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Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani
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Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742
Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.
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Altri Santi del giorno
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رسائل 1243 من 1557 في الفقرة |
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Lunedì 3 Settembre 2012
Memoria di S. Gregorio Magno, papa e dottore
Dal Martirologio
Memoria di san Gregorio Magno, papa e dottore della Chiesa: dopo avere intrapreso la vita monastica, svolse l’incarico di legato apostolico a Costantinopoli; eletto poi in questo giorno alla Sede Romana, sistemò le questioni terrene e come servo dei servi si prese cura di quelle sacre. Si mostrò vero pastore nel governare la Chiesa, nel soccorrere in ogni modo i bisognosi, nel favorire la vita monastica e nel consolidare e propagare ovunque la fede, scrivendo a tal fine celebri libri di morale e di pastorale. Morì il 12 marzo.
Altri Santi del giorno
S. Marino, diacono e anacoreta; S. Ausano, vescovo; san Vitaliano, vescovo. |
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رسائل 1244 من 1557 في الفقرة |
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Martedì 4 Settembre 2012
Santa Rosalia, Eremita
Patrona di Palermo
osalia, al secolo Rosalia Scalia, appartenne, secondo la tradizione, alla nobile famiglia dei Sinibaldi. Figlia di Sinibaldo, signore di Quisquina e di Rose, in provincia d'Agrigento (l'allora Girgenti), nacque tra il 1130 e 1134.
Rosalia visse in quel felice periodo di rinnovamento cristiano-cattolico, che i re Normanni ristabilirono in Sicilia, dopo aver scacciato gli Arabi che se n'erano impadroniti dall'827 al 1072; favorendo il diffondersi di monasteri Basiliani e Benedettini.
In quest'atmosfera di fervore e rinnovamento religioso, s'inserì la vocazione eremitica della giovane che lasciò la vita di corte e si ritirò in preghiera in una grotta sul monte Pellegrino dove morì il 4 settembre 1160.
Il culto più antico di cui si abbia traccia risale al 1375. In quel periodo in tutta la Sicilia scoppiò una grave pestilenza. Secondo tale culto santa Rosalia apparve ad una vergine di Bivona (in provincia di Agrigento, a 503 mt sul livello del mare, nel cuore dei monti Sicani) dicendole che se avessero costruito una chiesa in suo onore la peste sarebbe cessata (“Andate a dire alli giurati che mi facciano quivi una chiesa e mi habbiano a devotione, che cesserà la peste ed io sono Santa Rosalia”).
Non si diede credenza all'evento, così l'anno seguente la santa riapparve, esortandoli un'altra volta. Non appena la chiesa fu fabbricata la peste cessò.
Il culto crebbe negli anni : nella successiva ondata di peste del 1575-76 la santa venne invocata nuovamente e la quasi totalità dei nati venne battezzata col suo nome.
Nel 1601 il sacerdote bivonese Ruggero Valenti, all'età di 80 anni, scolpì l'artistico fercolo che ancora oggi il 4 settembre viene portato in processione.
La leggenda del ritrovamento miracoloso delle spoglie di Rosalia è una tipica storia edificante; al passaggio delle reliquie una pestilenza cessa miracolosamente, al che i palermitani per riconoscenza scelgono “a Santuzza” come protettrice della città, dedicandole “u fistinu” (il festino) che si celebra dall'11 al 15 luglio con un carro trionfale, introdotto nel 1686, e un corteo storico in costumi seicenteschi.
Il 4 settembre, invece, la tradizionale “acchianata” (la salita) a Monte Pellegrino conduce i devoti al Santuario. Dal 1972 per iniziativa del Comune l'architetto Rodo Santoro ha riprodotto il carro settecentesco e la “Santuzza” continua - tra storia e leggenda - a raccogliere la devozione dei Palermitani e l'ammirazione dei turisti per la spettacolarità della festa. La sera del 14 luglio la processione parte dal Palazzo reale e si snoda lungo l'antico Cassaro, fermandosi dinanzi la Cattedrale e ai Quattro Canti, punto in cui il sindaco della città sale sul carro e depone dei fiori ai piedi della santa, gridando “Viva Palermo e Santa Rosalia”.
Non appena la processione arriva al Foro Italico hanno inizio i fuochi d'artificio che durano fino a tarda notte.
Per approfondimenti & è Santa Rosalia a Bivona |
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رسائل 1245 من 1557 في الفقرة |
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Mercoledì 5 Settembre 2012
Beata Teresa di Calcutta Fondatrice della Congregazione “Missionarie della Carità”
eresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, nacque il 26 agosto 1910 a Skopje in una benestante famiglia di genitori albanesi, di religione cattolica.
All'età di otto anni perse il padre e la sua famiglia soffrì di gravi difficoltà finanziarie. A partire dall'età di quattordici anni partecipò a gruppi di carità organizzati dalla sua parrocchia e nel 1928, a diciotto anni, decise di prendere i voti entrando come aspirante nelle Suore della Carità.
Inviata nel 1929 in Irlanda a svolgere la prima parte del suo noviziato, nel 1931, dopo aver preso i voti e assunto il nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux, partì per l'India per completare i suoi studi. Diventò insegnante presso il collegio cattolico di St. Mary's High School di Entally, sobborgo di Calcutta, frequentato soprattutto dalle figlie dei coloni inglesi. Negli anni che trascorse alla St. Mary si distinse per le sue innate capacità organizzative, tanto che nel 1944 fu nominata direttrice.
L'incontro con la povertà drammatica della periferia di Calcutta spinge la giovane Teresa ad una profonda riflessione interiore: ebbe, come scrisse nei suoi appunti, “una chiamata nella chiamata”.
Nel 1948 ebbe l'autorizzazione dal Vaticano ad andare a vivere da sola nella periferia della metropoli, a condizione che continuasse la vita religiosa. Nel 1950, fonda la congregazione delle “Missionarie della carità” (in latino Congregatio Sororum Missionarium Caritatis, in inglese Missionaries of Charity o Sisters of Mother Teresa), la cui missione era quella di prendersi cura dei “più poveri dei poveri” e “di tutte quelle persone che si sentono non volute, non amate, non curate dalla società, tutte quelle persone che sono diventate un peso per la società e che sono rifuggite da tutti”.
Le prime aderenti furono dodici ragazze, tra cui alcune sue ex allieve alla St. Mary. Stabilì come divisa un semplice sari bianco a strisce azzurre, che, pare, fu scelto da Madre Teresa perché era il più economico fra quelli in vendita in un piccolo negozio. Si trasferì in un piccolo fabbricato che chiamò «Casa Kalighat per i morenti», donatogli dall'arcidiocesi di Calcutta.
La vicinanza ad un tempio indù, provoca la dura reazione di questi ultimi che accusano Madre Teresa di proselitismo e cercano con massicce dimostrazioni di allontanarla. La polizia, chiamata dalla missionaria, forse intimorita dalle violente proteste, decide arbitrariamente di arrestare Madre Teresa. Il commissario, entrato nell'ospedale, dopo aver visto le cure che essa amorevolmente dava ad un bambino mutilato, decise di lasciar perdere. Col tempo, però, il rapporto fra Madre Teresa e gli indiani si rafforzò e anche se le incomprensioni rimasero, si giunse ad una convivenza pacifica.
Poco dopo aprì un altro ospizio, il «Nirmal Hriday (cioè Cuore Puro)», poi ancora una casa per lebbrosi chiamata «Shanti Nagar (cioè Città della Pace)» ed infine un orfanotrofio.
L'Ordine cominciò presto ad attirare sia "reclute" che donazioni caritatevoli da parte di cittadini occidentali, e dagli anni sessanta aprì ospizi, orfanotrofi e case per lebbrosi in tutta l'India.
