, in cui si contemplava la pena di morte per chi rifiutava i cibi immolati agli dei, e si promettevano ai delatori i beni confiscati ai cristiani, e in più 400 denari. Parte di questo editto è senz'altro falsa, perché un esame filologico conduce molti dei termini adoperati fuori dell'ambito degli Antonini ed è del resto noto che né Adriano, né Antonino emanarono editti contro i cristiani. Tuttavia la menzione di una taglia di 400 denari riporta a un'epoca anteriore alla crisi monetaria del sec. III: l'editto, quindi, certamente fu pubblicato, non dall'imperatore, ma probabilmente da un magistrato locale.
Arianna era una giovane schiava di Tertullo, decurione di Primnesso nella Frigia Salutare, che essendosi rifiutata di rompere il digiuno nel giorno del compleanno del figlio di Tertullo, fu scoperta cristiana e, dopo essere stata flagellata, rinchiusa nella prigione domestica per un mese, al termine del quale Tertullo venne denunciato da spie al preside Gordio, con l'accusa di nascondere una cristiana. Tertullo, condotto in giudizio, fu abilmente difeso da Nicagora ed uscì assolto dal processo, sostenendo che Arianna faceva parte della dote della moglie e che egli nulla sapeva della sua fede. Segue quindi l'interrogatorio di Arianna, che, proclamandosi cristiana di famiglia cristiana, rifiutò di sacrificare agli dei. Condannata alla tortura sul cavalletto, fu salvata da un intervento del popolo impietosito dalla sua giovinezza, intervento che per la sua illegalità suscitò le ire di Gordio, costretto tuttavia a concedere ad Arianna una dilazione di tre giorni perché potesse recedere dai suoi propositi e sacrificare, salvandosi la vita. Queste due parti, la difesa di Tertullo e l'interrogatorio di Arianna, sono senz'altro autentiche, per la loro straordinaria vivezza e precisione e per il ricordo di un procedimento (il processo coram populo) anteriore alle persecuzioni di Diocleziano. Allo scadere dei tre giorni, Arianna fuggì verso una zona montagnosa, ma, vedendosi inseguita, elevò a Dio la preghiera di essere accolta nella roccia, e Dio l'esaudì. Gordio diede allora ordine al capo dei custodi del tempio di aprire il masso e trarne fuori Arianna per mostrare al popolo la potenza degli dei. Ma un temporale, in cui comparvero due angeli, disperse la folla impaurita. Così termina la leggenda di Arianna Quest'ultima parte è la più sospetta: infatti non si vede come Arianna abbia potuto ottenere la corona di martire, senza aver subìto il martirio. Si può quindi concludere che l'autore si sia fatto influenzare da altre leggende, come quelle di s. Tecla e di s. Barbara (che d'altra parte riecheggiano la storia di Dafne): ma queste sante hanno a buon diritto titolo di martiri, ché tentavano di sfuggire a chi minacciava la loro verginità, mentre Arianna, stando al testo, non corse mai questo pericolo.
Per quel che riguarda la commemorazione di Arianna, il Martirologio Romano la celebra il 17 settembre, mentre il Sinassario Costantinopolitano il 18 settembre e il 27 (assieme a s. Ripsimia).


Resposta  Mensagem 1268 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 19/09/2012 01:51

Mercoledì  19 Settembre  2012

 

 

Santo(i) del giorno

S. GENNARO, Vescovo e martire (mf)
Madonna de La Salette
S. Trofimo, Martire († sec. inc.)
SS. Peleo, Nilo, Elia, Patermuzio e compagni, Martiri in Palestina († 310)
S. Mariano di Evaux, Eremita († sec. VI)
S. Teodoro di Verona, Vescovo († 522)
S. Pomposa, Vergine e martire († 853)
S. Ciriaco di Buonvicino, Abate († 1030)
S. Alonso de Orozco (1500-1591), presbitero, dell'Ordine di S. Agostino, O.S.A.
S. Carlo Hyon Song-mun, Catechista e martire San Mariano di Evaux, Eremita († 1846)
B. Giacinto Hoynelos Gonzalez, Religioso e martire (19 settembre 1936)
B. Francesca Cuallado Baixauli, Vergine e martire († 19 sett.1936)
BB. Maria di Gesù de la Yglesia de Varo e Maria Addolorata e Consolata Aguiar-Mella y Diaz, Martiri

 

 


San Gennaro

Vescovo e martire
(memoria facoltativa)

G

ennaro è il santo Patrono principale di Napoli e, negli ultimi anni del pontificato del Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), è tornato ad essere patrono delle due Sicilie, cioè del sud Italia.

