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| De: Enzo Claudio (message original) |
Envoyé: 29/11/2009 08:44 |
Domenica 29 Novembre
San Francesco Antonio Fasani
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Lucera, 6 agosto 1681 - Lucera, 29 novembre 1742
Ancor giovane fu accolto tra i Minori Conventuali. Si distinse subito per la sua vita integerrima e fu esempio di austerità e zelo sacerdotale. Eletto Ministro Provinciale promosse le regolare disciplina in tutta la Provincia. Propagò la devozione alla Vergine Immacolata, e per circa 40 anni si rese famoso nelle Puglie per la sua ardente parola e per la grande carità verso i poveri, gli orfani e i carcerati. Fu canonizzato da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986.
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Altri Santi del giorno
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Message 1198 de 1557 de ce thème |
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Domenica
12 Agosto 2012
S. GIOVANNA FRANCESCA de Chantal, Religiosa (memoria facoltativa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Santa Giovanna Francesca de Chantal
Religiosa e cofondatrice
(memoria facoltativa)
iovanna Francesca
Frémiot nacque a Digione, in Francia, il 23 gennaio 1572, in una
famiglia dell’alta nobiltà della Borgogna. Rimasta presto orfana di
madre, Giovanna Francesca ebbe in suo padre, Benigno, un sicuro punto di
riferimento, sia per l’educazione sia per la crescita nella fede. Oggi
spesso si parla di “una società senza padre”,
di famiglie con padri assenti, distratti, deboli, demotivati nel loro
ruolo. Non fu così nella vita di Giovanna Francesca. Ella stessa disse
di essere stata una “giovane pazzerella”,
con le solite piccole pazzie proprie dell’età. Ma su di lei vigilava il
padre: dal carattere forte, un po’ militare, ma sempre saggio e
ponderato. Dal sangue nobile ma anche dalla pietà sincera e dalla fede
tutta d’un pezzo. Ella non poté non risentirne l’influsso forte,
benefico e duraturo. Giovanna alla sua scuola maturò una fede solida, e
insieme un grande amore ai poveri.
Era
diventata ormai una giovane donna che non poteva passare inosservata
anche per il prestigio e la fama del padre. In un primo tempo lasciò
cadere con garbo, ma con risolutezza, alcune proposte di matrimonio,
finché accettò “con gioia spontanea” il “partito” propostole dal padre: Cristoforo II, barone de Chantal.
Aveva 20 anni quando si sposò il 29 dicembre 1592. Fu un “matrimonio felice”.
La neo baronessa si diede anima e corpo all’amministrazione della casa,
trasfondendo in questa nuova mansione intelligenza e capacità. La
tenuta dei De Chantal rifiorì, ed il barone non ebbe mai a pentirsi
della fiducia accordata alla moglie. I due sposi erano veramente “un cuor solo ed un’anima sola”,
procedevano di comune accordo, nella stima, fiducia, amore e confidenza
reciproche. Dalla loro unione nacquero sei figli, due dei quali però
morirono alla nascita. Il dolore di questa perdita fu colmato dagli
altri quattro rimasti, voluti e accolti come veri “doni di Dio”.
Questi
figli allietavano l’atmosfera della casa, e nello stesso tempo lenivano
la sofferenza del suo cuore per le frequenti assenze del marito per gli
impegni a corte. Un particolare importante: quando il barone non era al
castello ella deponeva gli abiti nobili ed eleganti, e si dedicava
maggiormente alle pratiche di pietà. Da questa preghiera traeva la forza
per essere sempre dolce, serena, affabile con tutti, compresa la
servitù, con gli amici e con gli ospiti del castello. L’amore ai poveri,
insegnatole dal padre, era sempre una delle sue priorità. Non solo dava
loro il necessario ma spesso li serviva lei stessa.
Durante
la carestia dell’inverno del 1600 Giovanna, incurante delle dicerie e
incoraggiata solamente da suo marito, aprì le porte del suo castello
trasformandolo in “ospedale”
per alloggiare mamme e bambini in difficoltà, distribuendo loro il suo
pane. Cresceva nella fede e nella carità, aiutata dalla frequenza alla
Messa quotidiana e dalla confessione. Dopo alcuni anni questa fede così
robusta venne messa a dura prova con una serie di lutti in famiglia.
Dopo i due figli morti dopo la nascita, nel 1601 perse il marito, che la
lasciò sola a 29 anni, con quattro figli da mantenere. Decise di non
risposarsi anche se non le mancarono le occasioni.
Alla
figura di questa grande Santa francese non si può non avvicinare quella
di S. Francesco di Sales, che fu suo direttore e guida spirituale, e di
cui ella fu seguace e al tempo stesso ispiratrice, penitente e insieme
collaboratrice. Così, Santa Giovanna di Chantal e San Francesco di Sales
formano una delle due coppie più celebri e più alte nella spiritualità
francese del '600.
Il
grande predicatore e direttore d'anime, Vescovo di Ginevra, l'aveva
vista la prima volta quando predicava la Quaresima del 1604, a Digione.
Giovanna era sulla trentina, e indossava severi abiti vedovili. Al primo
colloquio, il modestissimo abbigliamento della vedova non parve
abbastanza modesto a S. Francesco di Sales, il quale le domandò: “Lei ha intenzione di rimaritarsi, Signora? ”. “No”, rispose Giovanna. “Bene – soggiunse il Santo, con un rapido cenno degli occhi - Allora sarà meglio ammainare le insegne”.
La rinunzia interiore, che formava il nocciolo dell'insegnamento del
Vescovo di Ginevra, doveva essere accompagnata e sottolineata anche
dalla rinuncia esteriore.
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Dopo
il primo incontro, S. Francesco di Sales ne assunse la direzione
spirituale, con quella leggerezza di tatto che era il carattere
distintivo del grande Santo savoiardo. Ella avvertiva sempre di più il
desiderio di ritirarsi dal mondo, e di vivere soprattutto per Dio. Fino
all'ultimo, il direttore spirituale volle metterla alla prova. “Ascoltate - le disse un giorno - bisogna che voi entriate a Santa Chiara”. “Padre mio - ella rispose - sono prontissima ”. “No - riprese il Santo. - Non siete abbastanza robusta. Dovrete farvi suora nell'ospedale di Beaune”. “Tutto ciò che vi parrà” accondiscese Giovanna. E Francesco: “Non è ancora ciò che voglio: dovrete essere Carmelitana”. “Sono pronta ad obbedire” ripeté
la vedova. Dopo aver così saggiato a lungo lo zelo e l'obbedienza della
donna, il Santo le espose il suo progetto di una nuova fondazione
intitolata alla Visitazione : “Ordo Visitationis Beatissimae Mariae Virginis” (Ordine della Visitazione di Santa Maria) e destinata all'assistenza dei malati.
Di
questa nuova fondazione lei doveva essere cofondatrice e prima
direttrice. Giovanna di Chantal si disse di nuovo pronta, ma questa
volta con maggior fervore, con un sussulto del cuore. Ma occorsero
alcuni anni, prima che la figlia del Presidente di Digione, sistemati i
figli e disposto dei suoi beni terreni, potesse diventare la prima suora
della Visitazione. L'Istituto, che ebbe ad Annecy la prima sede,
conobbe una rapida e vasta fortuna nella Savoia e nella Francia. Attorno
a Giovanna, diventata Suor Francesca, si moltiplicarono le caritatevoli Visitandine (V.S.M.), come le sue suore erano chiamate e presto universalmente note e amate.