La fama internazionale di Madre Teresa crebbe enormemente dopo un fortunato servizio della BBC del 1969 intitolato «Qualcosa di bello per Dio» e realizzato dal noto giornalista Malcolm Muggeridge. Il servizio documentò il lavoro delle suore fra i poveri di Calcutta ma durante le riprese alla Casa per i Morenti, a causa delle scarse condizioni di luce, si ritenne che la pellicola si potesse essere rovinata; tuttavia lo spezzone, quando fu inserito nel montaggio, apparve ben illuminato. I tecnici sostennero che fu merito del nuovo tipo di pellicola utilizzato, ma Muggeridge si era convinto che fosse un miracolo: pensò che la luce divina di Madre Teresa avesse illuminato il video, e si convertì al cattolicesimo.
Il documentario, grazie anche al presunto miracolo, ebbe un successo straordinario che portò alla ribalta delle cronache la figura di Madre Teresa.
Nel febbraio del 1965, il Servo di Dio Pp Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) concesse alle Missionarie della Carità il titolo di "congregazione di diritto pontificio" e la possibilità di espandersi anche fuori dall'India.
Nel 1967 fu aperta una casa in Venezuela, a cui seguirono sedi in Africa, Asia, Europa, Stati Uniti nel corso di tutti gli anni settanta e ottanta. L'Ordine si ampliò con la nascita di un ramo contemplativo e di due organizzazioni laicali.
Nel 1979, ottenne, infine, il riconoscimento più prestigioso: il Premio Nobel per la Pace. Rifiutò il convenzionale banchetto cerimoniale per i vincitori, e chiese che i 6.000 dollari di fondi fossero destinati ai poveri di Calcutta, che avrebbero potuto essere sfamati per un anno intero: “le ricompense terrene sono importanti solo se utilizzate per aiutare i bisognosi del mondo”.
Nel 1981 fu fondato il movimento “Corpus Christi” aperto ai sacerdoti secolari. Nel corso degli anni ottanta nasce l'amicizia fra il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) e Madre Teresa i quali si ricambiano visite reciproche. Grazie all'appoggio del Papa, Madre Teresa riuscì ad aprire ben tre case a Roma, fra cui una mensa nella Città del Vaticano dedicata a Santa Marta, patrona dell'ospitalità.
Negli anni novanta, le Missionarie della Carità superarono le quattromila unità con cinquanta case sparse in tutti i continenti.
Intanto però le sue condizioni peggiorarono: nel 1989, in seguito ad un infarto, le fu applicato un pacemaker; nel 1991 si ammalò di polmonite; nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci.
Si dimise da superiora dell'Ordine ma in seguito ad un ballottaggio fu rieletta praticamente all'unanimità, contando solo qualche voto astenuto. Accettò il risultato e rimase alla guida della congregazione.
Nell'aprile del 1996 Madre Teresa cadde e si ruppe la clavicola. Il 13 marzo 1997 lasciò definitivamente la guida delle Missionarie della Carità. Incontrò, lo stesso mese, Papa Giovanni Paolo II per l'ultima volta, prima di rientrare a Calcutta dove morì il 5 settembre, ore 21.30, all'età di ottantasette anni.
Il suo lavoro, svolto con immenso amore, tra le vittime della povertà di Calcutta, le sue opere e i suoi libri di spiritualità cristiana e di preghiere, alcuni dei quali furono scritti insieme al suo amico Frère Roger, l'hanno resa una delle persone più famose al mondo.
A soli due anni dalla sua morte, il Beato Giovanni Paolo II fece aprire, per la prima volta nella storia della Chiesa, con una deroga speciale, il processo di beatificazione che si concluse nell'estate del 2003 e fu quindi beatificata il 19 ottobre con il nome di Beata Teresa di Calcutta.
L'arcidiocesi di Calcutta ha aperto già nel 2005 il processo per la canonizzazione.
Il suo messaggio è sempre attuale: “Puoi trovare Calcutta in tutto il mondo – lei diceva – , se hai occhi per vedere. Dovunque ci sono i non amati, i non voluti, i non curati, i respinti, i dimenticati”.
I suoi figli spirituali continuano in tutto il mondo a servire “i più poveri tra i poveri” in orfanotrofi, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In tutto sono 5000, compresi i due rami maschili, meno noti, distribuiti in circa 600 case sparse per il mondo; senza contare le molte migliaia di volontari e laici consacrati che portano avanti le sue opere. “Quando sarò morta – diceva lei –, potrò aiutarvi di più…”.
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رسائل 1246 من 1557 في الفقرة |
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Mercoledì 5 Settembre 2012
Beata Maria Maddalena della Passione
Suora, fondatrice :
"Suore Compassioniste Serve di Maria"
aria Maddalena della Passione, al secolo Costanza Starace, nasce a Castellammare di Stabia (NA) il 5 settembre 1845, da Francesco e Maria Rosa Cascone; fu battezzata il giorno stesso coi nomi di Costanza, Anna, Maria. La neonata fu presto consacrata alla Vergine Addolorata, secondo la promessa fatta dalla mamma.
Crebbe in un ambiente domestico intriso di spiritualità e molto sensibile ai bisogni dei derelitti. Tutto ciò si rifletté su Costanza dapprima mediante la ricerca di entrare in un chiostro, poi nella decisione di ricevere, il 19 giugno 1865, l’abito di terziaria dell’Ordine dei Servi di Maria, assumendo il nome di sr. Maria Maddalena della Passione.
L’8 giugno 1867 emetterà la professione dei voti di castità, obbedienza e povertà, sempre come Terziaria, nelle mani del Vescovo diocesano, mons. Francesco Saverio Petagna.
Per venire incontro alle necessità apostoliche della diocesi, il Vescovo dapprima le chiese di fondare e guidare una "Pia Unione delle Figlie di Maria" e di svolgere attività catechistica a delle bambine; successivamente, considerata la gravità della situazione in cui vennero a trovarsi, a causa dell'epidemia di colera, delle giovanette rimaste orfane, la pregò di seguirne la formazione morale e religiosa nella casa, che lo stesso Vescovo aveva ottenuto dal signor Starace, per dar loro asilo.
Nello svolgere il mandato del Vescovo, sr. Maria Maddalena avvertì il bisogno di un aiuto, che le venne offerto da quattro giovani del gruppo delle Figlie di Maria, le quali, con il pieno assenso del Pastore della diocesi loro concesso il 16 luglio 1869, formeranno con lei il nucleo della futura Congregazione delle "Suore Compassioniste Serve di Maria"; l'Istituto ottenne l'erezione canonica il 27 maggio 1871 ma solo il 10 luglio 1928 venne approvato da Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Ratti, 1922-1939).
Tra il 1870 e il 1900, sr. M. Maddalena subì per tre settenni successivi, intervallati da pause relativamente brevi, prove durissime, aiutata spiritualmente da mons. Vincenzo Sarnelli, il Vescovo succeduto a mons. Petagna. L’inizio delle prove eccezionali coincise con la vestizione dell’abito di terziaria dei Servi di Maria.
Si trattò di possessione demoniaca dalle modalità impressionanti. Il tratto singolare di esse appare dal fatto che nei momenti di pausa tra una crisi acuta e l’altra, M. Maddalena della Passione era in grado di scrivere lettere, anche spirituali, e di fare conferenze alle sue Consorelle come se tutto fosse normale. L’intervento costante dell’Arcivescovo Vincenzo Sarnelli le permise di essere liberata di volta in volta dalle insidie del Nemico.
