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Religione: Santo del giorno
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Réponse  Message 1 de 1557 de ce thème 
De: Enzo Claudio  (message original) Envoyé: 29/11/2009 08:44
Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani

Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742

Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.


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Réponse  Message 1198 de 1557 de ce thème 
De: lore luc Envoyé: 12/08/2012 02:40

Domenica  12  Agosto  2012

S. GIOVANNA FRANCESCA de Chantal, Religiosa (memoria facoltativa)

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

Santa Giovanna Francesca de Chantal

Religiosa e cofondatrice

(memoria facoltativa)

 

G

iovanna Francesca Frémiot nacque a Digione, in Francia, il 23 gennaio 1572, in una famiglia dell’alta nobiltà della Borgogna. Rimasta presto orfana di madre, Giovanna Francesca ebbe in suo padre, Benigno, un sicuro punto di riferimento, sia per l’educazione sia per la crescita nella fede. Oggi spesso si parla di “una società senza padre”, di famiglie con padri assenti, distratti, deboli, demotivati nel loro ruolo. Non fu così nella vita di Giovanna Francesca. Ella stessa disse di essere stata una “giovane pazzerella”, con le solite piccole pazzie proprie dell’età. Ma su di lei vigilava il padre: dal carattere forte, un po’ militare, ma sempre saggio e ponderato. Dal sangue nobile ma anche dalla pietà sincera e dalla fede tutta d’un pezzo. Ella non poté non risentirne l’influsso forte, benefico e duraturo. Giovanna alla sua scuola maturò una fede solida, e insieme un grande amore ai poveri.

Era diventata ormai una giovane donna che non poteva passare inosservata anche per il prestigio e la fama del padre. In un primo tempo lasciò cadere con garbo, ma con risolutezza, alcune proposte di matrimonio, finché accettò “con gioia spontanea” il “partito” propostole dal padre: Cristoforo II, barone de Chantal.

Aveva 20 anni quando si sposò il 29 dicembre 1592. Fu un “matrimonio felice”. La neo baronessa si diede anima e corpo all’amministrazione della casa, trasfondendo in questa nuova mansione intelligenza e capacità. La tenuta dei De Chantal rifiorì, ed il barone non ebbe mai a pentirsi della fiducia accordata alla moglie. I due sposi erano veramente “un cuor solo ed un’anima sola”, procedevano di comune accordo, nella stima, fiducia, amore e confidenza reciproche. Dalla loro unione nacquero sei figli, due dei quali però morirono alla nascita. Il dolore di questa perdita fu colmato dagli altri quattro rimasti, voluti e accolti come veri “doni di Dio”.

Questi figli allietavano l’atmosfera della casa, e nello stesso tempo lenivano la sofferenza del suo cuore per le frequenti assenze del marito per gli impegni a corte. Un particolare importante: quando il barone non era al castello ella deponeva gli abiti nobili ed eleganti, e si dedicava maggiormente alle pratiche di pietà. Da questa preghiera traeva la forza per essere sempre dolce, serena, affabile con tutti, compresa la servitù, con gli amici e con gli ospiti del castello. L’amore ai poveri, insegnatole dal padre, era sempre una delle sue priorità. Non solo dava loro il necessario ma spesso li serviva lei stessa.

 

Durante la carestia dell’inverno del 1600 Giovanna, incurante delle dicerie e incoraggiata solamente da suo marito, aprì le porte del suo castello trasformandolo in “ospedale” per alloggiare mamme e bambini in difficoltà, distribuendo loro il suo pane. Cresceva nella fede e nella carità, aiutata dalla frequenza alla Messa quotidiana e dalla confessione. Dopo alcuni anni questa fede così robusta venne messa a dura prova con una serie di lutti in famiglia. Dopo i due figli morti dopo la nascita, nel 1601 perse il marito, che la lasciò sola a 29 anni, con quattro figli da mantenere. Decise di non risposarsi anche se non le mancarono le occasioni.

 

Alla figura di questa grande Santa francese non si può non avvicinare quella di S. Francesco di Sales, che fu suo direttore e guida spirituale, e di cui ella fu seguace e al tempo stesso ispiratrice, penitente e insieme collaboratrice. Così, Santa Giovanna di Chantal e San Francesco di Sales formano una delle due coppie più celebri e più alte nella spiritualità francese del '600.

Il grande predicatore e direttore d'anime, Vescovo di Ginevra, l'aveva vista la prima volta quando predicava la Quaresima del 1604, a Digione. Giovanna era sulla trentina, e indossava severi abiti vedovili. Al primo colloquio, il modestissimo abbigliamento della vedova non parve abbastanza modesto a S. Francesco di Sales, il quale le domandò: “Lei ha intenzione di rimaritarsi, Signora? ”. “No”, rispose Giovanna. “Bene – soggiunse il Santo, con un rapido cenno degli occhi - Allora sarà meglio ammainare le insegne”. La rinunzia interiore, che formava il nocciolo dell'insegnamento del Vescovo di Ginevra, doveva essere accompagnata e sottolineata anche dalla rinuncia esteriore.

 



Réponse  Message 1199 de 1557 de ce thème 
De: lore luc Envoyé: 12/08/2012 02:40

Dopo il primo incontro, S. Francesco di Sales ne assunse la direzione spirituale, con quella leggerezza di tatto che era il carattere distintivo del grande Santo savoiardo. Ella avvertiva sempre di più il desiderio di ritirarsi dal mondo, e di vivere soprattutto per Dio. Fino all'ultimo, il direttore spirituale volle metterla alla prova.  “Ascoltate - le disse un giorno - bisogna che voi entriate a Santa Chiara”.  “Padre mio - ella rispose - sono prontissima ”. “No - riprese il Santo. - Non siete abbastanza robusta. Dovrete farvi suora nell'ospedale di Beaune”.  “Tutto ciò che vi parrà” accondiscese Giovanna. E Francesco:  “Non è ancora ciò che voglio: dovrete essere Carmelitana”.  “Sono pronta ad obbedire”  ripeté la vedova. Dopo aver così saggiato a lungo lo zelo e l'obbedienza della donna, il Santo le espose il suo progetto di una nuova fondazione intitolata alla Visitazione : “Ordo Visitationis Beatissimae Mariae Virginis (Ordine della Visitazione di Santa Maria) e destinata all'assistenza dei malati.

Di questa nuova fondazione lei doveva essere cofondatrice e prima direttrice. Giovanna di Chantal si disse di nuovo pronta, ma questa volta con maggior fervore, con un sussulto del cuore. Ma occorsero alcuni anni, prima che la figlia del Presidente di Digione, sistemati i figli e disposto dei suoi beni terreni, potesse diventare la prima suora della Visitazione. L'Istituto, che ebbe ad Annecy la prima sede, conobbe una rapida e vasta fortuna nella Savoia e nella Francia. Attorno a Giovanna, diventata Suor Francesca, si moltiplicarono le caritatevoli Visitandine (V.S.M.), come le sue suore erano chiamate e presto universalmente note e amate.

 

Nel 1622 moriva Francesco di Sales. Giovanna pianse a lungo quella perdita ma non si sgomentò: le sofferenze e i molti lutti l'avevano ben temprata. Intanto affidava la sua anima ad un altro santo: Vincenzo de Paul che sarà sua guida illuminata e saggia fino alla morte che avvenne, nel monastero di Moulins, il 13 dicembre 1641. Giovanna aveva sessantanove anni e lasciava l'ordine in piena fioritura (ben 75 case della Visitazione).

 

Fu beatificata da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini, 1740-1758) il 13 novembre 1751 e canonizzata da Pp Clemente XIII (Carlo Rezzonico, 1758-1769) il 16 luglio 1767.

 

Il significato del nome Giovanni (a) : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico).


Réponse  Message 1200 de 1557 de ce thème 
De: lore luc Envoyé: 13/08/2012 02:46

Lunedì  13  Agosto  2012

S. GIOVANNI Berchmans, Religioso S.J.

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

S. Giovanni Berchmans

Religioso della Compagnia di Gesù

 

G

iovanni, al secolo Jan, Berchmans nacque il 12 marzo 1599 a Diest nelle Fiandre, primogenito dei cinque figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove.