Sulla sua vita non si hanno notizie storicamente documentate. Nato a Napoli nella seconda metà del III secolo, la sua storia è stata tramandata da opere agiografiche dove la realtà e la leggenda spesso si intrecciano e mescolano in un unico racconto, i cui elementi storici non sempre sono facilmente distinguibili. Il fatto che portò alla consacrazione di Gennaro sarebbe avvenuto all'inizio del IV secolo, durante la persecuzione dei cristiani da parte dell'imperatore Diocleziano.

Gennaro era il vescovo di Benevento e si recò insieme al lettore Desiderio ed al diacono Festo in visita ai fedeli a Pozzuoli. Il diacono di Miseno, Sossio - già amico di Gennaro che era venuto a trovarlo in passato a Miseno per discutere di fede e leggi divine -, volendo recarsi ad assistere alla visita pastorale, fu invece arrestato lungo la strada per ordine del persecutore Dragonzio, governatore della Campania. Gennaro, insieme a Festo e Desiderio, si recarono allora in visita dal prigioniero, ma, avendo intercesso per la sua liberazione, ed avendo fatto professione di fede cristiana, furono anch’essi arrestati e condannati da Dragonzio ad essere sbranati dagli orsi nell'anfiteatro di Pozzuoli. Il giorno dopo, tuttavia, per l'assenza del governatore stesso, impegnato altrove, il supplizio fu sospeso. Dragonzio comandò allora che a Gennaro ed ai suoi compagni venisse troncata la testa. Condotti nei pressi del Forum Vulcani (l'attuale Solfatara di Pozzuoli), essi furono decapitati nell'anno 305; il corpo di Gennaro sarebbe stato sepolto nell'Agro Marciano (Fuorigrotta?).

Secondo la tradizione, subito dopo la decapitazione sarebbe stato conservato del sangue, come era abitudine a quel tempo, raccolto da una pia donna di nome Eusebia che lo racchiuse in due ampolle; esse sono divenute un attributo iconografico tipico di S. Gennaro. Il racconto della pia donna è tuttavia recente e compare pubblicato per la prima volta solo nel 1579, nel volume del canonico napoletano Paolo Regio su Le vite de' sette Santi Protettori di Napoli”.

Documenti liturgici molto antichi, come il calendario cartaginese (redatto poco dopo il 505) ed il Martirologio Geronimiano del V secolo assegnano come data del martirio di Gennaro e dei suoi compagni il 19 settembre; indicano invece nel 13 aprile la data della prima traslazione dei resti del santo. Anche in un altro martirologio risalente all' VIII secolo, redatto dal monaco inglese Beda, il 19 settembre viene indicato come data del martirio.

Nel calendario marmoreo di Napoli la data del 19 settembre viene indicata come "dies natalis" di S. Gennaro. Tutte queste fonti, e numerose altre ancora, attestano che la venerazione per il santo ha origini antichissime che risalgono all'epoca del suo martirio o, al più tardi, a quella della prima traslazione delle sue spoglie, avvenuta nel V secolo.

Le reliquie del santo furono trasportate dal re Giovanni I di Napoli nelle catacombe napoletane a Capodimonte che presero il nome del Santo, e qui furono centro di vivissimo culto. Di là il principe di Benevento Sicone, assediando la città di Napoli, nell' 831, ne approfittò per impossessarsi dei resti mortali che riportò nella sua città, sede episcopale.

Le sante reliquie furono deposte nella Cattedrale - che allora si chiamava Santa Maria di Gerusalemme - ove restarono fino al 1154. In quell'anno, infatti, considerando che la città di Benevento non era più sicura, il re di Sicilia Guglielmo I, detto il Malo (1120-1166), provvide affinché esse venissero traslate nell'Abbazia di Montevergine. A Montevergine, però, la devozione dei pellegrini che vi si recavano era rivolta soprattutto a S. Guglielmo ed alla popolarissima icona bizantina della Madonna chiamata "Mamma Schiavona", sicché di S. Gennaro si perse ben presto la memoria e addirittura la cognizione del suo luogo di sepoltura. A Napoli, invece, rimaneva vivissimo il culto, anche per la presenza delle altre sue reliquie: il capo e le ampolle col suo sangue.

Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo (1248-1309), - re di Napoli (1285-1309) e di Sicilia (1285-1302) - dopo aver fatto eseguire dai maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d'Auxerre un preziosissimo busto-reliquiario in argento dorato per contenere la testa e le ampolle col sangue del santo, espose per la prima volta la reliquia alla pubblica venerazione nel 1305. Suo figlio Roberto d'Angiò, detto il Saggio (1277 - 20 gennaio 1343), invece, fece realizzare la teca d'argento che custodisce le due ampolle del sangue.

Tuttavia la liquefazione del sangue non è attestata prima del 17 agosto 1389, allorché il miracolo si compì durante una solenne processione intrapresa per una grave carestia.

Quando a Montevergine, per merito del cardinale Giovanni di Aragona, furono ritrovate le ossa di S. Gennaro, collocate al di sotto dell'altare maggiore, la potente famiglia dei Carafa si impegnò, grazie soprattutto all'interessamento del cardinale Oliviero e con il sostegno di suo fratello l'arcivescovo napoletano Alessandro Carafa, affinché le reliquie tornassero a Napoli: la cosa avvenne nel 1497, non senza l'opposizione da parte dei monaci di Montevergine.

Come degno luogo per ospitarle, il cardinale Oliviero Carafa fece costruire nel Duomo di Napoli, al di sotto dell'altare maggiore, una cripta d'eccezione in puro stile rinascimentale: la Cappella del Succorpo.

A seguito di una terribile pestilenza che imperversò a Napoli fra il 1526 ed il 1529, i napoletani fecero voto a S. Gennaro di edificargli una nuova cappella all'interno del Duomo. Benché i lavori fossero iniziati solo nel 1608 e siano durati quasi quarant'anni, la sfolgorante e ricca Cappella del Tesoro di S. Gennaro venne infine consacrata nel 1646. Al di sopra del suo splendido cancello, realizzato da Cosimo Fanzago, figura l'iscrizione Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. Vindici” ("A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli, salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra").

Il 25 febbraio 1964 il cardinale arcivescovo Alfonso Castaldo fece la ricognizione canonica delle venerate reliquie: “Le ossa furono trovate ben custodite, in un'olla di forma ovoidale che reca incisa l'iscrizione calligrafica, Corpus Sancti Jannuarii Ben. E.P.”.

Una ricognizione scientifica eseguita il 7 marzo 1965 dal professore G. Lambertini stabilì che il personaggio a cui appartengono le ossa è da individuarsi in un uomo di età giovane (35 anni) di statura molto alta (m.1,90).

Secondo la leggenda, il sangue di S. Gennaro si sarebbe liquefatto per la prima volta ai tempi di Costantino, quando il vescovo S. Severo (secondo altri fu il vescovo Cosimo) trasferì le spoglie del santo dall'Agro Marciano, dove era stato sepolto, a Napoli. Durante il tragitto avrebbe incontrato la nutrice Eusebia con le ampolline del sangue del Santo: alla presenza della testa, il sangue nelle ampolle si sarebbe sciolto.

Oggi le due ampolle, fissate all'interno di una piccola teca rotonda realizzata con una larga cornice in argento e provvista di un manico, sono conservate nel Duomo di Napoli. Delle due ampolle, una è riempita di 3/4, mentre l'altra più alta è semivuota poiché parte del suo contenuto fu sottratto da re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna.

Tre volte l'anno :

1. il primo sabato di maggio e negli otto giorni successivi, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli;

2. il 19 settembre e per tutta l'ottava, ricorrenza della decapitazione;

3. il 16 dicembre «festa del patrocinio di S. Gennaro», in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo.

durante una solenne cerimonia religiosa guidata dall'arcivescovo, i fedeli accorrono per assistere al “miracolo della liquefazione del sangue di S. Gennaro”.

Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli ha convinto la maggioranza dei fedeli, che, anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione, semmai, di una vita più cristiana.

La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra, conservata nella chiesa di S. Gennaro (vicino alla Solfatara), che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.