Negli ultimi vent’anni di vita sr. Maria Maddalena della Passione, liberata dalle insidie demoniache e ritornata alla normalità, ampliò e consolidò l’attività caritativa, si dedicò altresì alla formazione spirituale delle Consorelle, dando mirabile esempio di vita di orazione e di attenta e delicata carità. Le conferenze che lei rivolse alle sue Figlie spirituali offrono una inusuale ricchezza d’insegnamenti, riflesso di una vita interiore profonda che accompagnò l’intero percorso di un’esistenza totalmente dedicata al Signore e alla Vergine Addolorata.
Maria Maddalena della Passione Starace morì di polmonite il 13 dicembre 1921; già dall'8 dicembre era stata costretta a letto dall'aggravarsi della malattia.
Il 4 aprile 1939 venne aperto un processo di santificazione, che il 7 luglio 2003 ha portato al suo inserimento nell'albo dei "venerabili".
Sulla base di queste premesse e delle azioni compiute in vita, è stata beatificata il 15 aprile 2007, nella cattedrale di Castellammare di Stabia, dal card. José Saraiva Martìns, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, a nome di Papa Benedetto XVI.
Oltre che in Italia, le Compassioniste sono presenti nelle Americhe (Canada, Cile, Messico) e in Asia (Filippine, India, Indonesia); la sede generalizia, dal 1962, è a Roma.
Al 31 dicembre 2008, la Congregazione contava 334 religiose in 37 case.
La festa liturgica della Beata Maria Maddalena Starace, nel decreto di beatificazione del Santo Padre, è fissata al 5 settembre, giorno della sua nascita sulla terra.
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رسائل 1247 من 1557 في الفقرة |
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Giovedì 6 Settembre 2012
San Zaccaria, Profeta
accaria è il penultimo dei dodici Profeti Minori : viene, infatti, dopo Aggeo e precede Malachia. È autore del libro omonimo classificato tra i libri profetici (detti Neviìm) nella Bibbia ebraica e nell'Antico Testamento nella Bibbia cristiana.
Egli visse dopo il ritorno del popolo ebraico dall'esilio babilonese nel VI secolo a.C. e incoraggiò la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e del Tempio.
Le sue profezie riguardano il futuro del rinato Israele, futuro prossimo e futuro messianico.
Il libro di Zaccaria, di cui il 1° versetto è : «Nell'ottavo mese dell'anno secondo del regno di Dario, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Zaccaria figlio di Barachia, figlio di Iddò:», si compone di due parti ben distinte: cap. 1-8 e cap. 9-14.
· I capitoli 1-8 contengono una serie di visioni concernenti il ritorno del popolo di Dio in Gerusalemme ed accompagnano la ricostruzione dopo l'esilio.
· I capitoli 9-14 hanno un'ambientazione diversa e contengono delle visioni relative alla venuta del Messia, gli ultimi giorni, la riunificazione di Israele, l'ultima grande guerra. Questi capitoli vengono considerati un'aggiunta databile al IV secolo a.C.
Zaccaria mette in evidenza il carattere spirituale del rinato Israele, la sua santità, realizzata progressivamente, al pari della ricostruzione materiale. L'azione divina in quest'opera di santificazione raggiungerà la sua pienezza col regno del Messia.
Questa rinascita è frutto esclusivo dell'amore di Dio e della sua onnipotenza: «Così dice il Signore degli eserciti:"Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d'oriente e d'occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia".» (Zc 8,7-8)
L'alleanza concretizzata nella promessa messianica fatta a David ripiglia il suo corso a Gerusalemme: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina.» (Zc 9,9)
La profezia si avverò alla lettera nell'entrata solenne di Gesù nella città santa. L'asinello, contrapposto al cavallo da guerra, simboleggia l'indole pacifica del re Messia: «... annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra.» (Zc 9,10)
Così, insieme ad un amore sconfinato verso il suo popolo, Dio unisce un'apertura totale verso le genti, che, purificate, entreranno a far parte del regno: «Il Signore loro Dio in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo, come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra.» (Zc 9,16)
Morto in tarda età, Zaccaria sarebbe stato sepolto accanto alla tomba del profeta Aggeo.
Significato del nome Zaccaria : “Dio si è ricordato” (ebraico). |
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رسائل 1248 من 1557 في الفقرة |
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Venerdì 7 Settembre 2012
San Grato di Aosta, Vescovo Patrono di Aosta
rato, secondo le notizie storiche fondate, era un sacerdote che collaborava con Eustasio, primo vescovo di Aosta. Ambedue erano di origine greca come fa intendere il nome del vescovo; probabilmente il più anziano dei due, Eustasio, chiamò presso di sé il più giovane Grato.
Si ritiene che, sia Eustasio che Grato, abbiano ricevuto una educazione e formazione ecclesiastica nel celebre cenobio fondato da S. Eusebio da Vercelli († 371), il grande vescovo che, al ritorno dall'esilio in Oriente, volle trapiantare nella sua diocesi il monachesimo.
S. Ambrogio affermò che, in quel tempo, tutti i vescovi dell'Italia Settentrionale provenivano dal cenobio eusebiano, quindi anche Eustasio e Grato, vissuti nella seconda metà del V secolo, provenivano da lì; tenendo conto anche che Aosta, la romana Augusta Pretoria, fondata intorno al 25-24 a.C., il cui nome fu posto in onore di Augusto e della sua Guardia Pretoriana, prima del tempo di Eustasio, era compresa nel territorio della Chiesa vercellese.
Si sa che quando Grato era ancora semplice sacerdote, rappresentò il vescovo di Aosta, Eustasio, al Concilio provinciale di Milano del 451, sottoscrivendo la lettera che quell'assemblea inviò a S. Leone I, Magno (440-461), per condannare l'eresia di Eutiche († 454 ca.), monaco greco che negava le due nature di Cristo, affermando l'assimilazione della natura umana in quella divina.
In un anno imprecisato, ma certamente dopo il suddetto 451, Grato, alla morte di Eustasio, gli successe alla guida della giovane diocesi valdostana, divenendone il secondo vescovo. Durante il suo episcopato, Grato partecipò alla traslazione delle reliquie del martire tebeo S. Innocenzo, alla quale erano presenti anche i vescovi di Agauno e di Sion, come ricorda la Passio Acaunensium Martyrum.
Non si conosce l'anno della sua morte, ma stranamente quello della sepoltura, 7 settembre, ricavato dalla breve iscrizione sepolcrale: « Hic requiescit in pace S. M. GRATUS EPS D P SUB D. VII ID. SEPTEMB. »; incisa sulla pietra tombale conservata nella chiesa parrocchiale di Saint-Christophe.
Le sue reliquie sono conservate nella Cattedrale di Aosta in una magnifica cassa reliquiario, gioiello dell'arte gotica iniziato da Guglielmo di Locana e portato a compimento dall'orafo fiammingo Jean de Malines. Esse vengono portate in processione per le vie della città il giorno della sua festa. In questa occasione l'onore di scortare il reliquiario spetta ai giovani della parrocchia di Fontainemore vestiti in modo caratteristico ed armati di sciabola, perché nel medioevo le reliquie, rubate, vennero recuperate e riportate ad Aosta dalla Savoia da un gruppo di muratori di quella parrocchia.
Grato è un santo taumaturgo molto venerato e popolare anche nei territori circostanti la Valle d'Aosta come protettore dei raccolti dalle tempeste, specie dalla grandine. Appositi delegati delle parrocchie piemontesi più soggette a questo flagello si recavano un tempo ad Aosta con generose offerte, ritornandosene con ceri appositamente benedetti. Venivano accesi in caso di necessità dai fedeli in preghiera, che chiedevano l'allontanamento o il placarsi delle tempeste per Sua intercessione. Si consideri che anche alla sola lastra tombale del santo vescovo venivano attribuiti poteri di guarigione dalla lebbra. Per questo motivo era stata prelevata da Aosta e murata nella parrocchiale di Saint-Christophe, nei pressi della quale esisteva un ricovero medievale per infetti chiamato "La-Maladière", in modo che i ricoverati, sfiorandola, potessero sperare di essere miracolosamente risanati.