Quando nel 1609 la madre fu colpita da una incurabile e lenta malattia, Giovanni venne affidato, insieme ai suoi fratelli, alle cure di due zie e, nell'ottobre, posto nel pensionato retto dal premostratense Pietro Van Emmerick, pio parroco della chiesa di Nostra Signora di Diest.

 

Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto dalla situazione economica, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e di imparare un mestiere; l'aiuto offerto poi da alcuni familiari rese possibile un'altra soluzione più confacente alle doti e all'impegno del ragazzo.

A metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica. Avendo nel 1615 i Gesuiti aperto un collegio a Malines, Giovanni poté compiere sotto la loro direzione gli studi di retorica e divenne anche membro della Congregazione Mariana. Provate alcune incertezze nei riguardi della forma concreta in cui attuare la sua vocazione sacerdotale, leggendo una biografia di S. Luigi Gonzaga, capì che Dio lo chiamava nella Compagnia di Gesù.

Dovette tuttavia ancora superare la resistenza oppostagli dal padre, che sognava per lui una ricca prebenda: vi riuscì in maniera così convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.

Completati gli studi, il 24 settembre 1618 emise la prima professione religiosa divenendo novizio gesuita. Poco dopo la fine del noviziato, fu prescelto per essere inviato a Roma, ove giunse il 2 gennaio 1619, a fare i suoi studi filosofici al Collegio Romano (l’attuale pontificia Università Gregoriana).

 

Al termine degli studi filosofici, Giovanni fu incaricato di sostenere l'onorifico e solenne actus publicus, nello svolgimento del quale la chiarezza della sua intelligenza e la profondità delle sue conoscenze destarono grande ammirazione così come la sua modestia, umiltà e dolcezza. Il rigido tenore di vita da lui seguito e il clima di Roma, poco confacentesi a lui, ne avevano però minato l'alquanto delicata salute; quando, il 7 agosto 1621, fu assalito da violenti febbri, accompagnate da catarro intestinale e da infiammazione polmonare, i dottori disperarono di poterlo salvare e infatti egli spirò il 13 agosto 1621 dando esempio di una morte santa.

 

Se Giovanni raggiunse nella breve durata della sua vita, svoltasi in circostanze del tutto ordinarie, le vette della santità, ciò deve naturalmente essere ascritto innanzitutto alla grazia e provvidenza di Dio che, oltre ad avergli dato un temperamento felice, dei genitori cristiani esemplari e dei direttori spirituali di primo ordine, lo guidò manifestamente e lo colmò di grazie, fra le quali spicca il dono della più perfetta castità.

Non si può, però, dimenticare che Giovanni corrispose a questi doni di Dio con un amore fedelissimo e con un senso del dovere del tutto eccezionale. Educato sin dall'infanzia secondo i principi dell'antica scuola ascetico-mistica dei Paesi Bassi, egli si aprì poi completamente agli insegnamenti ignaziani e giunse così a godere, oltre che di una profonda pietà ed un'ardente devozione verso l'Eucaristia e la Beata Vergine, di un sano e schietto realismo spirituale.

Il suo motto preferito era: “Age quod agis” (Fai [bene] quanto stai facendo).

Non aveva però nulla del moralista, o dell'asceta rigido, o dello scrupoloso irrequieto: la sua era invece una spiritualità di libertà gioconda, di gioia e serenità nel Signore, di amore operoso, caldo ed affabile, che si approfondì e semplificò sempre più, specie verso la fine della vita, quando cioè, dopo un previo periodo di aridità spirituale, Giovanni fu favorito della esperienza mistica della presenza divina. Furono precisamente questa profonda unione amorosa a Dio e la sua sorridente attuazione operosa nelle circostanze della vita concreta, che esercitarono un fascino ed un ascendente straordinario su quanti ebbero la fortuna di conoscerlo e che spiegano la sorprendente fama di santità diffusasi subito dopo la sua morte, sia a Roma che all'estero.

 

Il suo processo di beatificazione iniziò subito dopo la morte, ma venne interrotto a causa dei problemi del suo ordine : a metà del XVIII secolo vennero espulsi da numerosi stati europei e vennero soppressi da Pp Clemente XIV (Gian Vincenzo Antonio Ganganelli, 1769-1774) nel 1773; riprese dopo il 1814, quando Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823) restaurò la Compagnia di Gesù.

 

Giovanni Berchmans fu beatificato dal Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) il 9 maggio 1865 e canonizzato da Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci, 1878-1903) il  5 gennaio 1888.

 

Il suo corpo è sepolto nella chiesa romana di S. Ignazio, nella cappella della SS. Annunziata, e la reliquia del suo cuore venne traslata nella chiesa gesuita di Saint-Michel a Lovanio.

La sua memoria liturgica si celebrava il giorno 26 novembre e, nel 1969, è stata spostata, dal Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) al 13 agosto (il suo dies natalis).

Insieme a S. Luigi Gonzaga, Giovanni è venerato come patrono della gioventù studentesca.

 

Significato del nome Giovanni : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico).


Réponse  Message 1201 de 1557 de ce thème 
De: lore luc Envoyé: 13/08/2012 02:47

Lunedì  13  Agosto  2012

B. MARCO d'Aviano, Sacerdote O.F.M. Cap.

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

Beato Marco d'Aviano

Sacerdote O.F.M. Cap.

 

M

arco d'Aviano, al secolo Carlo Domenico Cristofori, terzo di undici figli, nasce ad Aviano (PN) il 17 novembre 1631 da Marco Pasquale e Rosa Zanoni, appartenenti alla ricca borghesia del paese; fu battezzato nello stesso giorno.

Ricevette nel suo paese di origine la prima formazione spirituale e culturale, che fu perfezionata negli anni 1643-1647 nel collegio dei gesuiti a Gorizia: qui il giovane Cristofori ebbe modo di ampliare le basi della sua cultura classica e scientifica, e di approfondire la sua vita di pietà, resa più incisiva dall'appartenenza alle congregazioni mariane.

 

Il clima epico determinato dalla guerra di Candia, combattuta in quegli anni tra la Repubblica di Venezia e l'Impero Ottomano, ebbe un influsso decisivo nella vita del giovane avianese. Animato dal desiderio di raggiungere il luogo delle operazioni belliche, disposto a dare anche il suo sangue per la difesa della fede, lasciò il collegio di Gorizia e giunse giorni dopo a Capodistria, dove, stremato dalla fame e dalle fatiche del viaggio, bussò alla porta dei cappuccini. Dal superiore del convento, oltre a cibo e ricovero, ricevette anche il saggio consiglio di far ritorno a casa presso i suoi genitori.

Durante la breve permanenza presso i cappuccini di Capodistria, illuminato dalla grazia, Carlo Domenico ebbe modo di intravedere la possibilità di seguire in modo diverso la sua vocazione all'apostolato e al martirio. Il tutto sfociò nella ferma decisione di abbandonare il mondo e di abbracciare l'austera vita cappuccina.

 

Nel mese di settembre del 1648 fu ricevuto nel noviziato di Conegliano e un anno dopo, il 21 novembre 1649, emetteva i voti religiosi con il nome di Marco d'Aviano. Compì in seguito il corso regolare degli studi, fissato tra i cappuccini in un triennio di filosofia e un quadriennio di teologia, durante il quale, il 18 settembre 1655, fu ordinato sacerdote a Chioggia.

 

Nel 1670 venne nominato superiore del convento cappuccino di Belluno e dopo un paio d'anni di quello di Oderzo.La responsabilità della carica, però, ostacolava il suo desiderio di solitudine e preghiera, quindi i superiori, accogliendo la sua richiesta, lo trasferirono a Padova. Fu in questa città che si rivelò per quel grande predicatore che era.

Un prodigio avvenuto l'8 settembre 1676 accrebbe la sua popolarità: inviato a predicare nel monastero padovano di S. Prosdocimo, tramite la sua preghiera e la sua benedizione fu istantaneamente guarita la monaca Vincenza Francesconi, ammalata e costretta a letto da circa 13 anni. Eventi straordinari simili si verificarono un mese dopo a Venezia, creando intorno alla sua persona un notevole afflusso di popolo e dando così un credito particolare alla sua attività apostolica. Così padre Marco d'Aviano divenne un instancabile viaggiatore e predicatore per il Veneto e per tutta l'Europa, accompagnato da una sempre più crescente fama di taumaturgo. Usava, a favore dei malati e dei bisognosi, una particolare formula di benedizione che rimase famosa, procurandogli però qualche noia da parte delle autorità ecclesiastiche.