Nel
1622 moriva Francesco di Sales. Giovanna pianse a lungo quella perdita
ma non si sgomentò: le sofferenze e i molti lutti l'avevano ben
temprata. Intanto affidava la sua anima ad un altro santo: Vincenzo de
Paul che sarà sua guida illuminata e saggia fino alla morte che avvenne,
nel monastero di Moulins, il 13 dicembre 1641. Giovanna aveva
sessantanove anni e lasciava l'ordine in piena fioritura (ben 75 case
della Visitazione).
Fu beatificata da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini, 1740-1758) il 13 novembre 1751 e canonizzata da Pp Clemente XIII (Carlo Rezzonico, 1758-1769) il 16 luglio 1767.
Il significato del nome Giovanni (a) : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico).
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Lunedì 13 Agosto
2012
S. GIOVANNI Berchmans, Religioso S.J.
Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Giovanni Berchmans
Religioso della Compagnia di Gesù
iovanni, al secolo Jan, Berchmans
nacque il 12 marzo 1599 a Diest nelle Fiandre, primogenito dei cinque
figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di
Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove.
Quando
nel 1609 la madre fu colpita da una incurabile e lenta malattia,
Giovanni venne affidato, insieme ai suoi fratelli, alle cure di due zie
e, nell'ottobre, posto nel pensionato retto dal premostratense Pietro
Van Emmerick, pio parroco della chiesa di Nostra Signora di Diest.
Avviatosi
verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola
Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto dalla situazione
economica, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e
di imparare un mestiere; l'aiuto offerto poi da alcuni familiari rese
possibile un'altra soluzione più confacente alle doti e all'impegno del
ragazzo.
A
metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico
Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande
di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e
come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori
nella canonica. Avendo nel 1615 i Gesuiti aperto un collegio a Malines,
Giovanni poté compiere sotto la loro direzione gli studi di retorica e
divenne anche membro della Congregazione Mariana. Provate alcune
incertezze nei riguardi della forma concreta in cui attuare la sua
vocazione sacerdotale, leggendo una biografia di S. Luigi Gonzaga, capì
che Dio lo chiamava nella Compagnia di Gesù.
Dovette
tuttavia ancora superare la resistenza oppostagli dal padre, che
sognava per lui una ricca prebenda: vi riuscì in maniera così
convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta
nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.
Completati
gli studi, il 24 settembre 1618 emise la prima professione religiosa
divenendo novizio gesuita. Poco dopo la fine del noviziato, fu prescelto
per essere inviato a Roma, ove giunse il 2 gennaio 1619, a fare i suoi
studi filosofici al Collegio Romano (l’attuale pontificia Università Gregoriana).
Al termine degli studi filosofici, Giovanni fu incaricato di sostenere l'onorifico e solenne actus publicus,
nello svolgimento del quale la chiarezza della sua intelligenza e la
profondità delle sue conoscenze destarono grande ammirazione così come
la sua modestia, umiltà e dolcezza. Il rigido tenore di vita da lui
seguito e il clima di Roma, poco confacentesi a lui, ne avevano però
minato l'alquanto delicata salute; quando, il 7 agosto 1621, fu assalito
da violenti febbri, accompagnate da catarro intestinale e da
infiammazione polmonare, i dottori disperarono di poterlo salvare e
infatti egli spirò il 13 agosto 1621 dando esempio di una morte santa.
Se
Giovanni raggiunse nella breve durata della sua vita, svoltasi in
circostanze del tutto ordinarie, le vette della santità, ciò deve
naturalmente essere ascritto innanzitutto alla grazia e provvidenza di
Dio che, oltre ad avergli dato un temperamento felice, dei genitori
cristiani esemplari e dei direttori spirituali di primo ordine, lo guidò
manifestamente e lo colmò di grazie, fra le quali spicca il dono della
più perfetta castità.
Non
si può, però, dimenticare che Giovanni corrispose a questi doni di Dio
con un amore fedelissimo e con un senso del dovere del tutto
eccezionale. Educato sin dall'infanzia secondo i principi dell'antica
scuola ascetico-mistica dei Paesi Bassi, egli si aprì poi completamente
agli insegnamenti ignaziani e giunse così a godere, oltre che di una
profonda pietà ed un'ardente devozione verso l'Eucaristia e la Beata
Vergine, di un sano e schietto realismo spirituale.
Il suo motto preferito era: “Age quod agis” (Fai [bene] quanto stai facendo).
Non
aveva però nulla del moralista, o dell'asceta rigido, o dello
scrupoloso irrequieto: la sua era invece una spiritualità di libertà
gioconda, di gioia e serenità nel Signore, di amore operoso, caldo ed
affabile, che si approfondì e semplificò sempre più, specie verso la
fine della vita, quando cioè, dopo un previo periodo di aridità
spirituale, Giovanni fu favorito della esperienza mistica della presenza
divina. Furono precisamente questa profonda unione amorosa a Dio e la
sua sorridente attuazione operosa nelle circostanze della vita concreta,
che esercitarono un fascino ed un ascendente straordinario su quanti
ebbero la fortuna di conoscerlo e che spiegano la sorprendente fama di
santità diffusasi subito dopo la sua morte, sia a Roma che all'estero.
Il
suo processo di beatificazione iniziò subito dopo la morte, ma venne
interrotto a causa dei problemi del suo ordine : a metà del XVIII secolo
vennero espulsi da numerosi stati europei e vennero soppressi da Pp
Clemente XIV (Gian Vincenzo Antonio Ganganelli, 1769-1774) nel 1773;
riprese dopo il 1814, quando Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823)
restaurò la Compagnia di Gesù.
Giovanni Berchmans
fu beatificato dal Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti,
1846-1878) il 9 maggio 1865 e canonizzato da Pp Leone XIII (Gioacchino
Pecci, 1878-1903) il 5 gennaio 1888.
Il suo corpo è sepolto nella chiesa romana di S. Ignazio, nella cappella della SS. Annunziata, e la reliquia del suo cuore venne traslata nella chiesa gesuita di Saint-Michel a Lovanio.
La
sua memoria liturgica si celebrava il giorno 26 novembre e, nel 1969, è
stata spostata, dal Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini,
1963-1978) al 13 agosto (il suo dies natalis).
Insieme a S. Luigi Gonzaga, Giovanni è venerato come patrono della gioventù studentesca.
Significato del nome Giovanni : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico).
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Lunedì 13 Agosto
2012
B. MARCO d'Aviano, Sacerdote O.F.M. Cap.
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Beato Marco d'Aviano
Sacerdote O.F.M. Cap.
arco d'Aviano,
al secolo Carlo Domenico Cristofori, terzo di undici figli, nasce ad
Aviano (PN) il 17 novembre 1631 da Marco Pasquale e Rosa Zanoni,
appartenenti alla ricca borghesia del paese; fu battezzato nello stesso
giorno.
Ricevette
nel suo paese di origine la prima formazione spirituale e culturale,
che fu perfezionata negli anni 1643-1647 nel collegio dei gesuiti a
Gorizia: qui il giovane Cristofori ebbe modo di ampliare le basi della
sua cultura classica e scientifica, e di approfondire la sua vita di
pietà, resa più incisiva dall'appartenenza alle congregazioni mariane.
Il
clima epico determinato dalla guerra di Candia, combattuta in quegli
anni tra la Repubblica di Venezia e l'Impero Ottomano, ebbe un influsso
decisivo nella vita del giovane avianese. Animato dal desiderio di
raggiungere il luogo delle operazioni belliche, disposto a dare anche il
suo sangue per la difesa della fede, lasciò il collegio di Gorizia e
giunse giorni dopo a Capodistria, dove, stremato dalla fame e dalle
fatiche del viaggio, bussò alla porta dei cappuccini. Dal superiore del
convento, oltre a cibo e ricovero, ricevette anche il saggio consiglio
di far ritorno a casa presso i suoi genitori.