La Chiesa Cattolica lo ricorda il 7 settembre. In questo giorno viene solennemente celebrato come patrono della diocesi, festa che coincide anche con quella civile della Valle d'Aosta.
L'iconografia lo rappresenta con le insegne episcopali, mentre regge il capo reciso di S. Giovanni Battista che, secondo una leggenda, Grato avrebbe ritrovato in Terrasanta in fondo ad un profondo pozzo, in seguito ad un sogno.
Significato del nome Grato : "gradito, ben accetto, caro" (latino). |
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رسائل 1249 من 1557 في الفقرة |
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Venerdì 7 Settembre 2012
Beato Ignacy Kłopotowski
Sacerdote e fondatore:
"Suore della Beata Vergine Maria di Loreto"
gnacy Kłopotowski nasce il 20 luglio 1866 a Korzeniowska (Polonia) da Jan e Isabella Dobrowolska; è battezzato due giorni dopo nella parrocchia di Drohiczyn. Dalla famiglia ricevette un’educazione religiosa e patriottica, incentrata sul binomio Dio e la patria.
Nel 1883, terminato il ginnasio a Siedlce, entrò nel Seminario Maggiore di Lublino. Dopo quattro anni fu inviato a proseguire gli studi presso l’Accademia Religiosa di Pietroburgo, dove si laureò in teologia.
Il 5 luglio 1891, a 25 anni, fu ordinato sacerdote dal vescovo mons. Jaczewski nella cattedrale di Lublino. Per 17 anni ricoprì vari incarichi pastorali e d’insegnamento: viceparroco di S. Paolo Apostolo, professore nel Seminario diocesano, viceparroco della parrocchia della cattedrale, cappellano dell’Ospedale di S. Vincenzo de’ Paoli, cappellano della Chiesa di S. Stanislao e ancora professore nel Seminario fino al 1908, quando lasciò Lublino per Varsavia.
Negli anni della sua permanenza a Lublino, si distinse per l’amore profondo verso i poveri, gli orfani e i disoccupati, partecipando con sensibilità ai loro problemi morali e materiali. Mise su un’attività editoriale letteraria-pubblicistica i cui proventi, uniti alle offerte ricevute, spendeva a favore dei bisognosi e delle opere caritative da lui stesso istituite.
Fondò orfanotrofi e case per anziani, a Lublino organizzò la Casa del Lavoro, consistente in una scuola di avviamento all’artigianato per i giovani disoccupati.
Per le ragazze avviate sulla via della prostituzione, aprì l’Asilo di S. Antonio dove potevano trovare possibilità di lavoro lecito.
Aveva uno spirito editoriale, che mise al servizio delle necessità spirituali dei suoi assistiti e della gente semplice e poco istruita; pubblicò libri di preghiere e di contenuto religioso per la diffusione della dottrina cristiana.
Nel 1905 tentò di pubblicare un giornale cattolico "Praca" ("Lavoro"), ma non ottenne il permesso delle autorità russe, che allora dominavano quella parte della Polonia.
Qualche anno dopo, con l’editto di tolleranza dello zar Nicola II, poté pubblicare, in linqua polacca:
- il quotidiano "Polak Katolik";
- il settimanale "Posiew" (Semina);
- i mensili "Buona Domenica" e "Circolo del Rosario".
Nel 1908, con il permesso dei rispettivi vescovi, si trasferì a Varsavia dove organizzò una tipografia che stampava libri da lui editi, per la coraggiosa difesa della fede e dei principi morali cristiani.
Divenuto effettivo della diocesi di Varsavia nel 1919, don Ignazio Kłopotowski fu nominato parroco della parrocchia della Madonna di Loreto, presso la Chiesa di S. Floriano nel quartiere ‘Praga’. Anche qui si profuse nelle opere di carità, allestendo una cucina gratuita e dei dormitori per i poveri del quartiere.
Contemporaneo del beato Bartolo Longo (1841-1926), che a Pompei aveva fondato opere sociali, tipografia, basilica, congregazione religiosa, per l’assistenza degli orfani e figli dei carcerati, anche padre Ignazio Kłopotowski diede vita, a Varsavia, alla Casa Editrice Loretana e fondò la Congregazione delle "Suore della Beata Vergine Maria di Loreto" (Loretane), con la specifica vocazione della diffusione della buona stampa.
La Congregazione, sulle orme del fondatore, attraverso la stampa delle proprie Case Editrici, s’impegnò sin dall’inizio all’attività caritativa, all’apostolato della Parola di Dio e alla santificazione dei propri membri; ottenne l’approvazione pontificia nel 1971 dal Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978).
Padre Ignacy Kłopotowski, instancabile operatore di carità e fondatore, morì a Varsavia il 7 settembre 1931 a 65 anni; i suoi resti riposano nel cimitero delle suore da lui fondate.
Il 22 giugno 1988 la Santa Sede diede il nihil obstat per l’apertura del processo; il 20 dicembre 2004 il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) lo ha dichiarato Venerabile.
A conclusione del III Congresso Eucaristico Nazionale Polacco, il cardinale Jozef Glemp, primate di Polonia, secondo il nuovo rituale, che con Papa Benedetto XVI si è voluto instaurare riguardo le future beatificazioni, che non saranno più esclusivamente celebrate dal papa, ma con la sua approvazione e lettera apostolica verranno celebrate anche da cardinali incaricati o dalle Chiese nazionali, ha beatificato padre Ignacy Kłopotowski il 19 giugno 2005, nella Piazza Józef Piłsudski a Varsavia. Insieme a lui sono stati beatificati 2 altri sacerdoti polacchi: Władysław Findysz (memoria 23 agosto) e Bronisław Markiewicz (memoria 30 gennaio).
Significato del nome Ignazio: «di fuoco,igneo» (latino). |
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رسائل 1250 من 1557 في الفقرة |
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Sabato
8 Settembre 2012
B. FEDERICO Ozanam |
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Beato Federico Ozanam
Cofondatore :
“Società di San Vincenzo de' Paoli”
ederico,
al secolo Frédéric Antoine, Ozanam nacque a Milano, quando il padre era
ufficiale medico nell'esercito napoleonico, il 23 aprile 1813. Suo
bisnonno, Jacques Ozanam (1640-1717), fu un importante matematico.
All'età di 2 anni nel 1815, si trasferì con la famiglia, che aveva
radici ebraiche, a Lione, dove ebbe inizio la sua formazione scolastica.
Qui fu fortemente influenzato da uno dei suoi professori, l'abate
Noirot, che lo introdusse al cattolicesimo. Nel 1831 pubblicò un
pamphlet contro le idee di Henri de Saint-Simon, che attirò le
attenzioni di Alphonse de Lamartine.
L'anno
seguente partì per Parigi per studiare Giurisprudenza; qui soggiornò
presso la famiglia di André-Marie Ampère che gli fece conoscere
François-René de Chateaubriand, Jean-Baptiste Henri Lacordaire, Charles
Forbes René de Montalembert e altri intellettuali cattolici francesi.
Durante il periodo degli studi collaborò a vari giornali, in particolare alla “Tribune Catholique”, che dal 1° novembre 1833 si chiamò “L'Univers”.
In
questo periodo organizzò numerose conferenze di Storia. In seguito alla
domanda di un saint-simoniano, che gli chiese perché egli
s'interessasse al passato, mentre c'erano molti poveri d'assistere, la
sua vita si orientò verso l'assistenza ai più indigenti.