 

Nel 1680 viaggiò nel Tirolo, in Baviera e Austria. L'imperatore Leopoldo I d'Asburgo lo volle come suo consigliere a Vienna.

Ritornato a Venezia, nel 1681, partì poi per le Fiandre attraversando la Francia, anche se per motivi pretestuosi re Luigi XIV non permise, a padre Marco d'Aviano di passare per Parigi. Ritornò in Italia attraversando la Germania e la Svizzera.

 

Intanto i Turchi erano giunti fino a Vienna, forti di un esercito di 150.000 turchi e giannizzeri, comandati da Kara Mustafà "il Nero", generalissimo di Maometto IV.

Il Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689) inviò allora padre Marco d'Aviano a riunificare i comandanti degli eserciti cristiani, in lotta tra di loro, sotto il comando del coraggioso re di Polonia, Jan Sobieski. Incitando poi i soldati a credere incrollabilmente nell'aiuto divino padre Marco contribuì senz'altro a che Vienna, il 12 settembre 1683, fosse liberata dall'assedio ed i Turchi sconfitti.

 

Il valore politico-religioso di quella vittoria era enorme: se Vienna fosse caduta, ai turchi si sarebbe aperta la strada per arrivare fino a Roma! Padre Marco d'Aviano, per questo, divenne il "Salvatore d'Europa".

Successivamente continuò a riunire ed organizzare i cristiani provocando la sconfitta definitiva dell'Islam in Europa dopo le battaglie di Budapest (1684-1686), Neuhäusel (1685), Mohacz (1687), Belgrado (1688) fino alla pace di Karlowitz (1689).

 

Terminate le guerre Marco d'Aviano riprese instancabile la sua opera pastorale. Nel 1699, a 68 anni, ripartì per Vienna, ma era oramai afflitto da un tumore che lo stava consumando.

Il 25 luglio fu costretto a letto e il 13 agosto 1699 moriva assistito dallo stesso imperatore Leopoldo I.

 

Qualche anno dopo la morte, il 29 aprile 1703, i suoi resti mortali, trovati in condizioni di quasi perfetta conservazione, vennero trasferiti in un sepolcro nuovo, fatto costruire dall'imperatore nella cripta dei cappuccini di Vienna, accanto alle tombe imperiali.

La sua figura, poco ricordata in Italia, è, invece, studiata a scuola in Austria e nell'Europa dell'Est.

 

Purtroppo le numerose vicende storico-religiose, le catastrofiche conseguenze delle 2 guerre mondiali, insieme con altre cause, ritardarono l'introduzione e rallentarono lo svolgersi della causa di beatificazione.

Finalmente, Padre Marco d'Aviano O.F.M. è stato innalzato agli onori dell'altare, in Piazza S. Pietro a Roma, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), il 27 aprile 2003.

 

Per approfondimenti & è Padre Marco d'Aviano


Réponse  Message 1202 de 1557 de ce thème 
De: lore luc Envoyé: 13/08/2012 02:48

Lunedì  13  Agosto  2012

S. MASSIMO il Confessore, Teologo Bizantino

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

San Massimo il Confessore

Teologo Bizantino

Padre della Chiesa di Oriente

 

M

assimo nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580.

è chiamato il Confessore per l’intrepido coraggio con cui seppe testimoniare -“confessare”- anche con la sofferenza l’integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo (ebbe tagliate la mano destra e la lingua come condanna per aver rifiutato il monotelismo).

 

Fin da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture; dopo aver ricevuto un'ottima formazione letteraria e filosofica, compì in breve tempo una brillante carriera politica fino a raggiungere l'alta carica di segretario dell'imperatore.

 

Nel 630 abbandonò l'incarico e divenne monaco entrando nel monastero di Crisopoli, l'attuale Scutari.

Nel 645 è attivo a Cartagine, impegnato a combattere le eresie che allora laceravano la Chiesa; in particolare contrasta l'eresia cristologica del monotelismo, secondo cui, anche se in Cristo ci sono due nature, Egli è dotato di una sola volontà, quella divina.

Per ottenere la condanna di questa eresia si impegnò in molti sinodi africani e prese parte al Concilio lateranense del 649 che si concluse con la condanna sia del monotelismo, sia dei vescovi e dei patriarchi che l'avevano sostenuto.

 

L'imperatore cercò con ogni mezzo di far mutare la sentenza del Concilio e, risultando vani tutti i tentativi, fece tagliare la lingua e la mano di Massimo, in segno di spregio. Questa mutilazione rese assai penoso l'ultimo periodo della sua vita, che si concluse il 13 agosto 662.

Massimo il Confessore è venerato come santo dalle Chiese cattolica e ortodossa che lo ricordano il 13 agosto.

 

Per approfondimenti &  la Catechesi di Papa Benedetto XVI

è San Massimo il Confessore


Réponse  Message 1203 de 1557 de ce thème 
De: lore luc Envoyé: 14/08/2012 02:32

Martedì  14  Agosto  2012

S. MASSIMILIANO MARIA Kolbe, Presbitero O.F.M. Conv., martire (memoria)

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

San Massimiliano Maria Kolbe
Presbitero, O.F.M. Conv., martire

(memoria)

 

M

assimiliano Maria Kolbe nacque a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l'8 gennaio 1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie, avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell'Ordine francescano.

 

Il 4 settembre 1910 incominciò il noviziato col nome di fra Massimiliano, e il 5 settembre 1911 emise la professione semplice.

Per proseguire la sua formazione religiosa e sacerdotale fu trasferito a Roma, dove dimorò dal 1912 al 1919, presso il "Collegio Serafico Internazionale" dell'Ordine. Qui fra Massimiliano continuò ad assimilare quelle virtù religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S. Francesco, e lo preparavano a diventare un autentico sacerdote di Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di Massimiliano Maria. Conseguì nel 1915 la laurea in filosofia e nel 1919 quella in teologia.

 

Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 celebrava la Prima Messa nel giorno successivo nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, all'altare che ricorda l'Apparizione della Vergine Immacolata ad Alfonso Ratisbonne. Nelle difficoltà non si abbatteva mai e non cadeva mai nello sconforto; al contrario, diceva con gioia: “La prossima volta tutto andrà meglio”. Questa capacità non veniva da una predisposizione mentale ma dalla sua profonda fiducia nella Madre di Dio. Quando era provato nel corpo e nello spirito, non lo faceva mai vedere, si controllava perfettamente.  

 

Le lettere di Kolbe e i commenti degli osservatori lo mostrano in continua crescita spirituale, in quell'amore di Dio che suscita nel cristiano il desiderio di protendersi a tutta l'umanità, di far conoscere e di far amare Dio, Padre buono per tutti gli uomini. Provava in tutti i modi ad avvicinare coloro che si professavano atei o che organizzavano qualcosa contro la Chiesa. Esistevano pericoli politici causati da un nazionalismo rampante e dal comunismo, pericoli sociali dati da una continua industrializzazione, dal materialismo e dallo sviluppo dei mass-media, a cominciare dalla radio e dai film. Incominciò a studiare tutto, dal comunismo all'industria dello spettacolo e vedere quali aspetti positivi presentano, per poi costruire su queste basi.

 

Nel bel mezzo dei suoi studi spirituali e intellettuali, Massimiliano contrasse la tubercolosi. Mentre stava giocando a calcio in un'assolata giornata di estate - come lui stesso ricorda in seguito - tutto ad un tratto sentì  qualcosa salire alla bocca: era sangue. Il dottore gli ordinò di mettersi a letto e Massimiliano disse tra sé: sembra proprio la fine. Ma non lo era, anche se di tanto in tanto avrebbe sofferto di serie ricadute per il resto della vita. Pian piano aveva capito che doveva combattere per Dio, sotto la guida di Maria, non una battaglia vera e proprio ma una battaglia spirituale. Per chissà quale ragione, fu proprio quando fisicamente era in queste condizioni che, con il permesso del suo Rettore, Massimiliano iniziò a reclutare membri per una Milizia Spirituale; per la maggior parte amici molto stretti. Il 22 luglio 1919 ricevette la sua seconda laurea, in teologia; aveva 25 anni.