Durante
la breve permanenza presso i cappuccini di Capodistria, illuminato
dalla grazia, Carlo Domenico ebbe modo di intravedere la possibilità di
seguire in modo diverso la sua vocazione all'apostolato e al martirio.
Il tutto sfociò nella ferma decisione di abbandonare il mondo e di
abbracciare l'austera vita cappuccina.
Nel
mese di settembre del 1648 fu ricevuto nel noviziato di Conegliano e un
anno dopo, il 21 novembre 1649, emetteva i voti religiosi con il nome
di Marco d'Aviano. Compì in seguito il corso regolare degli studi,
fissato tra i cappuccini in un triennio di filosofia e un quadriennio di
teologia, durante il quale, il 18 settembre 1655, fu ordinato sacerdote
a Chioggia.
Nel
1670 venne nominato superiore del convento cappuccino di Belluno e dopo
un paio d'anni di quello di Oderzo.La responsabilità della carica,
però, ostacolava il suo desiderio di solitudine e preghiera, quindi i
superiori, accogliendo la sua richiesta, lo trasferirono a Padova. Fu in
questa città che si rivelò per quel grande predicatore che era.
Un
prodigio avvenuto l'8 settembre 1676 accrebbe la sua popolarità:
inviato a predicare nel monastero padovano di S. Prosdocimo, tramite la
sua preghiera e la sua benedizione fu istantaneamente guarita la monaca
Vincenza Francesconi, ammalata e costretta a letto da circa 13 anni.
Eventi straordinari simili si verificarono un mese dopo a Venezia,
creando intorno alla sua persona un notevole afflusso di popolo e dando
così un credito particolare alla sua attività apostolica. Così padre
Marco d'Aviano divenne un instancabile viaggiatore e predicatore per il
Veneto e per tutta l'Europa, accompagnato da una sempre più crescente
fama di taumaturgo. Usava, a favore dei malati e dei bisognosi, una
particolare formula di benedizione che rimase famosa, procurandogli però
qualche noia da parte delle autorità ecclesiastiche.
Nel 1680 viaggiò nel Tirolo, in Baviera e Austria. L'imperatore Leopoldo I d'Asburgo lo volle come suo consigliere a Vienna.
Ritornato
a Venezia, nel 1681, partì poi per le Fiandre attraversando la Francia,
anche se per motivi pretestuosi re Luigi XIV non permise, a padre Marco
d'Aviano di passare per Parigi. Ritornò in Italia attraversando la
Germania e la Svizzera.
Intanto i Turchi erano giunti fino a Vienna, forti di un esercito di 150.000 turchi e giannizzeri, comandati da Kara Mustafà "il Nero", generalissimo di Maometto IV.
Il
Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689) inviò allora padre
Marco d'Aviano a riunificare i comandanti degli eserciti cristiani, in
lotta tra di loro, sotto il comando del coraggioso re di Polonia, Jan
Sobieski. Incitando poi i soldati a credere incrollabilmente nell'aiuto
divino padre Marco contribuì senz'altro a che Vienna, il 12 settembre
1683, fosse liberata dall'assedio ed i Turchi sconfitti.
Il
valore politico-religioso di quella vittoria era enorme: se Vienna
fosse caduta, ai turchi si sarebbe aperta la strada per arrivare fino a
Roma! Padre Marco d'Aviano, per questo, divenne il "Salvatore d'Europa".
Successivamente
continuò a riunire ed organizzare i cristiani provocando la sconfitta
definitiva dell'Islam in Europa dopo le battaglie di Budapest
(1684-1686), Neuhäusel (1685), Mohacz (1687), Belgrado (1688) fino alla
pace di Karlowitz (1689).
Terminate
le guerre Marco d'Aviano riprese instancabile la sua opera pastorale.
Nel 1699, a 68 anni, ripartì per Vienna, ma era oramai afflitto da un
tumore che lo stava consumando.
Il 25 luglio fu costretto a letto e il 13 agosto 1699 moriva assistito dallo stesso imperatore Leopoldo I.
Qualche
anno dopo la morte, il 29 aprile 1703, i suoi resti mortali, trovati in
condizioni di quasi perfetta conservazione, vennero trasferiti in un
sepolcro nuovo, fatto costruire dall'imperatore nella cripta dei
cappuccini di Vienna, accanto alle tombe imperiali.
La sua figura, poco ricordata in Italia, è, invece, studiata a scuola in Austria e nell'Europa dell'Est.
Purtroppo
le numerose vicende storico-religiose, le catastrofiche conseguenze
delle 2 guerre mondiali, insieme con altre cause, ritardarono
l'introduzione e rallentarono lo svolgersi della causa di
beatificazione.
Finalmente, Padre Marco d'Aviano O.F.M. è stato innalzato agli onori dell'altare, in Piazza S. Pietro a Roma, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), il 27 aprile 2003.
Per approfondimenti & è Padre Marco d'Aviano
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Lunedì 13 Agosto
2012
S. MASSIMO il Confessore, Teologo Bizantino
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Massimo il Confessore
Teologo Bizantino
Padre della Chiesa di Oriente
assimo nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580.
è chiamato il Confessore per l’intrepido coraggio con cui seppe testimoniare -“confessare”- anche con la sofferenza l’integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo (ebbe tagliate la mano destra e la lingua come condanna per aver rifiutato il monotelismo).
Fin
da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle
Scritture; dopo aver ricevuto un'ottima formazione letteraria e
filosofica, compì in breve tempo una brillante carriera politica fino a
raggiungere l'alta carica di segretario dell'imperatore.
Nel 630 abbandonò l'incarico e divenne monaco entrando nel monastero di Crisopoli, l'attuale Scutari.
Nel
645 è attivo a Cartagine, impegnato a combattere le eresie che allora
laceravano la Chiesa; in particolare contrasta l'eresia cristologica del
monotelismo, secondo cui, anche se in Cristo ci sono due nature, Egli è
dotato di una sola volontà, quella divina.
Per
ottenere la condanna di questa eresia si impegnò in molti sinodi
africani e prese parte al Concilio lateranense del 649 che si concluse
con la condanna sia del monotelismo, sia dei vescovi e dei patriarchi
che l'avevano sostenuto.
L'imperatore
cercò con ogni mezzo di far mutare la sentenza del Concilio e,
risultando vani tutti i tentativi, fece tagliare la lingua e la mano di
Massimo, in segno di spregio. Questa mutilazione rese assai penoso
l'ultimo periodo della sua vita, che si concluse il 13 agosto 662.
Massimo il Confessore è venerato come santo dalle Chiese cattolica e ortodossa che lo ricordano il 13 agosto.
Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI
è San Massimo il Confessore
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Martedì 14 Agosto
2012
S. MASSIMILIANO MARIA Kolbe, Presbitero O.F.M. Conv., martire (memoria)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Massimiliano Maria Kolbe Presbitero, O.F.M. Conv., martire
(memoria)
assimiliano Maria
Kolbe nacque a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l'8 gennaio
1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia
si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie,
avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare
generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e
sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati
Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più
chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva
consacrarsi a Dio nell'Ordine francescano.
Il 4 settembre 1910 incominciò il noviziato col nome di fra Massimiliano, e il 5 settembre 1911 emise la professione semplice.
Per proseguire la sua formazione religiosa e sacerdotale fu trasferito a Roma, dove dimorò dal 1912 al 1919, presso il "Collegio Serafico Internazionale"
dell'Ordine. Qui fra Massimiliano continuò ad assimilare quelle virtù
religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S.