Così,
nell'aprile del 1833, insieme ad alcuni amici, come lui parrocchiani
della chiesa parigina di Saint-Etienne du Mont, prese la decisione di
fondare una piccola società votata all'aiuto dei poveri, che prese il
nome di “Conferenza di carità”.
Nel 1835 la conferenza si mise sotto la protezione di San Vincenzo de' Paoli mutando la denominazione in “Società di San Vincenzo de' Paoli”, ancor oggi una delle maggiori organizzazioni cattoliche.
Nel 1836 si laureò in Giurisprudenza e nel 1838 in Lettere con una tesi sulla filosofia in Dante Alighieri: “Il poeta”, così lo chiama, “del nostro presente come lo fu del suo tempo; il poeta della libertà, dell'Italia e del cristianesimo”. La sua tesi viene subito pubblicata anche in inglese, tedesco e italiano.
Nel
giugno del 1841 si sposò con Amélie Soulacroix, originaria di Lione.
Nel viaggio di nozze visitò l'Italia; da questo matrimonio nascerà una
figlia, Maria, nel 1845.
Nel
1844, dopo la morte di Charles-Claude Fauriel, fu nominato professore
ordinario di letteratura straniera alla Sorbona ma, nonostante i
numerosi impegni, non cessò le sue regolari visite ai poveri come membro
della Compagnia di San Vincenzo.
Durante
la Rivoluzione del 1848, alla quale si oppose, tornò per un breve
periodo al giornalismo, essendo tra i fondatori del giornale “Ere Nouvelle” e di altri periodici.
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رسائل 1251 من 1557 في الفقرة |
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La
sua vita fu breve, morì a soli 40 anni, a Marsiglia, l'8 settembre 1853
ritornando dall'Italia, dove aveva invano cercato sollievo ai suoi
mali. Le sue condizioni di salute negli ultimi anni di vita furono,
infatti, molto precarie, ma egli si sacrificò fino all'estremo
soprattutto nell'insegnamento universitario.
L'accettazione
della malattia sublimò la sua vita, quale consapevole offerta a Dio
della rinuncia a tutto quanto avrebbe ancora potuto fare ed aumentò in
una significativa sintesi il suo interessamento per la Società di San
Vincenzo, che non venne mai meno, anzi in qualche modo si accrebbe con
gli anni particolarmente in Italia durante il suo ultimo soggiorno.
La “Disquisitio de vita et actuositate Servi Dei F. Ozanam” a
cura della Sacra Congregazione per le cause dei Santi, pubblicata a
Roma nel 1980, il Decreto di riconoscimento del grado eroico delle virtù
teologali e cardinali del 1993 ed il successivo riconoscimento del
miracolo attribuito all'intercessione del Servo di Dio, hanno portato
alla sua beatificazione a Parigi, il 22 agosto 1997, da parte del Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), in occasione della XII Giornata Mondiale della Gioventù.
La
conoscenza di Ozanam della letteratura medievale, in particolar modo
francese e italiana, e la maniera in cui descrisse l'organizzazione
sociale e la vita quotidiana nel Medioevo, diedero alle sue opere una
qualità eccezionale, che fa sì che esse mantengano la loro attualità a
più di centocinquant'anni dalla loro pubblicazione.
Tutte le sue opere furono pubblicate in 11 volumi (Parigi, 1862-1865). Tra esse ricordiamo:
• Deux chanceliers d'Angleterre, Bacon de Verulam et Saint Thomas de Cantorbury (Paris, 1836); •
Dante et la philosophie catholique au XIIIeme siècle (Paris, 1839; 2.ª
ed., rivista dall'autore, nel 1845) trad.it. Dante e la filosofia
cattolica nel tredicesimo secolo (Napoli, 1843); • Études germaniques (2 vol., Paris, 1847-1849) trad.it Studi germanici; • Documents inédits pour servir à l'histoire de l'Italie depuis le VIII.eme siècle jusqu'au XIIème (Paris, 1850); •
Les poètes franciscains en Italie au XIIIème siècle (Paris, 1852)
trad.it. I poeti francescani in Italia nel secolo decimoterzo (Prato,
1854) • Il suo epistolario è stato edito in varie lingue (l'edizione italiana, Lettere, Lettres de Frédéric Ozanam, è di mons. Nicola Pavoni, Città del Vaticano, 1994).
Significato del nome Federico : “potente nella pace, pacifico” (tedesco).
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رسائل 1252 من 1557 في الفقرة |
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Sabato
8 Settembre 2012
BB. Teodomiro Gioacchino Saiz Saiz ed Evenzio Riccardo Urjurra, Martiri († 1936) |
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Fratel Teodomiro Joaquín (Adrián Sáiz Sáiz)
Nacque
a Puentedey, provincia e diocesi di Burgos, 1'8 settembre 1907. Entrò
nel noviziato il 3 gennaio 1923, ricevendo l'abito religioso e il suo
nuovo nome il 15 agosto dello stesso anno. Emise i voti perpetui, il 17
agosto 1932, a Bujedo. Terminati gli studi, esercitò il ministero
educativo in diverse case, infine, dal 1933, al Collegio San José di
Almeria.
Fratel Evencio Ricardo (Eusebio Alonso Uyarra)
Nacque
a Viloria de Rioja, provincia di Burgos e diocesi di Calahorra y La
Calzada, il 5 marzo 1907. Entrò nel noviziato il 29 agosto 1922,
ricevendo l'abito religioso e il suo nuovo nome il 2 febbraio 1923.
Emise i voti perpetui, il 17 agosto 1932, a Bujedo. Terminati gli studi,
esercitò l'apostolato in diverse case, infine, dal 1934, al Collegio
San José di Almeria.
Questi
Fratelli delle Scuole Cristiane avevano offerto la loro vita a Dio con
la consacrazione religiosa e l'avevano spesa educando i fanciulli e i
giovani. Incarcerati il 22 luglio 1936, furono fucilati nella notte dal
30 al 31 agosto i Fratelli Edmigio, Amalio e Valerio Bernardo, la sera dell'8 settembre i Fratelli Teodomiro Joaquín ed Evenzio Ricardo, la notte dal 12 al 13 settembre i Fratelli Aurelio Maria e Jose Cecilio.
I
corpi dei nove martiri furono immediatamente cosparsi di benzina. I
loro resti calcificati furono inumati nella cappella S. Ildefonso nella
Cattedrale di Almeria, Spagna.
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رسائل 1253 من 1557 في الفقرة |
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Domenica 9 Settembre 2012
San Pietro Claver
Sacerdote S.J. (memoria facoltativa)
Pietro (Pedro) Claver Corberó nasce a Verdú (Catalogna) il 25 giugno 1581. Dal 1596 studiò lettere e arti nell'università di Barcellona e nel 1602 entrò nella Compagnia di Gesù. Mentre studiava psicologia a Maiorca nel 1605, il padre portinaio del collegio della Compagnia (Alfonso Rodríguez), pensando di essere ispirato da Dio, ritenne di conoscere quale dovesse essere la missione futura del suo giovane confratello e da quel momento in poi non smise mai di esortarlo a partire per evangelizzare i possedimenti spagnoli in America.
Pietro obbedì e nel 1610 sbarcò a Cartagena (Colombia). Fu ordinato sacerdote nel 1616 nella missione colombiana dove per 44 anni fu missionario tra schiavi afroamericani in un periodo in cui ferveva la tratta degli schiavi africani.
Educato alla scuola del missionario Alfonso de Sandoval, Pietro si rese, con voto, schiavo dei negri per sempre “Aethiopum semper servus” (“sempre schiavo degli Etiopi”). Da persona timida ed insicura delle proprie capacità, diventò un organizzatore caritatevole, ardito ed ingegnoso.
A Cartagena sbarcavano migliaia di schiavi neri, quasi tutti giovani: ma invecchiavano e morivano presto per la fatica, i maltrattamenti e per l’abbandono quando erano invalidi.