Il vostro servitore, che ha preparato questa composizione agiografica, ha assistito, durante sei anni, molto da vicino, essendo seminarista, negli anni 50/60, al Seminario Arcivescovile di Napoli/Capodimonte, alle diverse liquefazioni del sangue di S. Gennaro che avvengono, “naturalmente, solo e soltanto grazie alle ferventi, e spesso insistenti, preghiere del “Pastore di Napoli e del suo “gregge”. (gpm)

Per approfondimenti & è Duomo di Napoli

 


Resposta  Mensagem 1269 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 20/09/2012 03:35

Resposta  Mensagem 1270 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 20/09/2012 03:36

Giovedì  20 Settembre  2012

 

SS. Andrea Kim Tae-gon,

Paolo Chong Ha-sang e 101 compagni

(memoria)

La Chiesa coreana ha la caratteristica, forse unica, di essere stata fondata e sostenuta da laici. Infatti, agli inizi del 1600, la fede cristiana comparve in Corea tramite le delegazioni che ogni anno visitavano Pechino per uno scambio culturale con la Cina. E in Cina i coreani vennero in contatto con la fede cristiana, portando in patria il libro del grande padre Matteo Ricci La vera dottrina di Dio. Un laico, Lee Byeok, grande pensatore, ispirandosi al libro del famoso missionario gesuita, fondò una prima comunità cristiana molto attiva.

Intorno al 1780, Lee Byeok pregò un suo amico Lee-Sunghoon, che faceva parte della solita delegazione culturale in partenza per la Cina, di farsi battezzare e al ritorno portare con sé libri e scritti religiosi adatti ad approfondire la nuova fede.

Nella primavera del 1784 l'amico ritornò con il nome di Pietro, dando alla comunità un forte impulso; non conoscendo bene la natura della Chiesa, il gruppo si organizzò con una gerarchia propria celebrando il battesimo e non solo, ma anche la cresima e l'eucaristia.

Informati dal vescovo di Pechino che per avere una gerarchia occorreva una successione apostolica, lo pregarono di inviare al più presto dei sacerdoti; furono accontentati con l'invio di un prete Chu-mun-mo, così la comunità coreana crebbe in poco tempo a varie migliaia di fedeli.

Purtroppo anche in Corea si scatenò ben presto una persecuzione fin dal 1785, che si incrudeliva sempre più, finché nel 1801 anche l'unico prete venne ucciso, ma questo non bloccò affatto la crescita della comunità cristiana.

Il re nel 1802 emanò un editto di stato, in cui si ordinava addirittura lo sterminio dei cristiani, come unica soluzione per soffocare il germe di quella follia, ritenuta tale dal suo governo.

Rimasti soli e senza guida spirituale, i cristiani coreani chiedevano continuamente al vescovo di Pechino ed anche al papa di avere dei sacerdoti; ma le condizioni locali lo permisero solo nel 1837, quando furono inviati un vescovo e due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi; i quali penetrati clandestinamente in Corea furono martirizzati due anni dopo.

Un secondo tentativo operato da Andrea Kim Tae-gon, riuscì a fare entrare un vescovo ed un sacerdote, da quel momento la presenza di una gerarchia cattolica in Corea non mancherà più, nonostante che nel 1866 si ebbe la persecuzione più accanita; nel 1882 il governo decretò la libertà religiosa.

Breve tratto biografico dei due capoelenco liturgico del gruppo dei 103 santi martiri: Andrea Kim Tae-gon e Paolo Chong Ha-sang:

1. Andrea Kim Tae-gon nato nel 1821 da una nobile famiglia cristiana, crebbe in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani, il padre, in particolare, aveva trasformato la sua casa in una chiesa domestica, ove affluivano i cristiani ed i neofiti della nuova fede, per ricevere il battesimo; scoperto tenne con forza la sua fede, morendo martire a 44 anni. Aveva 15 anni quando uno dei primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836, lo inviò a Macao per prepararlo al sacerdozio. Ritornò come diacono nel 1844 per preparare l'entrata del vescovo mons. Ferréol, organizzando una imbarcazione con marinai tutti cristiani, andando a prenderlo a Shanghai, qui fu ordinato sacerdote e insieme, di nascosto con un viaggio avventuroso, penetrarono in Corea, dove lavorarono insieme sempre in un clima di persecuzione.

Con la nobiltà del suo atteggiamento, con la capacità di comprendere la mentalità locale, riuscì ad ottenere ottimi risultati d'apostolato. Nel 1846 il vescovo Ferréol lo incaricò di far pervenire delle lettere in Europa, tramite il vescovo di Pechino, ma durante il suo incontro con le barche cinesi, fu casualmente scoperto ed arrestato.

Subì gli interrogatori e gli spostamenti di carcere prima con il mandarino, poi con il governatore e, giacché era un nobile, alla fine con il re: a tutti manifestò la fedeltà al suo Dio, rifiutando i tentativi di farlo apostatare, nonostante le atroci torture; alla fine venne decapitato il 16 settembre del 1846 a Seul; primo sacerdote martire della nascente Chiesa coreana.