Francesco, e lo preparavano a diventare un autentico sacerdote di
Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di
Massimiliano Maria. Conseguì nel 1915 la laurea in filosofia e nel 1919
quella in teologia.
Ordinato
sacerdote il 28 aprile 1918 celebrava la Prima Messa nel giorno
successivo nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, all'altare che
ricorda l'Apparizione della Vergine Immacolata ad Alfonso Ratisbonne. Nelle difficoltà non si abbatteva mai e non cadeva mai nello sconforto; al contrario, diceva con gioia: “La prossima volta tutto andrà meglio”.
Questa capacità non veniva da una predisposizione mentale ma dalla sua
profonda fiducia nella Madre di Dio. Quando era provato nel corpo e
nello spirito, non lo faceva mai vedere, si controllava perfettamente.
Le
lettere di Kolbe e i commenti degli osservatori lo mostrano in continua
crescita spirituale, in quell'amore di Dio che suscita nel cristiano il
desiderio di protendersi a tutta l'umanità, di far conoscere e di far
amare Dio, Padre buono per tutti gli uomini. Provava in tutti i modi ad
avvicinare coloro che si professavano atei o che organizzavano qualcosa
contro la Chiesa. Esistevano pericoli politici causati da un
nazionalismo rampante e dal comunismo, pericoli sociali dati da una
continua industrializzazione, dal materialismo e dallo sviluppo dei
mass-media, a cominciare dalla radio e dai film. Incominciò a studiare
tutto, dal comunismo all'industria dello spettacolo e vedere quali
aspetti positivi presentano, per poi costruire su queste basi.
Nel
bel mezzo dei suoi studi spirituali e intellettuali, Massimiliano
contrasse la tubercolosi. Mentre stava giocando a calcio in un'assolata
giornata di estate - come lui stesso ricorda in seguito - tutto ad un
tratto sentì qualcosa salire alla bocca: era sangue. Il dottore gli
ordinò di mettersi a letto e Massimiliano disse tra sé: sembra proprio
la fine. Ma non lo era, anche se di tanto in tanto avrebbe sofferto di
serie ricadute per il resto della vita. Pian piano aveva capito che
doveva combattere per Dio, sotto la guida di Maria, non una battaglia
vera e proprio ma una battaglia spirituale. Per chissà quale ragione, fu
proprio quando fisicamente era in queste condizioni che, con il
permesso del suo Rettore, Massimiliano iniziò a reclutare membri per una
Milizia Spirituale; per la maggior parte amici molto stretti. Il 22 luglio 1919 ricevette la sua seconda laurea, in teologia; aveva 25 anni.
Massimiliano
Kolbe si è posto l'eterno interrogativo sull'essere supremo. Egli prima
di dare una risposta su Dio cerca di dare una risposta sull'uomo. L'uomo,
secondo la fede, non viene dal nulla e va verso il nulla. Egli porta
scritto nel più profondo del suo essere, una insaziabile sete di
felicità, che chiede di essere appagata. Vi è una pienezza a cui
egli aspira e che lo attrae inesorabilmente verso una méta. Il rapporto
intimo e personale con la fonte stessa di Colui che può colmare ogni
sete e ogni inquietudine, crea nella creatura un riposo davvero
esaustivo e totalizzante.
Durante
tutta la sua vita di religioso Massimiliano si spese principalmente per
promuovere la venerazione di Maria, madre di Gesù. Cosciente
dell'impegno soprattutto teologico e intellettuale che il suo Ordine
religioso aveva preso nei secoli per promuovere il riconoscimento
dell'Immacolata Concezione di Maria, nel 1917, con altri suoi
confratelli, fondò la “Milizia dell'Immacolata”,
per dare continuità anche sul fronte esistenziale e pastorale al legame
dei Frati Minori Conventuali con Maria Immacolata. L'obiettivo
dell'associazione era la diffusione nel mondo della devozione a Maria,
utilizzando anche i mezzi permessi dalla tecnologia, quali la stampa e
successivamente anche la radio.
In questo senso va vista la pubblicazione della rivista “Il Cavaliere dell'Immacolata”,
stampato dagli stessi frati francescani ed arrivato ad una tiratura di
più di 120.000 copie alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Sottolineando l'importanza della devozione a Maria, Kolbe amava ripetere
che : “Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello.”
Pur
con un fisico indebolito dalla tubercolosi, nel 1930 partì come
missionario alla volta del Giappone dove rimase fino al 1935.
Nel
convento di Niepokalanow, in Polonia, alla vigilia del conflitto
mondiale c'erano quasi 1.000 tra frati professi, novizi e seminaristi.
Il convento cattolico più grande del mondo: era quasi una città
autonoma. Nei primi anni della guerra offrì riparo a numerosi rifugiati
polacchi, compresi molti ebrei.
Nel
mese di maggio 1941 fu arrestato dalle SS e portato nel campo di
prigionia di Auschwitz. Alla fine del mese di luglio dello stesso anno
un uomo del block di Kolbe era riuscito a fuggire dal campo: per
rappresaglia i tedeschi selezionarono dieci persone della stessa baracca
per farle morire nel bunker della fame. Quando uno dei dieci
condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere
una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei
prigionieri e si offrì di morire al suo posto. Dopo 2 settimane senza
acqua né cibo nel bunker, visto che quattro dei dieci condannati, tra
cui Kolbe, erano ancora vivi, furono uccisi il 14 agosto 1941 con una
iniezione di acido fenico e il loro corpo venne poi cremato.
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Una volta, profeticamente, Massimiliano aveva detto: “Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la Buona Novella.”
Dopo
la sua morte, la madre riportò un episodio che Massimiliano le aveva
raccontato quando aveva circa 10 anni: disse che gli era apparsa la
Vergine Maria con due mazzi di fiori, uno rosso ed uno bianco,
chiedendogli quale volesse; il bambino disse che li voleva tutti e due.
Alla mattina, svegliandosi, li trovò entrambi sul suo cuscino. Il mazzo
bianco rappresentava una vita pura al servizio di Dio, quello rosso il
sangue che avrebbe sparso con il martirio. Vedendo la sua vita a
posteriori si può dire che ha avuto gli aspetti caratterizzati dai due
mazzi di fiori. Francesco Gajowniczek riuscì a sopravvivere ad Auschwitz
e morì nel 1995.
Massimiliano
Maria Kolbe fu beatificato il 17 ottobre 1971 dal Servo di Dio Paolo VI
(Giovanni Battista Montini, 1963-1978) e canonizzato il 10 ottobre 1982
dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), suo
conterraneo.
Il giorno della canonizzazione il Papa, nell'omelia, lo definì “santo martire, patrono speciale per i nostri difficili tempi, patrono del nostro difficile secolo” e “martire della carità”. A questa cerimonia era presente anche Francesco Gajowniczek.
Significato del nome Massimiliano: "grandissimo", "il primo dei figli" (latino).
Per approfondimenti & è Massimiliano Maria Kolbe
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Mercoledì
15 Agosto 2012
S. STANISLAO (Stanisław) Kostka, Novizio S.J.
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Stanislao (Stanisław) Kostka
Novizio della Compagnia di Gesù
Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 15 agosto, mentre la Compagnia di Gesù celebra la memoria in data 13 novembre.
tanislao (Stanisław) Kostka nacque il 28 ottobre 1550 a Rostkow, a pochi chilometri da Varsavia.
Apparteneva
a una ricca famiglia dell'antica nobiltà polacca : era il secondo dei
sette figli del principe Giovanni (Jan), capo militare e Senatore del
Regno di Sigismondo Augusto (1548-1572), di cui Cracovia era la
capitale, e di Margherita de Drobniy Kryska, della famiglia dei duchi
palatini di Masovia. La famiglia dei Kostka comprendeva numerosi
governatori, senatori, vescovi.