Massimiliano Kolbe si è posto l'eterno interrogativo sull'essere supremo. Egli prima di dare una risposta su Dio cerca di dare una risposta sull'uomo. L'uomo, secondo la fede, non viene dal nulla e va verso il nulla. Egli porta scritto nel più profondo del suo essere, una insaziabile sete di felicità, che chiede di essere appagata. Vi è una pienezza a cui egli aspira e che lo attrae inesorabilmente verso una méta. Il rapporto intimo e personale con la fonte stessa di Colui che può colmare ogni sete e ogni inquietudine, crea nella creatura un riposo davvero esaustivo e totalizzante.

 

Durante tutta la sua vita di religioso Massimiliano si spese principalmente per promuovere la venerazione di Maria, madre di Gesù. Cosciente dell'impegno soprattutto teologico e intellettuale che il suo Ordine religioso aveva preso nei secoli per promuovere il riconoscimento dell'Immacolata Concezione di Maria, nel 1917, con altri suoi confratelli, fondò la “Milizia dell'Immacolata”, per dare continuità anche sul fronte esistenziale e pastorale al legame dei Frati Minori Conventuali con Maria Immacolata. L'obiettivo dell'associazione era la diffusione nel mondo della devozione a Maria, utilizzando anche i mezzi permessi dalla tecnologia, quali la stampa e successivamente anche la radio.

In questo senso va vista la pubblicazione della rivista “Il Cavaliere dell'Immacolata”, stampato dagli stessi frati francescani ed arrivato ad una tiratura di più di 120.000 copie alla vigilia della seconda guerra mondiale. Sottolineando l'importanza della devozione a Maria, Kolbe amava ripetere che : “Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello.

 

Pur con un fisico indebolito dalla tubercolosi, nel 1930 partì come missionario alla volta del Giappone dove rimase fino al 1935.

Nel convento di Niepokalanow, in Polonia, alla vigilia del conflitto mondiale c'erano quasi 1.000 tra frati professi, novizi e seminaristi. Il convento cattolico più grande del mondo: era quasi una città autonoma. Nei primi anni della guerra offrì riparo a numerosi rifugiati polacchi, compresi molti ebrei.

Nel mese di maggio 1941 fu arrestato dalle SS e portato nel campo di prigionia di Auschwitz. Alla fine del mese di luglio dello stesso anno un uomo del block di Kolbe era riuscito a fuggire dal campo: per rappresaglia i tedeschi selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel bunker della fame. Quando uno dei dieci condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. Dopo 2 settimane senza acqua né cibo nel bunker, visto che quattro dei dieci condannati, tra cui Kolbe, erano ancora vivi, furono uccisi il 14 agosto 1941 con una iniezione di acido fenico e il loro corpo venne poi cremato.



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De: lore luc Envoyé: 14/08/2012 02:32

Una volta, profeticamente, Massimiliano aveva detto: “Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la Buona Novella.”

Dopo la sua morte, la madre riportò un episodio che Massimiliano le aveva raccontato quando aveva circa 10 anni: disse che gli era apparsa la Vergine Maria con due mazzi di fiori, uno rosso ed uno bianco, chiedendogli quale volesse; il bambino disse che li voleva tutti e due. Alla mattina, svegliandosi, li trovò entrambi sul suo cuscino. Il mazzo bianco rappresentava una vita pura al servizio di Dio, quello rosso il sangue che avrebbe sparso con il martirio. Vedendo la sua vita a posteriori si può dire che ha avuto gli aspetti caratterizzati dai due mazzi di fiori. Francesco Gajowniczek riuscì a sopravvivere ad Auschwitz e morì nel 1995.

 

Massimiliano Maria Kolbe fu beatificato il 17 ottobre 1971 dal Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) e canonizzato il 10 ottobre 1982 dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), suo conterraneo.

Il giorno della canonizzazione il Papa, nell'omelia, lo definì “santo martire, patrono speciale per i nostri difficili tempi, patrono del nostro difficile secolo” e “martire della carità”. A questa cerimonia era presente anche Francesco Gajowniczek.

 

Significato del nome Massimiliano: "grandissimo", "il primo dei figli" (latino).

 

Per approfondimenti & è Massimiliano Maria Kolbe


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De: lore luc Envoyé: 15/08/2012 02:33

Mercoledì  15  Agosto  2012

S. STANISLAO (Stanisław) Kostka, Novizio S.J.

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

San Stanislao (Stanisław) Kostka

Novizio della Compagnia di Gesù

 

Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 15 agosto, mentre la Compagnia di Gesù celebra la memoria in data 13 novembre.

 

S

tanislao (Stanisław) Kostka nacque il 28 ottobre 1550 a Rostkow, a pochi chilometri da Varsavia.

 

Apparteneva a una ricca famiglia dell'antica nobiltà polacca : era il secondo dei sette figli del principe Giovanni (Jan), capo militare e Senatore del Regno di Sigismondo Augusto (1548-1572), di cui Cracovia era la capitale, e di Margherita de Drobniy Kryska, della famiglia dei duchi palatini di Masovia. La famiglia dei Kostka comprendeva numerosi governatori, senatori, vescovi.

 

Nel luglio 1564 venne inviato a Vienna, col fratello Paolo e il precettore Giovanni Bilinski, per studiare presso il locale collegio dei gesuiti, e nella città austriaca maturò la decisione di abbracciare la vita religiosa nella Compagnia di Gesù.

 

Terminati, quindi, gli studi, nel 1567, Stanislao volle concretizzare il suo proposito e chiese di essere ammesso nella Compagnia di Gesù. Il P. Provinciale gli disse che occorreva il permesso del padre, data la sua giovane età (17 anni). Ma Stanislao sapeva bene che le idee di suo padre nei suoi confronti erano altre, e prevedeva un netto rifiuto.

 

Così, ritenendo insuperabile l'opposizione della sua famiglia, decise di fuggire da Vienna, e di recarsi a piedi in Germania, prima ad Ausburg e poi a Dillingen, perché un gesuita portoghese, P. Francesco Antoni, gli suggerì di rivolgersi al tedesco P. Pietro Canisio, Provinciale della Germania settentrionale.

Certo non sarebbe stato un viaggio da poco: circa 600 chilometri... Stanislao si fece dare pure una lettera per il Generale dei gesuiti, P. Francesco Borgia, nel caso che avesse avuto un rifiuto anche dal P. Canisio. Così il 10 agosto, all'alba, iniziò la sua fuga da Vienna. Appena fuori città scambiò i suoi ricchi abiti con quelli di un mendicante, anche perché così sarebbe passato inosservato.         

Dopo un breve soggiorno presso il superiore provinciale dell'Ordine, Pietro Canisio, a Dillingen, Stanislao, insieme a due compagni, venne inviato a Roma, anche per allontanarlo dalle ire del padre. Attraversando a piedi le Alpi e gli Appennini, dopo un viaggio di circa 1.500 chilometri, giunse al noviziato romano. Portava con sé una lettera del P. Canisio che tra l'altro scriveva: Stanislao, nobile polacco, giovane retto e pieno di zelo... Venuto a noi desideroso di sciogliere un antico voto... fu provato per un po' di tempo nel collegio dei convittori di Dillingen e si mostrò sempre esatto nel proprio dovere e saldo nella vocazione... grandi cose speriamo da lui.

 

Il 25 ottobre i tre pellegrini giunsero infine a Roma dove Stanislao iniziò il noviziato il 28 ottobre 1567, insieme a 70 altri novizi, nella casa attigua alla chiesa del Gesù. Come già aveva dimostrato nella sua vita da studente, Stanislao manifestò anche in noviziato un'intelligenza perspicace e una decisa volontà. Si distingueva per la sua fede eucaristica, e mostrava una venerazione particolare per la Vergine Maria, che chiamava sempre: La mia Madre. Durante il noviziato fece i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza.

 

Nei primi giorni di agosto 1568 venne in noviziato P. Pietro Canisio, per tenere una conferenza spirituale, e in quest'occasione Stanislao confidò di essere convinto che quello era il suo ultimo mese di vita. E effettivamente il 10 agosto, festa di S. Lorenzo martire, si manifestarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe condotto precocemente alla morte.