Ogni mese, quando veniva segnalato l'arrivo di nuovi schiavi, stipati nelle stive delle navi, Claver usciva in mare con il suo battello per incontrarli portando loro cibo, soccorso e conforto, guadagnandosi la loro fiducia.
Per insegnare a così tante persone che parlavano dialetti diversi, Claver riunì a Cartagena un gruppo di interpreti di varie nazionalità e li fece diventare dei catechisti.
Mentre gli schiavi stavano rinchiusi a Cartagena, aspettando di essere acquistati e sparpagliati, Claver li istruiva e li battezzava. Nelle domeniche di Quaresima li riuniva, li interrogava riguardo alle loro necessità e li difendeva contro i loro oppressori. Questo lavoro causò a Claver difficili prove: i mercanti di schiavi non erano i suoi soli nemici.
Fu accusato di incauto zelo e di avere profanato i sacramenti, dandoli a creature che “a malapena possedevano un'anima”. Le donne della buona società di Cartagena si rifiutavano di entrare nelle chiese dove Claver aveva riunito i suoi "negri". I superiori di Claver furono spesso influenzati dalle molte critiche che arrivavano ai loro orecchi.
Nondimeno Claver continuò la sua missione, accettando tutte le umiliazioni e aggiungendo penitenze rigorose alle sue opere di carità. Gli mancava l'aiuto degli uomini, ma riteneva di avere forza da Dio.
Durante la sua vita battezzò e istruì nella fede più di 300.000 neri.
Morì a 74 anni a Cartagena l'8 settembre 1654.
Fu innalzato agli onori dell'altare il 16 luglio 1850 dal Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) e canonizzato il 15 gennaio 1888 da Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci, 1878-1903), con Alfonso Rodriguez, il fratello portinaio di Maiorca.
Il 7 luglio 1896 fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.
Significato del nome Pietro : "pietra, roccia, sasso squadrato" (latino). Fonti principali : wikipendia.org; santiebeati.it; gesuiti.it («RIV.»)
Preghiera
O Dio, con il dono di una carità e pazienza eroica hai reso forte nel servizio degli infelici san Pietro Claver, fattosi schiavo degli schiavi; concedi anche a noi, per sua intercessione, di cercare Gesù Cristo nel nostro prossimo amandolo coi fatti e nella verità. |
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رسائل 1254 من 1557 في الفقرة |
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Lunedì 10 Settembre 2012
San Nicola da Tolentino Sacerdote dell'Ordine degli Agostiniani
icola da Tolentino, al secolo Nicola di Compagnone, nacque nel 1245 a Castel Sant'Angelo (oggi Sant'Angelo in Pontano), un comune in provincia di Macerata.
I suoi genitori, i cui nomi potrebbero essere Compagnono de Guarutti e Amata de Guidiani (ma i cognomi potrebbero semplicemente indicare i loro luoghi di nascita), erano gente pia.
La leggenda della sua vita, rappresentata da un ignoto pittore giottesco detto Maestro della Cappella di San Nicola, narra come i suoi genitori, ormai anziani, si fossero recati a Bari, su consiglio di un angelo, in pellegrinaggio alla tomba di S. Nicola di Mira, o di Bari, per avere la grazia di un figlio. Ritornati a Castel Sant'Angelo ebbero il figlio desiderato e, ritenendo di aver ricevuto la grazia richiesta, lo chiamarono Nicola.
Il giovane Nicola entrò nell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino. Si distinse a tal punto nei suoi studi che, prima che essi fossero compiuti, venne fatto canonico della chiesa di San Salvatore.
Ascoltando una predica di un eremita agostiniano sulla frase latina «Nolite diligere mundum, nec ea quae sunt in mundo, quia mundus transit et concupiscenzia ejus» (“non amate il mondo, né le cose che sono del mondo, perché il mondo passa e passa la sua concupiscenza”), avvertì la chiamata alla vita religiosa. Implorò allora l'eremita di ammetterlo nel proprio ordine, e i suoi genitori acconsentirono con gioia.
Già prima della sua ordinazione venne mandato in diversi monasteri dell'ordine: S. Ginesio, Recanati, Macerata ed altri; i biografi mettono in evidenza che fu un modello di generoso impegno verso la perfezione.
Fece la sua professione religiosa (voti solenni) a meno di diciannove anni e nel 1269 fu ordinato sacerdote.
Dopo la sua ordinazione, predicò soprattutto a Tolentino, dove fu trasferito intorno al 1275.
Trascorse gli ultimi 30 anni della sua vita, predicando quasi ogni giorno. Sebbene negli ultimi anni la malattia mise alla prova la sua sopportazione, continuò le sue mortificazioni quasi fino al momento della morte.
I devoti ne ricordano la mitezza, l'ingenua semplicità e la dedizione per la verginità, che non tradì mai, custodendola con la preghiera e la mortificazione.
Nel convento di S. Agostino di Tolentino rimase fino alla sua morte avvenuta il 10 settembre 1305.
Il processo di canonizzazione iniziò nel 1325 sotto Pp Giovanni XXII (Jacques Duèse, 1316-1334), ma si concluse soltanto nel 1446, per le vicende della Chiesa (Avignone, scisma d'Occidente), sotto Pp Eugenio IV (Gabriele Condulmer, 1431-1447). Tuttavia già fin dalla metà del '300 veniva raffigurato con l'aureola.
È considerato un santo mariano poiché sostenne di avere la visione degli angeli che trasportavano la Santa Casa di Loreto nella città marchigiana il 10 dicembre del 1294.
La sua protezione è invocata dai devoti per gli appestati, i naufraghi e i carcerati, ma in particolare per le anime del Purgatorio.
S. Nicola fu anche un famoso esorcista, uno dei pannelli della sua vita, affrescati nel Cappellone di Tolentino, mostra proprio Nicola che libera una donna indemoniata; questa sua facoltà rimase integra anche dopo la sua morte, visto che numerosi ex voto lo indicano come guaritore di indemoniati; la devozione al santo iniziò appena dopo la sua morte.
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Molteplici sono i racconti entrati a far parte della tradizione dei luoghi della giovinezza di San Nicola, in particolare nel paese natale in cui tutt'oggi è radicata una forte devozione.
· Si racconta che, nel tragitto da Castel Sant'Angelo a Tolentino, trovandosi a passare nella città di San Ginesio, imponendo le mani impedì il crollo di una parte della cinta muraria, che ancora oggi si conserva integra.
· Sempre durante un tragitto verso il monastero, trovandosi in ritardo, impose le mani per fermare il sole fino a quando non fosse arrivato a destinazione (in modo simile a quanto accadde a Giosuè).
· Il ponte del diavolo di Tolentino è chiamato così in ricordo della leggenda secondo cui il diavolo stipulò un patto con San Nicola, dicendogli che avrebbe costruito un ponte in una sola notte in cambio dell'anima del primo essere vivente che lo avesse attraversato. Il santo accettò il patto e, a costruzione ultimata, benedisse il ponte. Poi, attese che si avvicinasse un cane e gettò del cibo in terra dall'altra parte del ponte, costringendo l'animale ad attraversarlo. Il diavolo, accecato d'ira, tentò invano di distruggere a forza di cornate il ponte, ormai benedetto.
Significato del nome Nicola : “vincitore tra il popolo” (greco).
Per approfondimenti & è San Nicola da Tolentino |
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رسائل 1255 من 1557 في الفقرة |
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Martedì 11 Settembre 2012
SS. Proto e Giacinto
Martiri
Il 21 marzo del 1845, venerdì santo, si ebbe la fortuna insperata di trovare, grazie ad un gesuita, la tomba di un santo martire che recava questa iscrizione: “DP III IDUS SEPTEBR YACINTHUS MARTYR” (“Giacinto Martire deposto il terzo giorno delle idi di settembre”).