Nel luglio 1564 venne inviato a Vienna, col fratello Paolo e il precettore Giovanni Bilinski,
per studiare presso il locale collegio dei gesuiti, e nella città
austriaca maturò la decisione di abbracciare la vita religiosa nella
Compagnia di Gesù.
Terminati,
quindi, gli studi, nel 1567, Stanislao volle concretizzare il suo
proposito e chiese di essere ammesso nella Compagnia di Gesù. Il P.
Provinciale gli disse che occorreva il permesso del padre, data la sua
giovane età (17 anni). Ma Stanislao sapeva bene che le idee di suo padre
nei suoi confronti erano altre, e prevedeva un netto rifiuto.
Così,
ritenendo insuperabile l'opposizione della sua famiglia, decise di
fuggire da Vienna, e di recarsi a piedi in Germania, prima ad Ausburg e
poi a Dillingen, perché un gesuita portoghese, P. Francesco Antoni, gli
suggerì di rivolgersi al tedesco P. Pietro Canisio, Provinciale della
Germania settentrionale.
Certo
non sarebbe stato un viaggio da poco: circa 600 chilometri... Stanislao
si fece dare pure una lettera per il Generale dei gesuiti, P. Francesco
Borgia, nel caso che avesse avuto un rifiuto anche dal P. Canisio. Così
il 10 agosto, all'alba, iniziò la sua fuga da Vienna. Appena fuori
città scambiò i suoi ricchi abiti con quelli di un mendicante, anche
perché così sarebbe passato inosservato.
Dopo un breve soggiorno presso il superiore provinciale dell'Ordine, Pietro Canisio, a Dillingen,
Stanislao, insieme a due compagni, venne inviato a Roma, anche per
allontanarlo dalle ire del padre. Attraversando a piedi le Alpi e gli
Appennini, dopo un viaggio di circa 1.500 chilometri, giunse al
noviziato romano. Portava con sé una lettera del P. Canisio che tra
l'altro scriveva: “Stanislao,
nobile polacco, giovane retto e pieno di zelo... Venuto a noi
desideroso di sciogliere un antico voto... fu provato per un po' di
tempo nel collegio dei convittori di Dillingen e si mostrò sempre esatto
nel proprio dovere e saldo nella vocazione... grandi cose speriamo da
lui. ”
Il
25 ottobre i tre pellegrini giunsero infine a Roma dove Stanislao
iniziò il noviziato il 28 ottobre 1567, insieme a 70 altri novizi, nella
casa attigua alla chiesa del Gesù. Come già aveva dimostrato nella sua
vita da studente, Stanislao manifestò anche in noviziato un'intelligenza
perspicace e una decisa volontà. Si distingueva per la sua fede
eucaristica, e mostrava una venerazione particolare per la Vergine
Maria, che chiamava sempre: “La mia Madre”. Durante il noviziato fece i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza.
Nei
primi giorni di agosto 1568 venne in noviziato P. Pietro Canisio, per
tenere una conferenza spirituale, e in quest'occasione Stanislao confidò
di essere convinto che quello era il suo ultimo mese di vita. E
effettivamente il 10 agosto, festa di S. Lorenzo martire, si
manifestarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe condotto
precocemente alla morte.
Lo
assalì una febbre molto alta, che aveva fasi alterne, probabilmente
malaria, e fu trasferito nell'infermeria del noviziato. Accettò ogni
sofferenza con serenità e fermezza dicendo: “Se così piace a Dio, che non mi alzi più da questo letto, sia fatta la sua volontà!”.
Venne
curato così come lo permetteva la medicina del tempo; intervenne un
insperato miglioramento ma Stanislao ripeté a questo punto che quello
era il suo ultimo giorno sulla terra... Difatti le sue condizioni
peggiorarono rapidamente. Supplicò i compagni che lo stendessero per
terra, e insistette tanto che dovettero accontentarlo e lo deposero con
il suo pagliericcio sul pavimento.
A
un certo punto gli occhi di Stanislao si illuminarono, e al maestro dei
novizi, che si chinò su di lui, disse che aveva visto la Vergine Maria
che veniva verso di lui per accoglierlo in Cielo. Poco dopo spirò. Erano
le prime ore del 15 agosto 1568, festa dell'Assunzione di Maria.
Molto
presto si diffuse la fama di santità di Stanislao, e numerosi erano i
romani che venivano alla tomba del giovane novizio polacco per chiedere
la sua intercessione.
Fu
beatificato da Pp Paolo V (Camillo Borghese, 1605-1621) il 9 ottobre
1605 e canonizzato da Pp Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini,
1724-1730) il 31 dicembre 1726.
Assieme ai santi gesuiti Luigi Gonzaga e Giovanni Berchmans è patrono della gioventù studiosa.
Significato del nome Stanislao : "che sta in piedi, che eccelle" (slavo).
Per approfondimenti & è S.Stanislao Kostka s.j.
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Mercoledì
15 Agosto 2012
S. TARCISIO, Accolito della Chiesa di Roma e martire
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Tarcisio martire
Accolito della Chiesa di Roma
Nel
giorno della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, la
Chiesa ricorda Tarcisio (o Tarsicio). Subì il martirio da adolescente
mentre portava l'Eucaristia ai cristiani in carcere. Scoperto, strinse
al petto il Corpo di Gesù, per non farlo cadere in mani profane, ma non
riuscendo a strapparglielo, fu ucciso. Il Martirologio romano ne fissa
la morte il 15 agosto del 257 d.C. Il corpo venne sepolto insieme a Papa
(santo) Stefano I nel Cimiterio Callisti sulla via Appia.
Nel 767 Papa (san) Paolo I fece traslare le spoglie nella basilica di S. Silvestro in Capite
insieme ad altri martiri. Anche qui ebbero alcune traslazioni di cui
l’ultima è del 1596 ove le reliquie furono poste sotto l’altare
maggiore.
Il culto a S. Tarsicio riprese maggior vigore nell’800 in seguito alla pubblicazione del romanzo "Fabiola" del cardinale Wiseman (Londra, 1855) che rese attraente la figura del coraggioso adolescente.
Una
sua statua, scolpita da A. Falguière, è conservata al Louvre di Parigi.
In molte chiese di Roma vi sono quadri, statue, pale d’altare che lo
raffigurano, infine una bella statua si trova nella chiesa di S. Lorenzo
in Faenza.
Per approfondimenti & la Catechesi di Papa Benedetto XVI
è San Tarcisio
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Giovedì 16 Agosto
2012
S. STEFANO d'Ungheria, Re (memoria facoltativa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Santo Stefano d'Ungheria, Re
(memoria facoltativa)
tefano d'Ungheria (ungherese: István király, "re Stefano", o Szent István, "santo Stefano")
è stato il primo sovrano ungherese, fondatore dello Stato e della
Chiesa ungheresi. Figlio del principe magiaro Géza e di Sarolta, figlia
di Gyula, reggente della Transilvania, nacque nel 969 nella città di
Strigonio (Esztergom).
Alla
nascita ebbe il nome di Vajk (la cui radice è di origine turca) ma
all'età di 10 anni, gli venne imposto un nuovo nome cristiano, Stefano
(in onore del protomartire s. Stefano, patrono della chiesa di
Passavia), al momento del battesimo, prerequisito per l'accettazione
della corona giunta da Roma per il tramite di Adalberto di Praga.
Secondo lo storico Gyula László, sostenitore in passato anche della teoria della "doppia conquista della patria", Stefano sarebbe appartenuto ad una etnia turca.