Lo assalì una febbre molto alta, che aveva fasi alterne, probabilmente malaria, e fu trasferito nell'infermeria del noviziato. Accettò ogni sofferenza con serenità e fermezza dicendo: Se così piace a Dio, che non mi alzi più da questo letto, sia fatta la sua volontà!.

Venne curato così come lo permetteva la medicina del tempo; intervenne un insperato miglioramento ma Stanislao ripeté a questo punto che quello era il suo ultimo giorno sulla terra... Difatti le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Supplicò i compagni che lo stendessero per terra, e insistette tanto che dovettero accontentarlo e lo deposero con il suo pagliericcio sul pavimento.

A un certo punto gli occhi di Stanislao si illuminarono, e al maestro dei novizi, che si chinò su di lui, disse che aveva visto la Vergine Maria che veniva verso di lui per accoglierlo in Cielo. Poco dopo spirò. Erano le prime ore del 15 agosto 1568, festa dell'Assunzione di Maria.

Molto presto si diffuse la fama di santità di Stanislao, e numerosi erano i romani che venivano alla tomba del giovane novizio polacco per chiedere la sua intercessione.

Fu beatificato da Pp Paolo V (Camillo Borghese, 1605-1621) il 9 ottobre 1605 e canonizzato da Pp Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini, 1724-1730) il 31 dicembre 1726.

Assieme ai santi gesuiti Luigi Gonzaga e Giovanni Berchmans è patrono della gioventù studiosa.

 

Significato del nome Stanislao : "che sta in piedi, che eccelle" (slavo).

 

Per approfondimenti & è S.Stanislao Kostka s.j.


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De: lore luc Envoyé: 15/08/2012 02:34

Mercoledì  15  Agosto  2012

S. TARCISIO, Accolito della Chiesa di Roma e martire

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

San Tarcisio martire

Accolito della Chiesa di Roma

 

Nel giorno della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, la Chiesa ricorda Tarcisio (o Tarsicio). Subì il martirio da adolescente mentre portava l'Eucaristia ai cristiani in carcere. Scoperto, strinse al petto il Corpo di Gesù, per non farlo cadere in mani profane, ma non riuscendo a strapparglielo, fu ucciso. Il Martirologio romano ne fissa la morte il 15 agosto del 257 d.C. Il corpo venne sepolto insieme a Papa (santo) Stefano I nel Cimiterio Callisti sulla via Appia.

 

Nel 767 Papa (san) Paolo I fece traslare le spoglie nella basilica di S. Silvestro in Capite insieme ad altri martiri. Anche qui ebbero alcune traslazioni di cui l’ultima è del 1596 ove le reliquie furono poste sotto l’altare maggiore.

Il culto a S. Tarsicio riprese maggior vigore nell’800 in seguito alla pubblicazione del romanzo "Fabiola" del cardinale Wiseman (Londra, 1855) che rese attraente la figura del coraggioso adolescente.

 

Una sua statua, scolpita da A. Falguière, è conservata al Louvre di Parigi. In molte chiese di Roma vi sono quadri, statue, pale d’altare che lo raffigurano, infine una bella statua si trova nella chiesa di S. Lorenzo in Faenza.

 

Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI

è San Tarcisio


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De: lore luc Envoyé: 16/08/2012 02:46

Giovedì  16  Agosto  2012

S. STEFANO d'Ungheria, Re (memoria facoltativa)

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Santo Stefano d'Ungheria, Re

(memoria facoltativa)

 

S

tefano d'Ungheria (ungherese: István király, "re Stefano", o Szent István, "santo Stefano") è stato il primo sovrano ungherese, fondatore dello Stato e della Chiesa ungheresi. Figlio del principe magiaro Géza  e di Sarolta, figlia di Gyula, reggente della Transilvania, nacque nel 969 nella città di Strigonio (Esztergom).

Alla nascita ebbe il nome di Vajk (la cui radice è di origine turca) ma all'età di 10 anni, gli venne imposto un nuovo nome cristiano, Stefano (in onore del protomartire s. Stefano, patrono della chiesa di Passavia), al momento del battesimo, prerequisito per l'accettazione della corona giunta da Roma per il tramite di Adalberto di Praga.

Secondo lo storico Gyula László, sostenitore in passato anche della teoria della "doppia conquista della patria", Stefano sarebbe appartenuto ad una etnia turca.

 

Intorno al 995 sposò Gisella di Baviera, figlia di Enrico II e di Gisella di Borgogna ed  ebbero almeno tre figli: due maschi, Imre (poi canonizzato come s. Emerico) e Otto, e una femmina, Edvige.

Stefano riuscì ad imporre la propria supremazia su tutti gli altri nobili magiari, primo fra tutti Koppány, potente guerriero e suo zio, che era rimasto pagano; la vittoria su Koppány fu possibile anche grazie ai rinforzi dati dai Germani. Stefano divenne principe degli Ungheresi in Transdanubia nel 997, alla morte del padre, e riuscì a portare a compimento l'unificazione, sotto di sé, di praticamente tutte le tribù ungheresi nel 1006.

La tradizione vuole che Stefano sia stato elevato al rango di re il 20 agosto 1000. Per l'occasione Pp Silvestro II (Gerberto di Aurillac, 999-1003) inviò a Stefano una magnifica corona d'oro e pietre preziose, accompagnadola con la croce apostolica ed una lettera di benedizione, riconoscendolo, così, ufficialmente come il re cristiano d'Ungheria.

L'incoronazione ebbe luogo il 1 gennaio 1001, (altre fonti datano l'evento al Natale del 1000). Stefano avrebbe voluto abdicare per ritirarsi ad una vita di contemplazione spirituale, affidando il regno nelle mani dell'unico figlio ancora vivente, Imre, ma nel 1031 questi venne ferito a morte in un incidente di caccia.  Portò il lutto per la morte del figlio Imre (che era il principe ereditario e, per quanto si sa, l'unico dei tre figli ad aver raggiunto l'età adulta) per moltissimo tempo, il che finì per influire negativamente sulla salute di Stefano. Quando si riprese, non riuscì più a tornare al precedente vigore.

Senza più figli, non gli riuscì neppure di trovare tra i suoi consanguinei qualcuno che fosse, contemporaneamente, in grado di governare con capacità il paese e desideroso di preservare la fede cristiana nel regno.

 

Senza aver scelto un erede, Stefano morì ad Albareale (Székesfehérvár) - una città da lui fondata nell'Ungheria centrale - o Buda (attuale Budapest), secondo le varie fonti, il 15 agosto 1038. Si narra che sia la nobiltà che i sudditi abbiano tenuto il lutto per tre anni consecutivi. Poco dopo la sua morte , iniziarono le segnalazioni di miracoli di guarigione che sarebbero accaduti nei pressi della sua tomba.

 

Il successore di Stefano fu un suo nipote dal lato materno: Pietro Orseolo, figlio del doge veneziano Pietro II. Ma per motivi politici e religiosi, il nuovo re, poco dopo la proclamazione, venne già spodestato. Recuperò poi il trono con l’aiuto tedesco, e infine nel 1046, ancora sconfitto, sarà accecato e ucciso. Le lotte continuarono in varie parti del Paese, anche con l’uccisione di missionari cristiani, tra cui quella di S. Gerardo e dei suoi compagni. Ma al ritorno della tranquillità il cristianesimo era già profondamente radicato in gran parte del Paese.

Durante le rivolte in seguito alla morte di Stefano, il suo corpo fu trasferito, per motivi di sicurezza, dal sarcofago riccamente decorato in una tomba di pietra. Un monaco di nome Mercurius separò la mano destra dal corpo e la portò di nascosto nel proprio monastero. Re Ladislao, che aveva scoperto il fatto all’apertura della tomba ai fini della canonizzazione, si recò al monastero come pellegrino per recuperarla.

Durante il dominio turco la mano sparì, poi fu ritrovata in Dalmazia (Ragusa - oggi Dubrovnik - che prima faceva parte dell'Ungheria), e ci volle la pressione dell'imperatrice Maria Teresa per farla tornare in patria. Prima affidata alle monache, poi custodita nella Basilica, dove si trova attualmente. (La corona invece viene esposta nel Museo Nazionale.) La reliquia viene portata in processione ogni anno in occasione della festa del santo il 20 agosto (16 agosto in Italia). Questo giorno è anche festa nazionale (fondazione dello stato ungherese) e festa del nuovo pane. Un avvenimento di grande emozione per gli ungheresi e  per i turisti.