2. Paolo Chong Ha-sang. Eroico laico coreano, era nato nel 1795 a Mahyan. Il padre Agostino e il fratello Carlo vennero martirizzati nel 1801; la sua famiglia, composta da lui, la madre Cecilia e la sorella Elisabetta, venne imprigionata e privata di ogni bene; furono costretti ad andare ospiti di un parente, ma appena gli fu possibile si trasferì a Seul aggregandosi alla comunità cristiana. Andò perlomeno quindici volte a Pechino in viaggi difficilissimi fatti a piedi, spinto dall'eroismo di una fede genuina, professata nonostante i gravi pericoli.
Collaborò alacremente affinché il primo sacerdote Yan arrivasse in Corea e poi, dopo di lui, i missionari francesi: il vescovo Imbert ed i sacerdoti Maubant e Chastan. Fu accolto con la madre e la sorella dal vescovo Imbert, il quale desiderava farlo diventare sacerdote, ma la persecuzione infuriava e un apostata li tradì, facendoli imprigionare. Paolo Chong Ha-sang venne interrogato e torturato per fargli abbandonare la religione straniera a cui si era associato ma, visto la sua grande fermezza, venne condannato e decapitato il 22 settembre 1839, insieme al suo caro amico Agostino Nyon, anche lui firmatario di una petizione al papa per l'invio di un vescovo in Corea. Anche la madre e la sorella vennero uccise dopo alcuni mesi.

Nelle persecuzioni coreane perirono, secondo fonti locali, più di 10.000 martiri, di questi 103 furono beatificati in due gruppi distinti nel 1925 e nel 1968 e poi canonizzati tutti insieme il 6 maggio 1984 a Seul, in Corea, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005). Di questi solo 10 erano stranieri: 3 vescovi e 7 sacerdoti, gli altri tutti coreani, catechisti e fedeli.


Resposta  Mensagem 1271 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 20/09/2012 03:38

Giovedì  20 Settembre  2012

 

Beata Maria Teresa di S. Giuseppe

Suora, fondatrice:

"Karmelitinnen vom Göttlichen Herzen Jesu"

("Suore Carmelitane del Divin Cuore di Gesù")

La data di culto per la Chiesa universale è il 20 settembre, mentre i Carmelitani Scalzi ne fanno memoria il 30 Ottobre.

M

aria Teresa di S. Giuseppe, al secolo Anna Maria Tauscher van den Bosch, nasce a Sandow, nella Marca di Brandenburgo in Germania (oggi Polonia), il 19 giugno 1855.

Il padre, Ermanno, era Pastore luterano, e la madre, Maria Paolina, pur essendo luterana, aveva un grande amore per la Madre di Dio, per cui, il 24 luglio, quando la piccola venne battezzata, le fece imporre il nome di Anna Maria. Il battesimo le fu amministrato dal nonno paterno, pure lui Pastore luterano.

Maria crebbe e venne educata nella fede dei suoi antenati, ma non aderì mai al Protestantesimo.

Più tardi, il 30 ottobre 1888, quando fece la sua professione di fede nella Chiesa dei Santi Apostoli in Colonia, approdò alla Chiesa cattolica. Questa decisione le procurò, però, numerose umiliazioni e sofferenze tanto che venne espulsa dalla casa paterna e licenziata dal suo impegno di Direttrice dell’Ospedale psichiatrico di Colonia.

Senza casa e senza lavoro, abbandonata da tutti, vagò a lungo prima di giungere in un asilo presso un Istituto religioso; successivamente lavorò invece come dama di compagnia presso una famiglia.

Fu allora che la giovane Maria si accorse che nelle strade di Berlino tanti bambini, per lo più figli di italiani troppo impegnati nel lavoro per badare alla famiglia, erano abbandonati a se stessi. Mossa a compassione, iniziò così a prendersi cura di loro.

Per poter realizzare questo suo scopo fondò una comunità religiosa: il "Carmelo del Divin Cuore di Gesu". Iniziò la sua prima Opera a Berlino, dove il 2 luglio 1891 aprì una prima casa, che chiamò "Casa per i senza casa" e il primo agosto cominciò ad accogliere i primi tre bambini poveri, oltre a riunire altre compagne desiderose come lei di prestare soccorso ai più sfortunati.
Ma la sua carità non si limitò solamente ai bambini. Ella si prese cura, infatti, degli anziani, di coloro che erano soli, abbandonati, lontani dalla Chiesa, degli emigrati, dei semplici operai che in qualche modo si trovano ad essere "senza casa".