Intorno
al 995 sposò Gisella di Baviera, figlia di Enrico II e di Gisella di
Borgogna ed ebbero almeno tre figli: due maschi, Imre (poi canonizzato
come s. Emerico) e Otto, e una femmina, Edvige.
Stefano
riuscì ad imporre la propria supremazia su tutti gli altri nobili
magiari, primo fra tutti Koppány, potente guerriero e suo zio, che era
rimasto pagano; la vittoria su Koppány fu possibile anche grazie ai
rinforzi dati dai Germani. Stefano divenne principe degli Ungheresi in
Transdanubia nel 997, alla morte del padre, e riuscì a portare a
compimento l'unificazione, sotto di sé, di praticamente tutte le tribù
ungheresi nel 1006.
La tradizione vuole che Stefano sia stato elevato al rango di re il 20 agosto 1000. Per l'occasione Pp Silvestro II (Gerberto di Aurillac, 999-1003)
inviò a Stefano una magnifica corona d'oro e pietre preziose,
accompagnadola con la croce apostolica ed una lettera di benedizione,
riconoscendolo, così, ufficialmente come il re cristiano d'Ungheria.
L'incoronazione
ebbe luogo il 1 gennaio 1001, (altre fonti datano l'evento al Natale
del 1000). Stefano avrebbe voluto abdicare per ritirarsi ad una vita di
contemplazione spirituale, affidando il regno nelle mani dell'unico
figlio ancora vivente, Imre, ma nel 1031 questi venne ferito a morte in
un incidente di caccia. Portò il lutto per la morte del figlio Imre
(che era il principe ereditario e, per quanto si sa, l'unico dei tre
figli ad aver raggiunto l'età adulta) per moltissimo tempo, il che finì
per influire negativamente sulla salute di Stefano. Quando si riprese,
non riuscì più a tornare al precedente vigore.
Senza
più figli, non gli riuscì neppure di trovare tra i suoi consanguinei
qualcuno che fosse, contemporaneamente, in grado di governare con
capacità il paese e desideroso di preservare la fede cristiana nel
regno.
Senza
aver scelto un erede, Stefano morì ad Albareale (Székesfehérvár) - una
città da lui fondata nell'Ungheria centrale - o Buda (attuale Budapest),
secondo le varie fonti, il 15 agosto 1038. Si narra che sia la nobiltà
che i sudditi abbiano tenuto il lutto per tre anni consecutivi. Poco
dopo la sua morte , iniziarono le segnalazioni di miracoli di guarigione
che sarebbero accaduti nei pressi della sua tomba.
Il
successore di Stefano fu un suo nipote dal lato materno: Pietro
Orseolo, figlio del doge veneziano Pietro II. Ma per motivi politici e
religiosi, il nuovo re, poco dopo la proclamazione, venne già
spodestato. Recuperò poi il trono con l’aiuto tedesco, e infine nel
1046, ancora sconfitto, sarà accecato e ucciso. Le lotte continuarono in
varie parti del Paese, anche con l’uccisione di missionari cristiani,
tra cui quella di S. Gerardo e dei suoi compagni. Ma al ritorno della
tranquillità il cristianesimo era già profondamente radicato in gran
parte del Paese.
Durante
le rivolte in seguito alla morte di Stefano, il suo corpo fu
trasferito, per motivi di sicurezza, dal sarcofago riccamente decorato
in una tomba di pietra. Un monaco di nome Mercurius separò la mano
destra dal corpo e la portò di nascosto nel proprio monastero. Re
Ladislao, che aveva scoperto il fatto all’apertura della tomba ai fini
della canonizzazione, si recò al monastero come pellegrino per
recuperarla.
Durante
il dominio turco la mano sparì, poi fu ritrovata in Dalmazia (Ragusa -
oggi Dubrovnik - che prima faceva parte dell'Ungheria), e ci volle la
pressione dell'imperatrice Maria Teresa per farla tornare in patria.
Prima affidata alle monache, poi custodita nella Basilica, dove si trova
attualmente. (La corona invece viene esposta nel Museo Nazionale.) La
reliquia viene portata in processione ogni anno in occasione della festa
del santo il 20 agosto (16 agosto in Italia). Questo giorno è anche
festa nazionale (fondazione dello stato ungherese) e festa del nuovo
pane. Un avvenimento di grande emozione per gli ungheresi e per i turisti.
Stefano venne canonizzato da S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana, 1073-1085), il 15 agosto 1083, come santo Stefano d'Ungheria.
In
suo ricordo, nel 1764, l'imperatrice Maria Teresa, che era anche regina
d'Ungheria, istituì l'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria.
Significato del nome Stefano : "corona, segno di gloria" (greco).
Curiosità tra teorie e realtà : la Croce inclinata della Corona di S. Stefano d'Ungheria
La parte superiore della Corona, decorata da smalti di produzione occidentale
e da scritte in lingua latina, sarebbe una calotta cruciforme aggiunta
successivamente (forse proveniente da una precedente corona). La parte
superiore a forma di croce potrebbe, secondo la tradizione popolare,
recare un particolare simbolismo: la croce è inclinata ed il suo fusto
forma un angolo col resto del copricapo e ne costituisce caratteristica
peculiare. Ci sono state varie teorie sulle ragioni di questa
inclinazione: alcune collegano l'inclinazione con quella della terra,
mentre quella popolare maggiormente diffusa collega l'inclinazione con
l'instabilità e la disgrazia del popolo ungherese. Un'ispezione attenta
della corona ha però stabilito che l'inclinazione è dovuta ad un danno
subito dalla corona per una caduta.
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Venerdì 17 Agosto
2012
S. CHIARA della CROCE da Montefalco, Badessa Agostiniana
Per saperne di più sui Santi del giorno...
S. Chiara della Croce da Montefalco
Badessa Agostiniana
hiara nasce nel 1268 da Damiano e Iacopa in una zona vicina al "Castellare"
in prossimità della chiesa di San Giovanni Battista (concessa nel 1275
dal Comune agli agostiniani e da questi ricostruita e dedicata a
sant'Agostino) a Montefalco, una piccola cittadina umbra che domina la
valle spoletana. Chiara ha una sorella e un fratello maggiori, Giovanna e
Francesco. Giovanna fonda, con l'aiuto economico del padre, il
reclusorio di san Leonardo, di cui diventa la prima rettrice; le donne
lì si ritirano vivendo rinchiuse e pregando, ispirandosi alla regola
(ancora non pienamente riconosciuta al tempo) di Francesco d'Assisi.
La
piccola Chiara resta segnata dal modello che la famiglia le propone e,
all'età di sei anni, entra nell'eremo in cui vive sua sorella Giovanna e
dove, nel 1291, dopo la morte di questa, Chiara viene eletta superiora;
ufficio che conservò fino alla morte. Nella sua vita si comportò sempre
in modo esemplare e raccomandava, vivamente, alle consorelle, spirito
di sacrificio e impegno personale nella realizzazione di una solida vita
spirituale. Godette di scienza infusa e difese vivamente la fede. Non
lascia scritti eppure, nonostante che la sua vita si dipani nella
stretta osservanza della regola monastica, riesce a mantenere un dialogo
con il mondo fuori dal monastero. Personaggi illustri come i cardinali
Giacomo e Pietro Colonna, Napoleone Orsini, il francescano Ubertino da
Casale e tanti altri si rivolgono a Chiara per consigli in materia
spirituale. Le sue parole sono descritte come “un fuoco, da cui venivano illuminate, consolate ed accese le menti di tutti coloro che l'ascoltavano”.
Sapeva dunque parlare non solo alla gente comune, attirata dalla sua
fama taumaturgica, ma anche a personaggi illustri, che ne ammiravano le
virtù oratorie, considerate profetiche, e la sua intelligenza.