Con questa eccezionale scoperta, era finalmente possibile conoscere ciò che era avvenuto in realtà delle reliquie di due tra i santi più popolari: i SS. Proto e Giacinto. Da secoli infatti si riteneva che le reliquie dei due santi fossero conservate a Roma nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, ed ecco che si scopriva la tomba ancora intatta e sigillata di S. Giacinto, nelle catacombe di sant'Ermete.
Poco distante, nell’Ottocento, il gesuita Marchi, scoprì un frammento di lapide che recava la scritta “SEPULCRUM PROTI M.”, a conferma che la tomba di S. Proto era stata nelle immediate vicinanze.
Ben presto gli studiosi poterono rendersi conto come mai i loro predecessori avessero trasportato in città solo le reliquie di S. Proto: appena, infatti, si tentò di penetrare nella stretta tomba di S. Giacinto, essa si rovinò miseramente, non senza però consentire di ripescare nel fango alcune ossa che sembravano bruciacchiate. Dalla scoperta si è potuto appurare che Giacinto era stato arso vivo e non decapitato, come la tradizione sosteneva.
I preziosi resti vennero devotamente trasferiti nel collegio di Propaganda Fide dove gli studiosi, trovata una conferma dell'esistenza dei santi martiri Proto e Giacinto, dovettero riconoscere una volta di più l'infondatezza della “Passione di Eugenia”, sulla quale del resto già si nutrivano delle perplessità, e si dovette altresì prospettare l'ipotesi che non fosse fondata neppure la presunzione della parentela tra Proto e Giacinto.
Forse era stata proprio la vicinanza della sepoltura a suggerire tale presunzione (come si sa che sia avvenuto per Felice e Adautto, Nereo e Achilleo e molti altri). Tanto meno si poteva più accettare che essi fossero stati gli eunuchi di una certa Eugenia, figlia del prefetto di Alessandria, che li avrebbe messi a disposizione come catechisti di una vergine di sangue reale, Bassilla, che voleva farsi cristiana. Anche questo particolare, infatti, si ritrova in casi consimili (ad esempio eunuchi-catechisti erano considerati Calogero e Partenio o Giovanni e Paolo).
Pur ignorando tutto della loro vita e del modo del loro martirio, è certo che Proto e Giacinto sono stati martiri e come tali sono onorati. |
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رسائل 1256 من 1557 في الفقرة |
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Martedì 11 Settembre 2012
San Giovanni Gabriele Perboyre
Presbitero della Congregazione della Missione
(Vincenziano) e Martire in Cina
iovanni Gabriele, al secolo Jean-Gabriel, primogenito di otto figli di Pierre Perboyre e Marie Rigal, nacque a Montgesty, vicino a Cahors, nella Francia meridionale, il 6 gennaio 1802 in una famiglia che donò alla Chiesa tre missionari di S. Vincenzo e due Figlie della Carità.
Ricevette un'educazione cristiana dalla sua famiglia, negli anni dell’impero di Napoleone, quando molti congiuravano contro la Chiesa. Fece gli studi elementari al suo paese, con intelligenza e profitto.
Dentro il cuore, il giovanissimo Giovanni Gabriele ha una grande passione, un unico amore: Gesù. Aiuta il padre nei lavori di campagna, incaricato principalmente a sorvegliare i contadini occupati nel podere di famiglia a Puech.
Il 10 marzo 1818 entrò nel seminario interno istituito a Montauban dalla Congregazione della Missione : il suo primo passo per diventare un prete Vincenziano. Qui continuò la sua istruzione secondaria, poi studiò filosofia e insegnò anche nelle classi inferiori.
Il 28 dicembre 1820, nove giorni prima del suo diciannovesimo compleanno, fu inviato a Parigi per iniziare teologia : il corso durò da gennaio 1821 a ottobre 1823. Erano passati pochi mesi dal suo ventiduesimo compleanno ed era troppo giovane per l'ordinazione. Fu mandato, quindi, ad insegnare in un convitto che la Congregazione aveva a Montdidier, tra Parigi ed Amiens.
Nell'aprile 1824 fu ordinato suddiacono; nel maggio 1825 fu ordinato diacono; il 23 settembre dello stesso anno fu ordinato sacerdote nella Cappella delle Figlie della Carità alla Rue du Bac (Cappella della Medaglia miracolosa), da Mons. Dubourg, arcivescovo di New Orleans.
Subito dopo venne spostato al seminario di Saint-Flour, dove insegnò teologia dogmatica e dove due anni dopo fu nominato superiore. Il suo successo spinse i suoi superiori a nominarlo, nel 1832, vice-direttore del noviziato a Parigi dove svolse questo incarico fino al 1835, quando ebbe il permesso di andare in Cina.
Il 21 marzo 1835 salpò dal porto di Le Havre; il 29 agosto giunse a Macao, dove trascorse un certo tempo per studiare la lingua cinese. Il 21 dicembre 1835 iniziò il suo viaggio verso Ho-Han, luogo della missione cui era stato assegnato. Nel gennaio 1838 venne trasferito alla missione di Hou-Pé.
Nel settembre 1839 iniziarono le persecuzioni anti-cristiane ad Hou-Pé e Giovanni Gabriele fu una delle prime vittime: spogliato dei suoi abiti e coperto di stracci, veniva spostato da un tribunale all'altro e ad ogni processo veniva trattato in modo inumano.
Infine venne portato a Ou-Tchang-Fo e, dopo essere stato torturato, venne condannato a morte : la sentenza fu ratificata da un editto imperiale.
L'11 settembre 1840, con sette banditi, il missionario fu condotto su un'altura chiamata la "Montagna rossa". Furono prima uccisi i banditi; Giovanni Gabriele si raccolse in preghiera, fra la meraviglia dei presenti.
Venuto il suo turno, i carnefici lo spogliarono della tunica purpurea e lo legarono a un palo a forma di croce. Gli passarono la corda al collo e lo strangolarono, aveva trentotto anni di età.
Le sue spoglie mortali poterono essere traslate in Francia nel 1860 e deposte nella Casa-madre della sua Congregazione.
Papa Gregorio XVI (Bartolomeo Mauro Alberto Cappellari, 1831-1846) sin dal 1843 aveva iniziato la sua causa di beatificazione. Il 10 novembre 1889, Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) lo iscrisse nell'albo dei beati.
Jean-Gabriel Perboyre è stato canonizzato, a Roma in Piazza S. Pietro, il 2 giugno 1996, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Per approfondimenti & è Jean Gabriel Perboyre |
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رسائل 1257 من 1557 في الفقرة |
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Mercoledì 12 Settembre 2012
Santa Caterina da Genova
Vedova
Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 15 settembre, mentre la diocesi di Genova celebra la memoria, per la Chiesa locale, in data 12 settembre.
aterina da Genova, o “Madonna Caterinetta” come affettuosamente veniva chiamata nella sua città, è stata una donna straordinaria non solo per la sua bellezza, ma specialmente per il coraggio dimostrato nel curare gli incurabili, i rifiuti della società genovese. Caterina fu anche una grande mistica, arricchita da speciali rivelazioni da parte di Dio. La situazione politico religiosa e sociale dell'Italia del fine '400 e del '500 non era una delle più felici. Dal punto di vista religioso si sentiva l'urgenza di una riforma della Chiesa, specialmente di una parte di essa, cioè del clero. Papi, cardinali e vescovi spesso erano più politici, mercanti o affaristi che pastori d'anime. Si stava preparando ed era già in arrivo il ciclone Lutero (1483-1546), che avrebbe cercato la riforma della Chiesa, a suo modo, lacerando profondamente la cristianità europea, fino alla nascita della Chiesa protestante. Anche Caterina voleva la riforma della Chiesa, ma cominciò dal basso, con la propria carità, la preghiera e l'eroismo dimostrato nel lavoro all'ospedale di Genova. Qui, ella non rifiutò i più umili servizi dedicandosi a lenire le sofferenze dell'anima. Convinta che la vita spirituale dovesse cominciare dall'abbandono dell'amore proprio e dell'orgoglio. Una riforma perseguita con la testimonianza e con la propria santità; senza dividere la Chiesa.