 

Stefano venne canonizzato da S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana, 1073-1085), il 15 agosto 1083, come santo Stefano d'Ungheria.

 

In suo ricordo, nel 1764, l'imperatrice Maria Teresa, che era anche regina d'Ungheria, istituì l'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria.

 

Significato del nome Stefano : "corona, segno di gloria" (greco).

 

Curiosità  tra teorie e realtà : la Croce inclinata della Corona di S. Stefano d'Ungheria

 

La parte superiore della Corona, decorata da smalti di produzione occidentale e da scritte in lingua latina, sarebbe una calotta cruciforme aggiunta successivamente (forse proveniente da una precedente corona). La parte superiore a forma di croce potrebbe, secondo la tradizione popolare, recare un particolare simbolismo: la croce è inclinata ed il suo fusto forma un angolo col resto del copricapo e ne costituisce caratteristica peculiare. Ci sono state varie teorie sulle ragioni di questa inclinazione: alcune collegano l'inclinazione con quella della terra, mentre quella popolare maggiormente diffusa collega l'inclinazione con l'instabilità e la disgrazia del popolo ungherese. Un'ispezione attenta della corona ha però stabilito che l'inclinazione è dovuta ad un danno subito dalla corona per una caduta.


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De: lore luc Envoyé: 17/08/2012 02:45

Venerdì  17  Agosto  2012

S. CHIARA della CROCE da Montefalco, Badessa Agostiniana

image Per saperne di più sui Santi del giorno...

S. Chiara della Croce da Montefalco

Badessa Agostiniana

 

C

hiara nasce nel 1268 da Damiano e Iacopa in una zona vicina al "Castellare" in prossimità della chiesa di San Giovanni Battista (concessa nel 1275 dal Comune agli agostiniani e da questi ricostruita e dedicata a sant'Agostino) a Montefalco, una piccola cittadina umbra che domina la valle spoletana. Chiara ha una sorella e un fratello maggiori, Giovanna e Francesco. Giovanna fonda, con l'aiuto economico del padre, il reclusorio di san Leonardo, di cui diventa la prima rettrice; le donne lì si ritirano vivendo rinchiuse e pregando, ispirandosi alla regola (ancora non pienamente riconosciuta al tempo) di Francesco d'Assisi.

 

La piccola Chiara resta segnata dal modello che la famiglia le propone e, all'età di sei anni, entra nell'eremo in cui vive sua sorella Giovanna e dove, nel 1291, dopo la morte di questa, Chiara viene eletta superiora; ufficio che conservò fino alla morte. Nella sua vita si comportò sempre in modo esemplare e raccomandava, vivamente, alle consorelle, spirito di sacrificio e impegno personale nella realizzazione di una solida vita spirituale. Godette di scienza infusa e difese vivamente la fede. Non lascia scritti eppure, nonostante che la sua vita si dipani nella stretta osservanza della regola monastica, riesce a mantenere un dialogo con il mondo fuori dal monastero. Personaggi illustri come i cardinali Giacomo e Pietro Colonna, Napoleone Orsini, il francescano Ubertino da Casale e tanti altri si rivolgono a Chiara per consigli in materia spirituale. Le sue parole sono descritte come “un fuoco, da cui venivano illuminate, consolate ed accese le menti di tutti coloro che l'ascoltavano”. Sapeva dunque parlare non solo alla gente comune, attirata dalla sua fama taumaturgica, ma anche a personaggi illustri, che ne ammiravano le virtù oratorie, considerate profetiche, e la sua intelligenza.

 

Nel 1294 ebbe una straordinaria visione: il Cristo pellegrino, sofferente, che nel suo cuore volle piantare una croce. Si distinse, quindi, per l'amore alla passione di Cristo, ed ebbe molto a cuore la devozione alla Croce.

 

Nel 1303 promuove l'ampliamento del monastero e la costruzione della chiesa di Santa Croce con l'approvazione del Vescovo di Spoleto che invia la prima pietra benedetta. è qui che, dopo cinque anni, nel 1308, Chiara, ormai ammalata, vuole essere trasportata ed è qui che la Santa Vergine apparve a Chiara, mentre era prossima alla morte: Maria, preceduta dagli angeli, a braccia protese indicò alla badessa agostiniana che tutto era pronto per accoglierla tra i santi.

 

Dopo la sua morte, avvenuta il 17 agosto 1308, il Comune di Montefalco sentì l'esigenza di certificare l'esemplarità della vita di Chiara in un documento con le testimonianze di chi le fu più vicino. Con questo intento il suo corpo venne aperto alla ricerca di segni prodigiosi che potessero testimoniare quell'esemplarità che aveva espresso per tutta la vita. Si tramanda, tra i credenti, che nel suo cuore si trovavano un crocifisso e un flagello, e nella cistifellea tre globi, di eguale misura, peso e colore, disposti a forma di triangolo, interpretati come il simbolo della Trinità, il che venne considerato come il segno cercato.

 

La chiesa attuale del monastero di santa Chiara da Montefalco (ricostruita tra il 1615 e il 1643) conserva il corpo della Santa dentro un'urna d'argento massiccio. Ai lati, entro due nicchie aperte nel 1718, si conservano come reliquie di Chiara i segni rinvenuti durante l'autopsia. L'oggetto più suggestivo è probabilmente il busto reliquiario d'argento che la raffigura e contiene i resti del suo cuore; nell'altra nicchia si trova la croce reliquiario, contenente i tre globi di uguale grandezza che i devoti credono provenienti dalla cistifellea, e il crocifisso e il flagello, che secondo i devoti conservava nel cuore.

 

Con la morte di Pp Giovanni XXII (Jacques Duèse, 1313-1334), nel 1334, il processo di canonizzazione di Chiara non ebbe seguito. Verrà ripreso soltanto nel XIX secolo per iniziativa del Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) e sarà proclamata Santa da Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) l’8 dicembre 1881.

 

Il 17 agosto si commemora la santa, mentre il 30 ottobre si celebra la festa “Impressio Crucifixi in corde S. Clarae”.


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De: lore luc Envoyé: 17/08/2012 02:46

Venerdì  17  Agosto  2012

S. EUSEBIO, Papa († 309)

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Eusebio fu Papa nell'anno 309. Il suo pontificato durò solo pochi mesi, dal 18 aprile al 17 agosto, dopo di che - come conseguenza dei disordini interni alla Chiesa che portarono ad atti di violenza - venne bandito dal tiranno Massenzio, unico governatore dell'Impero Romano dall'aprile del 308, che si era inizialmente mostrato amichevole con i cristiani.

Le difficoltà sorsero, come nel caso del predecessore Papa Marcello I dal suo atteggiamento verso i non praticanti, che rappresentavano il punto di vista più mite.

Eusebio morì in esilio in Sicilia ma venne successivamente riportato e seppellito a Roma nel cimitero di Papa Callisto I. Papa Damaso I pose il seguente epitaffio di otto esametri sulla sua tomba:

"DAMASO VESCOVO FECE – Eraclio non volle che i Lapsi facessero penitenza dei loro peccati. Eusebio insegnò ai miseri a piangere le loro colpe. Si dividono in parte i fedeli col crescere della passione. Ribellioni, uccisioni, guerre, discordia, liti. D'improvviso son tutti e due espulsi dal ferocissimo tiranno [Massenzio], sebbene il papa serbasse intieri i vincoli della pace. Lieto soffrì l'esilio per giudizio del Signore, e sui lidi di Sicilia lasciò il mondo e la vita. AD EUSEBIO VESCOVO E MARTIRE".

L'epiteto "martire" contenuto in questi versi, tuttavia, secondo alcuni non deve essere inteso in senso stretto. Viene celebrato il 17 agosto.