Nel
1294 ebbe una straordinaria visione: il Cristo pellegrino, sofferente,
che nel suo cuore volle piantare una croce. Si distinse, quindi, per
l'amore alla passione di Cristo, ed ebbe molto a cuore la devozione alla
Croce.
Nel
1303 promuove l'ampliamento del monastero e la costruzione della chiesa
di Santa Croce con l'approvazione del Vescovo di Spoleto che invia la
prima pietra benedetta. è qui che, dopo cinque anni, nel 1308, Chiara,
ormai ammalata, vuole essere trasportata ed è qui che la Santa Vergine
apparve a Chiara, mentre era prossima alla morte: Maria, preceduta dagli
angeli, a braccia protese indicò alla badessa agostiniana che tutto era
pronto per accoglierla tra i santi.
Dopo
la sua morte, avvenuta il 17 agosto 1308, il Comune di Montefalco sentì
l'esigenza di certificare l'esemplarità della vita di Chiara in un
documento con le testimonianze di chi le fu più vicino. Con questo
intento il suo corpo venne aperto alla ricerca di segni prodigiosi che
potessero testimoniare quell'esemplarità che aveva espresso per tutta la
vita. Si tramanda, tra i credenti, che nel suo cuore si trovavano un
crocifisso e un flagello, e nella cistifellea tre globi, di eguale
misura, peso e colore, disposti a forma di triangolo, interpretati come
il simbolo della Trinità, il che venne considerato come il segno
cercato.
La
chiesa attuale del monastero di santa Chiara da Montefalco (ricostruita
tra il 1615 e il 1643) conserva il corpo della Santa dentro un'urna
d'argento massiccio. Ai lati, entro due nicchie aperte nel 1718, si
conservano come reliquie di Chiara i segni rinvenuti durante l'autopsia.
L'oggetto più suggestivo è probabilmente il busto reliquiario d'argento che la raffigura e contiene i resti del suo cuore; nell'altra nicchia si trova la croce reliquiario,
contenente i tre globi di uguale grandezza che i devoti credono
provenienti dalla cistifellea, e il crocifisso e il flagello, che
secondo i devoti conservava nel cuore.
Con la morte di Pp Giovanni XXII (Jacques Duèse, 1313-1334), nel
1334, il processo di canonizzazione di Chiara non ebbe seguito. Verrà
ripreso soltanto nel XIX secolo per iniziativa del Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) e sarà proclamata Santa da Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) l’8 dicembre 1881.
Il 17 agosto si commemora la santa, mentre il 30 ottobre si celebra la festa “Impressio Crucifixi in corde S. Clarae”.
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Venerdì 17 Agosto
2012
S. EUSEBIO, Papa († 309)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Eusebio fu
Papa nell'anno 309. Il suo pontificato durò solo pochi mesi, dal 18
aprile al 17 agosto, dopo di che - come conseguenza dei disordini
interni alla Chiesa che portarono ad atti di violenza - venne bandito
dal tiranno Massenzio, unico governatore dell'Impero Romano dall'aprile
del 308, che si era inizialmente mostrato amichevole con i cristiani.
Le
difficoltà sorsero, come nel caso del predecessore Papa Marcello I dal
suo atteggiamento verso i non praticanti, che rappresentavano il punto
di vista più mite.
Eusebio
morì in esilio in Sicilia ma venne successivamente riportato e
seppellito a Roma nel cimitero di Papa Callisto I. Papa Damaso I pose il
seguente epitaffio di otto esametri sulla sua tomba:
"DAMASO
VESCOVO FECE – Eraclio non volle che i Lapsi facessero penitenza dei
loro peccati. Eusebio insegnò ai miseri a piangere le loro colpe. Si
dividono in parte i fedeli col crescere della passione. Ribellioni,
uccisioni, guerre, discordia, liti. D'improvviso son tutti e due espulsi
dal ferocissimo tiranno [Massenzio], sebbene il papa serbasse intieri i
vincoli della pace. Lieto soffrì l'esilio per giudizio del Signore, e
sui lidi di Sicilia lasciò il mondo e la vita. AD EUSEBIO VESCOVO E
MARTIRE".
L'epiteto "martire" contenuto in questi versi, tuttavia, secondo alcuni non deve essere inteso in senso stretto. Viene celebrato il 17 agosto.
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Sabato 18 Agosto
2012
S. ELENA, Madre dell'Imperatore Costantino
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Sant’Elena
Madre dell’Imperatore Costantino
lena, al secolo Flavia
Iulia Helena, sembra sia nata a Drepanum in Bitinia nel golfo di
Nicomedia (attuale Turchia); suo figlio Costantino rinominò infatti la
città in Helenopolis
("città di Elena") in suo onore, cosa che ha condotto successive
interpretazioni ad indicare Drepanum come luogo di nascita di Elena.
Il vescovo e storico Eusebio di Cesarea, autore di una Vita di Costantino,
afferma che Elena aveva 80 anni al suo ritorno dalla Palestina,
riferendosi ad un viaggio avvenuto nel 326/328; Elena nacque dunque nel
248 o nel 250.
Le fonti del IV sec., che seguono il “Breviarum ab Urbe condita” di Eutropio, affermano che era di bassa condizione sociale. Aurelio Ambrogio è il primo a chiamarla stabularia, un termine traducibile come "ragazza addetta alle stalle" o come "locandiera"; nell'uso di Ambrogio si tratta di una virtù, in quanto il vescovo di Milano la definisce una bona stabularia, "buona locandiera". Altre fonti, specie quelle scritte dopo l'elevazione al trono imperiale di Costantino, ignorano la sua condizione sociale.
Elena
fu notata da Costanzo Cloro che la prese con sé; l'esatta natura legale
del loro legame è sconosciuta. Le fonti non sono concordi su questo
punto, alle volte chiamando Elena "moglie" di Costanzo e alle volte riferendosi a lei come "concubina".
Girolamo, forse confuso dalla terminologia vaga delle sue fonti, si
riferisce a lei in entrambi i modi. Alcuni studiosi sostengono che i due
genitori di Costantino fossero legati da un matrimonio de facto,
non riconosciuto dalla legge, altri affermano si trattasse di un
matrimonio in piena regola, in quanto le fonti che sostengono questo
tipo di relazione sono le più affidabili.
Elena diede alla luce Costantino nel 272.
Nel 293 Costanzo
dovette lasciare Elena per volere di Diocleziano e sposare la
figliastra dell'imperatore Massimiano, Teodora, allo scopo di cementare,
con un matrimonio dinastico, l'elevazione di Costanzo a Cesare di
Massimiano all'interno della tetrarchia.
Elena
non si risposò, e visse lontano dalle corti imperiali, sebbene fosse
vicina a Costantino, che per lei aveva un affetto particolare.
Costantino fu proclamato imperatore nel 306, dopo la morte di Costanzo.
Elena
si convertì al Cristianesimo, ed in seguito all'editto di tolleranza
del figlio Costantino nel 313, le venne dato ogni onore. Venne
dichiarata augusta nel 324.
A
78 anni, nel 326, Elena intraprese un pellegrinaggio penitenziale ai
Luoghi Santi di Palestina. Qui si adoperò per la costruzione delle
Basiliche della Natività a Betlemme e dell'Ascensione sul Monte degli
Ulivi, che Costantino poi ornò splendidamente.
La
tradizione narra che Elena, salita sul Golgota per purificare quel
sacro luogo dagli edifici pagani fatti costruire dai romani, scoprì la
vera Croce di Cristo, perché il cadavere di un uomo messo a giacere su
di essa ritornò miracolosamente in vita.