Nel 1494-95 l'esercito del re francese Carlo VIII ha percorso l'Italia e la triste eredità del passaggio del suo esercito in Italia fu, oltre ai soliti saccheggi, il cosiddetto "morbo gallico" (o sifilide), un male terribile, una vera epidemia, che fece strage specialmente tra le classi sociali povere. I malati ricchi chiamano i medici in casa, quelli poveri muoiono per le strade, nei fossi senza cure e assistenza.
A Genova, nel 1497, emerge un gruppo che si dedica a questi scarti umani, li accoglie, li nutre, li cura. Animatrice: una signora di rango, Caterina Fieschi moglie del giovane Giuliano Adorno. Fu proprio nel fronteggiare questo disastro sociale che emerse la grandezza morale e la santità di Caterina.
Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447. Faceva parte del nobile casato dei Fieschi: il padre era Giacomo Fieschi, patrizio genovese, nipote di Pp Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi, 1243-1254) e Viceré di Napoli; la madre fu Francesca di Negro.
Era ancora una fanciulla quando sentiva molto forte l'attrattiva alla preghiera. Caterina per la sua avvenenza non passava inosservata: era anche intelligente e di carattere forte. Essendo di famiglia nobile ebbe la possibilità di essere istruita nelle lettere, ma non divenne una umanista; più che l'amore ai classici sentiva l'attrazione verso i mistici. A tredici anni, perciò, chiese di entrare nel monastero e diventare suora agostiniana, ma l'età, l'opposizione della famiglia e dei parenti lo impedirono.
In seguito Caterina fu indotta a pronunciare il fatidico sì il 13gennaio 1463 quando aveva appena16 anni: era chiaramente un matrimonio "politico" che curava gli interessi delle famiglie dei Fieschi e Adorno. Non si pensava minimamente alla volontà ed alla felicità della ragazza. Lo sposo, del resto, era un uomo violento, brutale, dissoluto, dissipatore delle ricchezze, senza freni e senza regole e non aveva alcuna attenzione e rispetto per la moglie, anche se giovane e bella. Furono 5 anni di autentica sofferenza per lei, passati in una desolante solitudine dentro una ricca, bella e grande casa. Dopo questi anni, dietro suggerimento di alcune amiche, anche Caterina assaggiò un po' la vita "mondana" della Genova bene.
Ed ecco la conversione totale, che avvenne il 22 marzo 1463, davanti al Cristo crocifisso. Aveva capito in un istante che “Dio è Amore”, e che questo Amore si era manifestato pienamente in Cristo e, particolarmente, nella sua passione e morte. Caterina ebbe così una di quelle estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito. Primo effetto di questa conversione fu: la conversione del marito Giuliano che entrò nei Terziari Francescani. Insieme e di comune accordo, lasciarono la loro grande casa e si ritirarono in una, molto più modesta, vicino all'ospedale di Pammatone dove, sempre insieme, si diedero al servizio dei malati. Servizio che per lei durò più di 30 anni dirigendo l'impegno dei collaboratori verso un obiettivo preciso: vivere l'esperienza dell'amore di Dio andando dai più infelici e disprezzati. Fu anche nominata, lei donna, rettore dell'ospedale, che ella amministrò non solo con slancio di amore ma anche con grande ed intelligente efficienza. Infatti, cambia l'organizzazione nell'ospedale cercando il meglio tra medici e cure ma partendo sempre dall'idea di Dio-Amore: quest'amore che va trasmesso subito a tutti, cominciando dai disperati in ogni necessità. Bisogna “piantare in li cori nostri il divino amore, cioè la carità” diceva spesso.
Questo è l'insegnamento di Caterina, dispensato e vissuto fino alla morte. Lei era anche una donna mistica ma questo fatto non l’alienava dalla realtà quotidiana e misera della condizione umana di quei poveracci.
Particolarmente esemplare fu il suo impegno coraggioso e totale nel curare gli appestati del 1493. Un fatto destò la meraviglia dello stesso Lutero in visita a Genova: Caterina non era la sola a praticare con tanto eroismo l'amore al prossimo. Anche questo era un contributo alla rivitalizzazione della vita cristiana. Dietro suo impulso, Ettore Vernazza, un laico notaio e umanista, fondò la Fraternità del Divino Amore, composta di clero e laici, tutti accomunati dall'unico fine di vivere dell'Amore di Dio e farlo conoscere nella testimonianza quotidiana, particolarmente verso i poveri e gli ammalati. Un'associazione, questa, che servirà da modello anche ad altre in seguito.
La vita eroica e di servizio totale di Caterina non passava certo inosservata. Molte altre persone, attratte da lei, le chiedevano una guida spirituale per camminare nella via del Signore. E così nei convegni spirituali di Pammatone, Caterina effondeva in preziosi ammaestramenti quello che guidava il suo cuore e la sua azione: l'Amore di Dio. Le esperienze mistiche che aveva le traduceva, come poteva, in parole di sostegno spirituale agli altri.
I suoi insegnamenti ci sono stati trasmessi anche con due opere:“Dialogo spirituale”, una specie di autobiografia in cui descrive il proprio cammino spirituale, e è “Il Trattato del Purgatorio” : qui ci parla, con un linguaggio semplice della terribile serietà delle sofferenze delle anime per purificarsi e prepararsi all'incontro con Dio. È l'Amore di Dio che sostiene queste anime, e la certezza di vederlo che le aiuta pur nel dolore. È un'opera di densa teologia, studiata e ammirata da vari esperti del settore.
Questo le fece meritare il titolo di Dottoressa del Purgatorio. Alla base del suo insegnamento spirituale, valido anche oggi, Caterina pone la lotta all'amor proprio. Dio deve essere amato per se stesso, non per i suoi doni e grazie. Ed il fine della vita spirituale è proprio arrivare ad amare Dio solo per amore di Dio. Condizione indispensabile, però, è spogliarsi dell'amor proprio, perché può impadronirsi del cuore e della mente dell'uomo fino a diventare il vero motore del proprio pensare ed agire, escludendo così Dio dal proprio orizzonte di valori guida. A questa purificazione del nostro io, cresciuto troppo a scapito di Dio, servono le sofferenze che Dio stesso permette che abbiamo, in questa vita e nel Purgatorio. E Caterina di sofferenze ne ebbe veramente tante: il suo io era completamente purificato nell'amore completo e totale di Dio, attraverso i servizi più umili ai malati.
Già verso la fine, Caterina si ammala anche di peste curando una malata.“Misteriosa malattia” che la scienza del tempo non riusciva a capire. Lei rimase sempre serena e tranquilla, totalmente e fiduciosamente nelle mani di Dio; la morte, d'altra parte, non le faceva certo paura.
E la morte “dolce e soave e bella” arrivò il 15 settembre 1510 a 63 anni; venne sepolta a Genova, nella chiesa della SS. Annunziata di Portoria.
Beatificata da Pp Clemente X (Emilio Altieri, 1670-1676) il 6 aprile del 1675, è stata canonizzata il 23 aprile 1737 da Pp Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1730-1740), in seguito, proclamata patrona e protettrice di Genova.
Significato del nome Caterina: "donna pura" (greco).
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1243 a 1257 de 1557
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