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De: lore luc Envoyé: 18/08/2012 02:26

Sabato  18  Agosto  2012

S. ELENA, Madre dell'Imperatore Costantino

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Sant’Elena

Madre dell’Imperatore Costantino

 

E

lena, al secolo Flavia Iulia Helena, sembra sia nata a Drepanum in Bitinia nel golfo di Nicomedia (attuale Turchia); suo figlio Costantino rinominò infatti la città in Helenopolis ("città di Elena") in suo onore, cosa che ha condotto successive interpretazioni ad indicare Drepanum come luogo di nascita di Elena.

Il vescovo e storico Eusebio di Cesarea, autore di una Vita di Costantino, afferma che Elena aveva 80 anni al suo ritorno dalla Palestina, riferendosi ad un viaggio avvenuto nel 326/328; Elena nacque dunque nel 248 o nel 250.

Le fonti del IV sec., che seguono il “Breviarum ab Urbe condita” di Eutropio, affermano che era di bassa condizione sociale. Aurelio Ambrogio è il primo a chiamarla stabularia, un termine traducibile come "ragazza addetta alle stalle" o come "locandiera"; nell'uso di Ambrogio si tratta di una virtù, in quanto il vescovo di Milano la definisce una bona stabularia, "buona locandiera". Altre fonti, specie quelle scritte dopo l'elevazione al trono imperiale di Costantino, ignorano la sua condizione sociale.

 

Elena fu notata da Costanzo Cloro che la prese con sé; l'esatta natura legale del loro legame è sconosciuta. Le fonti non sono concordi su questo punto, alle volte chiamando Elena "moglie" di Costanzo e alle volte riferendosi a lei come "concubina". Girolamo, forse confuso dalla terminologia vaga delle sue fonti, si riferisce a lei in entrambi i modi. Alcuni studiosi sostengono che i due genitori di Costantino fossero legati da un matrimonio de facto, non riconosciuto dalla legge, altri affermano si trattasse di un matrimonio in piena regola, in quanto le fonti che sostengono questo tipo di relazione sono le più affidabili.

Elena diede alla luce Costantino nel 272.

 

Nel 293  Costanzo dovette lasciare Elena per volere di Diocleziano e sposare la figliastra dell'imperatore Massimiano, Teodora, allo scopo di cementare, con un matrimonio dinastico, l'elevazione di Costanzo a Cesare di Massimiano all'interno della tetrarchia.

Elena non si risposò, e visse lontano dalle corti imperiali, sebbene fosse vicina a Costantino, che per lei aveva un affetto particolare. Costantino fu proclamato imperatore nel 306, dopo la morte di Costanzo.

 

Elena si convertì al Cristianesimo, ed in seguito all'editto di tolleranza del figlio Costantino nel 313, le venne dato ogni onore. Venne dichiarata augusta nel 324. 

A 78 anni, nel 326, Elena intraprese un pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi Santi di Palestina. Qui si adoperò per la costruzione delle Basiliche della Natività a Betlemme e dell'Ascensione sul Monte degli Ulivi, che Costantino poi ornò splendidamente.

 

La tradizione narra che Elena, salita sul Golgota per purificare quel sacro luogo dagli edifici pagani fatti costruire dai romani, scoprì la vera Croce di Cristo, perché il cadavere di un uomo messo a giacere su di essa ritornò miracolosamente in vita.

Questo episodio leggendario è stato raffigurato da tanti artisti, ma i più noti sono i dipinti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma e nel famoso ciclo di S. Francesco ad Arezzo di Piero della Francesca.

Insieme alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro incastonato all'interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo di Monza.

L'intento di Elena era quello di consigliare al figlio la moderazione ed indicargli che non c'è sovrano terreno che non sia sottoposto a Cristo; inoltre avrebbe indotto Costantino a costruire la Basilica dell'Anastatis, cioè della Resurrezione.

 

Elena morì a circa 80 anni, assistita dal figlio, verso il 329, in un luogo non identificato. Il suo corpo fu però trasportato a Roma e sepolto sulla via Labicana ai due lauri, oggi Torpignattara. Posto in un sarcofago di porfido, collocato in uno splendido mausoleo a forma circolare con cupola e trasportato nell'XI secolo al Laterano, oggi è conservato nei Musei Vaticani.

S. Elena è la santa patrona di Pesaro e Ascoli Piceno, venerata con culto speciale anche in Germania, a Colonia, Treviri, Bonn e in Francia ad Elna, che in origine si chiamava Castrum Helenae.

Inoltre è considerata la protettrice dei fabbricanti di chiodi e di aghi; è invocata da chi cerca gli oggetti smarriti; in Russia si semina il lino nel giorno della sua festa, affinché cresca lungo come i suoi capelli.

 

Nel più grande tempio della cristianità, S. Pietro in Vaticano, S. Elena è ricordata con una colossale statua in marmo, posta, come quelle di S. Andrea, la Veronica e S. Longino, alla base dei quattro enormi pilastri che sorreggono la cupola di Michelangelo e fanno da corona all'altare della Confessione, sotto il quale c'è la tomba dell'apostolo Pietro.

Nonostante sia considerata una delle sante più importanti della chiesa cattolica, quale fondatrice di molte importanti chiese e ritrovatrice della croce di Gesù, non ha molte chiese dedicate. Una basilica si trova a Quartu Sant'Elena, in Sardegna.

Viene festeggiata dalla Chiesa cattolica il 18 agosto, ed il 21 maggio dalla Chiesa ortodossa, come sant'Elena Imperatrice.

 

Significato del nome Elena : "splendente, fulgore del sole" (greco).


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De: lore luc Envoyé: 18/08/2012 02:27

Sabato  18  Agosto  2012

S. ALBERTO Hurtado Cruchaga, Presbitero S.J.

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Sant'Alberto Hurtado Cruchaga

Sacerdote S.J. Cileno, fondatore :

"El Hogar de Cristo - Il Focolare di Cristo"

 

A

lberto Hurtado Cruchaga nasce a Viña del Mar (Cile) il 22 gennaio 1901. Rimasto orfano di padre all’età di 4 anni, la madre fu costretta a vendere, a condizioni sfavorevoli, la loro modesta proprietà per pagare i debiti della famiglia. Di conseguenza, Alberto e suo fratello dovettero andare a vivere presso dei parenti e, spesso, trasferirsi dall’uno all’altro di essi: fin da piccolo, dunque, egli sperimentò la condizione di chi è povero, senza casa e alla mercé degli altri.

 

Dal 1909 al 1917, grazie alle borse di studio, frequentò il Collegio dei Gesuiti di San Ignacio a Santiago.

Dal 1918 al 1923, lavorando al pomeriggio e alla sera, riuscì a sostenere i suoi e, al tempo stesso, a frequentare la Pontificia Università Cattolica del Cile dove studiò giurisprudenza  e discusse una tesi sul diritto del lavoro. Invece di iniziare la carriera di avvocato, Alberto, il 14 agosto 1923, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Chillán.

Nel 1925 si trasferì a Córdoba  ove compì gli studi umanistici.

Nel 1927 fu inviato a Barcellona per gli studi di filosofia e teologia, sennonché, a motivo della soppressione dei Gesuiti, avvenuta in quel Paese nel 1931, dovette partire per il Belgio e continuare la teologia a Lovanio. Ivi fu ordinato sacerdote il 24 agosto 1933 e conseguì poi, nel 1935, il dottorato in Pedagogia e Psicologia.

 

Fin dall'inizio dei suoi studi sul diritto del lavoro, prima di diventare gesuita, Alberto ebbe nella sua testa e nel suo cuore la predisposizione ad affrontare i problemi e le questioni sociali.

Prima di rientrare in Cile, nel 1936, visitò scuole e centri sociali in Germania, Francia, Belgio e Olanda. Il ministero di Hurtado incluse la pastorale ai cileni poveri, specialmente giovani. Fu professore di religione e, più tardi, istruì i futuri insegnanti della Pontificia Università Cattolica del Cile. Anche la formazione spirituale era importante: era sua abitudine dare regolarmente dei ritiri secondo gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. Offrì la direzione spirituale a molti giovani, accompagnandone parecchi nella loro risposta alla vocazione sacerdotale e contribuendo in modo notevole alla formazione di molti laici cristiani.

 

Nel 1940 fu nominato direttore diocesano del movimento giovanile dell'Azione Cattolica e l'anno seguente ne divenne il Direttore Nazionale (1941-44). Quello stesso anno, 1941, il pensiero di don Alberto, orientato verso la sociologia, lo portò a scrivere il libro "¿Es Chile un pais católico?".