Nel 1897 avvenne la sua ammissione al Carmelo nella casa generalizia dei Carmelitani Scalzi. Fondò la prima casa in Olanda nel 1898, il primo noviziato a Sittard nel 1899 e poi un altro noviziato a Maldon nel 1901.

La sua grande devozione per San Giuseppe, la spinse a mettere tutte le case dell’Opera sotto la protezione dello Sposo di Maria.

Nel 1903 compie il primo viaggio a Roma. Dopo alcuni mesi si recò a Cremona per dare inizio all’attività in favore dei bambini poveri, nella casetta nell’onorevole Ettore Sacchi.

Nel 1904 Madre Maria Teresa di San Giuseppe tornò per la terza volta a Roma e aprì la Casa madre a Rocca di Papa con l’aiuto del Card. Francesco Satolli, e dei Carmelitani Scalzi, ricevendo la denominazione definitiva di "Suore Carmelitane del Divin Cuore di Gesù". Là, la Madre e le sue prime compagne emisero i primi voti religiosi, validi secondo il diritto canonico, il 3 gennaio 1906.

Dopo 10 anni la sua fondazione si era estesa in varie parti di Europa e, nel 1912, anche in America, con la prima casa a Milwaulkee (Wisconsin).

Mentre si occupava delle nuove fondazioni in America e nel Canada, la Prima Guerra Mondiale scoppiò in Europa e la Casa Madre a Rocca di Papa fu espropriata dal governo italiano, essendo "proprietà tedesca".

Tornata dall'America nel 1920, si mise in cerca di una nuova Casa Madre e Dio la condusse a Sittard in Olanda.

Il carisma di Madre Maria Teresa di S. Giuseppe, consisteva nel mettere lo spirito contemplativo del Carmelo al servizio attivo dell’apostolato diretto. In questo modo rispose con generosità alla chiamata di Dio e alle esigenze del suo tempo.

Madre Maria Teresa sosteneva la necessità di accogliere i figli della Chiesa che hanno smarrito il vero cammino e sono in cerca di consolazione. “Ogni Carmelitana del Divin Cuore di Gesù deve, come un angelo di conforto e di pace, scendere dalle altezze del Carmelo agli uomini, carichi di dolori e senza pace”, era solita affermare.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella Nuova Casa Madre di Sittard. Per ragioni di salute, non viaggiava più. D'altra parte attendeva, con delicatezza materna, alla formazione spirituale delle sue suore che voleva forti, generose, vere figlie della Chiesa e con un cuore di mamma per i piccoli affidati alle loro cure. S'impegnava alla consolidazione dell'opera fondata elaborando le Costituzioni, facendo i diversi registri e scrivendo i ricordi della guida meravigliosa di Dio nella sua vita.

Dopo aver edificato quanti la conobbero, spirò santamente, ritornando alla casa del Padre, di cui, specialmente negli ultimi anni, aveva una nostalgia infinita. Era il 20 settembre 1938.

Madre Maria Teresa di San Giuseppe è stata elevata agli onori dell'altare, nella cattedrale di Roermond (Paesi Bassi), il 13 maggio 2006. Il rito della beatificazione è stato presieduto, in qualità di rappresentante del Santo Padre, dal Card. Adrianus Johannes Simonis, Arcivescovo di Utrecht.

Le Carmelitane del Divin Cuore di Gesù si dedicano all'assistenza e all'educazione dei giovani e alle opere di pastorale sanitaria.

Sono presenti :

Ø in Europa : Austria, Croazia, Germania, Islanda, Italia, Paesi Bassi, Russia, Ungheria;

Ø nelle Americhe : Brasile, Canada, Nicaragua, U.S.A., Venezuela;

Ø in Africa : Cameroun, Nigeria .

La Sede generalizia, dal 1922, è a Sittard (Limburgo, Paesi Bassi).

Al 31 dicembre 2005 l'Istituto contava 454 religiose in 53 case.

Per approfondimenti & è Suore carmelitane del divin cuore di Gesù


Resposta  Mensagem 1272 de 1557 no assunto 
De: lore luc Enviado: 21/09/2012 03:15
 

Venerdì  21 Settembre  2012



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