 

Nell’ottobre dell’anno 1944, mentre dava un corso di Esercizi, sentì impellente il bisogno di fare appello agli uditori sollecitandoli a pensare ai molti poveri della città e specialmente agli innumerevoli bambini che vagabondavano per le strade di Santiago. Questo suscitò una pronta risposta di generosità e costituì l’avvio di quella iniziativa che ha reso specialmente noto Padre Hurtado: si tratta di quella forma di attività caritativa che provvede alla gente senza tetto non solo un luogo in cui vivere, ma un vero focolare domestico: "El Hogar de Cristo - Il Focolare di Cristo".

Il suo carisma gli portò collaboratori e benefattori: il movimento raggiunse un grande successo. Gli ostelli si moltiplicarono in tutto il paese; è stato stimato che tra il 1945 ed il 1951 il suo movimento abbia aiutato più di 850.000 bambini.

 

Nel 1947 don Alberto entrò nel movimento operaio come guida spirituale dei lavoratori cileni. Ispirato dalla Dottrina sociale della Chiesa, fondò l'"Associazione Sindacale Cilena" (ASICH). Intenzionato ad istruire i capi ed infondere i valori nell'unione operaia del suo paese, scrisse per loro i tre libri: Umanismo social (1947) L'ordine social cristiano (1947) e Trade Unions (1950).

Per diffondere l'insegnamento sociale della Chiesa ed aiutare i cristiani a riflettere ed interagire sui seri problemi sociali presenti nel Paese, fondò, nel 1951,  il periodico chiamato "Mensaje". Lui stesso pubblicò numerosi articoli e libri sul lavoro in relazione alla fede cattolica.

Don Alberto, profondamente spirituale, si impegnò nel suo lavoro con gli operai ed i giovani, unendo riflessioni intellettuali ed azioni pratiche. Ottimista e socievole, aveva una personalità che sapeva portare molte persone a Cristo e alla Chiesa.

 

Un giorno, nel 1952, fu colpito da forti dolori e corse in ospedale: gli fu diagnosticato un cancro al pancreas. Giorno per giorno i mezzi d'informazione tennero informato il Paese, sullo stato di salute di padre Hurtado che, prima di morire, era già un eroe nazionale.

Il cancro lo portò in pochi mesi alla fine della vita. In mezzo agli atroci dolori fu spesso udito ripetere: “Sono contento, Signore, sono contento” manifestando così la gioia che aveva sempre vissuto.

Dal ritorno in Cile alla sua morte don Alberto visse soli quindici anni: furono anni di intenso apostolato, espressione di profondo amore personale per Cristo e, proprio per questo, caratterizzato da una grande dedizione ai bambini poveri ed abbandonati, da uno zelo ardente per la formazione dei laici, e da un vivo senso di giustizia sociale cristiana.

Dopo aver speso l’esistenza manifestando l’amore di Cristo ai poveri, fu da Lui chiamato a sé il 18 agosto 1952.

 

Don Alberto Hurtado Cruchaga è stato beatificato il 16 ottobre 1994, in P.za S. Pietro, insieme a Nicolas Roland, María Rafols, Petra de San José Pérez Florido e Giuseppina Vannini, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) e canonizzato da Papa Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione, il 23 ottobre 2005, in P.za S. Pietro.

 

Per approfondimenti & è Canonizzazione Alberto Hurtado

 

Significato del nome Alberto: "di illustre nobiltà" (tedesco).


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De: lore luc Envoyé: 19/08/2012 02:32

Domenica  19  Agosto  2012

S. GIOVANNI (Jean) Eudes, Sacerdote (memoria facoltativa)

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San Giovanni (Jean) Eudes

Sacerdote e fondatore
(memoria facoltativa)

 

G

iovanni, al secolo Jean, Eudes, nacque il 14 Novembre 1601 a Ri, piccolo villaggio della Normandia. I suoi genitori, Isacco Eudes e Marta Corbin, angosciati di non aver avuto figli dopo tre anni di matrimonio, si rivolsero alla SS. Vergine e fecero voto che, se fossero stati esauditi, sarebbero andati in pellegrinaggio a una cappella dedicata a Nostra Signora del Soccorso. Essi adempirono fedelmente questo voto, allorché Marta rimase incinta, e fecero al Signore e alla sua Santa Madre l'offerta del bambino che portava in grembo. Due giorni dopo la nascita, fu battezzato nella sua Parrocchia natale dove, scriverà più tardi in un suo memoriale, c'era pochissima istruzione religiosa e dove pochissime persone si comunicavano solo a Pasqua.

Malgrado questo ambiente sfavorevole egli cominciò a dodici anni a conoscere Dio, a comunicarsi tutti i mesi, dopo aver fatto una confessione generale. Qualche tempo dopo, prosegue Giovanni Eudes nel suo diario: Dio mi fece anche la grazia di consacrare a Lui il mio corpo con il voto di castità, di cui sia sempre benedetto”.

Ricevette le sue prime lezioni di catechismo e di grammatica da un maestro che era prete, il cui esempio e istruzioni gli giovarono moltissimo. Il 9 Ottobre 1615, suo padre lo mandò al “College du Mont” tenuto dai Gesuiti nella città di Caen. L'adolescente vi trovò degli educatori di gran valore umano e spirituale, specialmente Padre Robin, un direttore virtuoso e molto pio, che ci parlava sovente di Dio con un fervore straordinario, ciò mi aiutò molto per le cose della salvezza.

 

Nel 1619, dopo aver terminato il liceo, Giovanni Eudes intraprese gli studi di filosofia. Il 19 settembre 1620 ricevette a Sèez, la città episcopale della Diocesi dove era nato, la tonsura e gli ordini minori. Egli dunque già pensava al sacerdozio, ma il clero diocesano, spesso piuttosto mediocre, non lo attirava affatto, ma nemmeno intendeva entrare nella vita religiosa. Ben presto fece la conoscenza di un Istituto nuovo: l'Oratorio di Gesù, che nel 1622 aprì una casa a Caen. Fondato undici anni prima da Pierre de Bérulle, l'oratorio non era un ordine religioso, ma una Società di preti che vivono in Comunità, che proponeva ai suoi membri di vivere a fondo le esigenze della vita sacerdotale e voleva anche contribuire al rinnovamento spirituale e pastorale del clero. Giovanni Eudes fu sedotto da questo ideale e il 25 marzo 1623 fu ammesso all'Oratorio a Parigi.

Formato da maestri prestigiosi, tra cui lo stesso Bérulle, fu ordinato sacerdote il 20 dicembre 1625. Per uno stato di affaticamento e di debolezza che gli impediva di lavorare all'esterno, egli passò due anni a riposo, nella preghiera, nella lettura e in altri esercizi spirituali. Era appena guarito quando apprese che un'epidemia di peste aveva colpito un'intera regione in prossimità del suo villaggio natale. Egli supplicò Bérulle che gli permettesse di andarci e vi passò più di due mesi a curare i malati, a somministrare loro i Sacramenti a rischio della sua vita. Cessata l'epidemia andò a risiedere nella comunità dell'Oratorio di Caen dove esercitò il ministero della predicazione, della confessione e della direzione spirituale.

Ben presto, nel 1630, questa stessa città fu decimata dalla peste. Giovanni Eudes si recò di nuovo al soccorso dei malati abbandonati. Si fa infermiere dei malati e confortatore dei moribondi, ma i suoi amici si tengono alla larga, per paura del contagio. Allora li tranquillizza, isolandosi: dorme su un pagliaio, dentro una botte. Prende il male anche lui, ma ne guarisce, e infine torna all’attività principale: le “missioni al popolo”, che sono cicli di soggiorno, incontri e predicazione, da un paese all’altro.

Percorre il Nord della Francia, dimostrandosi “predicatore di qualità straordinarie; dove passava, convertiva” (L.Mezzadri).

 

Fondò nel 1641 la “Congregazione di Nostra Signora della Carità del Rifugio”, un istituto religioso femminile destinato al recupero delle prostitute in cerca di redenzione: l'Ordine ottenne l'approvazione di Pp Alessandro VII (Fabio Chigi, 1655-1667) il 2 gennaio 1666.

 




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