Questo
episodio leggendario è stato raffigurato da tanti artisti, ma i più
noti sono i dipinti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma
e nel famoso ciclo di S. Francesco ad Arezzo di Piero della Francesca.
Insieme
alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al
figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro
incastonato all'interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo
di Monza.
L'intento
di Elena era quello di consigliare al figlio la moderazione ed
indicargli che non c'è sovrano terreno che non sia sottoposto a Cristo;
inoltre avrebbe indotto Costantino a costruire la Basilica dell'Anastatis, cioè della Resurrezione.
Elena
morì a circa 80 anni, assistita dal figlio, verso il 329, in un luogo
non identificato. Il suo corpo fu però trasportato a Roma e sepolto
sulla via Labicana ai due lauri,
oggi Torpignattara. Posto in un sarcofago di porfido, collocato in uno
splendido mausoleo a forma circolare con cupola e trasportato nell'XI
secolo al Laterano, oggi è conservato nei Musei Vaticani.
S.
Elena è la santa patrona di Pesaro e Ascoli Piceno, venerata con culto
speciale anche in Germania, a Colonia, Treviri, Bonn e in Francia ad
Elna, che in origine si chiamava Castrum Helenae.
Inoltre
è considerata la protettrice dei fabbricanti di chiodi e di aghi; è
invocata da chi cerca gli oggetti smarriti; in Russia si semina il lino
nel giorno della sua festa, affinché cresca lungo come i suoi capelli.
Nel
più grande tempio della cristianità, S. Pietro in Vaticano, S. Elena è
ricordata con una colossale statua in marmo, posta, come quelle di S.
Andrea, la Veronica e S. Longino, alla base dei quattro enormi pilastri
che sorreggono la cupola di Michelangelo e fanno da corona all'altare
della Confessione, sotto il quale c'è la tomba dell'apostolo Pietro.
Nonostante
sia considerata una delle sante più importanti della chiesa cattolica,
quale fondatrice di molte importanti chiese e ritrovatrice della croce
di Gesù, non ha molte chiese dedicate. Una basilica si trova a Quartu
Sant'Elena, in Sardegna.
Viene festeggiata dalla Chiesa cattolica il 18 agosto, ed il 21 maggio dalla Chiesa ortodossa, come sant'Elena Imperatrice.
Significato del nome Elena : "splendente, fulgore del sole" (greco).
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Sabato 18 Agosto
2012
S. ALBERTO Hurtado Cruchaga, Presbitero S.J.
Per saperne di più sui Santi del giorno...
Sant'Alberto Hurtado Cruchaga
Sacerdote S.J. Cileno, fondatore :
"El Hogar de Cristo - Il Focolare di Cristo"
lberto Hurtado Cruchaga nasce
a Viña del Mar (Cile) il 22 gennaio 1901. Rimasto orfano di padre
all’età di 4 anni, la madre fu costretta a vendere, a condizioni
sfavorevoli, la loro modesta proprietà per pagare i debiti della
famiglia. Di conseguenza, Alberto e suo fratello dovettero andare a
vivere presso dei parenti e, spesso, trasferirsi dall’uno all’altro di
essi: fin da piccolo, dunque, egli sperimentò la condizione di chi è
povero, senza casa e alla mercé degli altri.
Dal 1909 al 1917, grazie alle borse di studio, frequentò il Collegio dei Gesuiti di San Ignacio a Santiago.
Dal
1918 al 1923, lavorando al pomeriggio e alla sera, riuscì a sostenere i
suoi e, al tempo stesso, a frequentare la Pontificia Università
Cattolica del Cile dove studiò giurisprudenza e
discusse una tesi sul diritto del lavoro. Invece di iniziare la
carriera di avvocato, Alberto, il 14 agosto 1923, entrò nel noviziato
della Compagnia di Gesù a Chillán.
Nel 1925 si trasferì a Córdoba ove compì gli studi umanistici.
Nel
1927 fu inviato a Barcellona per gli studi di filosofia e teologia,
sennonché, a motivo della soppressione dei Gesuiti, avvenuta in quel
Paese nel 1931, dovette partire per il Belgio e continuare la teologia a
Lovanio. Ivi fu ordinato sacerdote il 24 agosto 1933 e conseguì poi,
nel 1935, il dottorato in Pedagogia e Psicologia.
Fin
dall'inizio dei suoi studi sul diritto del lavoro, prima di diventare
gesuita, Alberto ebbe nella sua testa e nel suo cuore la predisposizione
ad affrontare i problemi e le questioni sociali.
Prima
di rientrare in Cile, nel 1936, visitò scuole e centri sociali in
Germania, Francia, Belgio e Olanda. Il ministero di Hurtado incluse la
pastorale ai cileni poveri, specialmente giovani. Fu professore di
religione e, più tardi, istruì i futuri insegnanti della Pontificia
Università Cattolica del Cile. Anche la formazione spirituale era
importante: era sua abitudine dare regolarmente dei ritiri secondo gli
esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. Offrì la direzione
spirituale a molti giovani, accompagnandone parecchi nella loro risposta
alla vocazione sacerdotale e contribuendo in modo notevole alla
formazione di molti laici cristiani.
Nel
1940 fu nominato direttore diocesano del movimento giovanile
dell'Azione Cattolica e l'anno seguente ne divenne il Direttore
Nazionale (1941-44). Quello stesso anno, 1941, il pensiero di don
Alberto, orientato verso la sociologia, lo portò a scrivere il libro "¿Es Chile un pais católico?".
Nell’ottobre
dell’anno 1944, mentre dava un corso di Esercizi, sentì impellente il
bisogno di fare appello agli uditori sollecitandoli a pensare ai molti
poveri della città e specialmente agli innumerevoli bambini che
vagabondavano per le strade di Santiago. Questo suscitò una pronta
risposta di generosità e costituì l’avvio di quella iniziativa che ha
reso specialmente noto Padre Hurtado: si tratta di quella forma di
attività caritativa che provvede alla gente senza tetto non solo un
luogo in cui vivere, ma un vero focolare domestico: "El Hogar de Cristo - Il Focolare di Cristo".
Il
suo carisma gli portò collaboratori e benefattori: il movimento
raggiunse un grande successo. Gli ostelli si moltiplicarono in tutto il
paese; è stato stimato che tra il 1945 ed il 1951 il suo movimento abbia
aiutato più di 850.000 bambini.
Nel
1947 don Alberto entrò nel movimento operaio come guida spirituale dei
lavoratori cileni. Ispirato dalla Dottrina sociale della Chiesa, fondò
l'"Associazione Sindacale Cilena" (ASICH). Intenzionato ad istruire i capi ed infondere i valori nell'unione operaia del suo paese, scrisse per loro i tre libri: Umanismo social (1947) L'ordine social cristiano (1947) e Trade Unions (1950).
Per
diffondere l'insegnamento sociale della Chiesa ed aiutare i cristiani a
riflettere ed interagire sui seri problemi sociali presenti nel Paese,
fondò, nel 1951, il periodico chiamato "Mensaje". Lui stesso pubblicò numerosi articoli e libri sul lavoro in relazione alla fede cattolica.
Don
Alberto, profondamente spirituale, si impegnò nel suo lavoro con gli
operai ed i giovani, unendo riflessioni intellettuali ed azioni
pratiche. Ottimista e socievole, aveva una personalità che sapeva
portare molte persone a Cristo e alla Chiesa.
Un
giorno, nel 1952, fu colpito da forti dolori e corse in ospedale: gli
fu diagnosticato un cancro al pancreas. Giorno per giorno i mezzi
d'informazione tennero informato il Paese, sullo stato di salute di
padre Hurtado che, prima di morire, era già un eroe nazionale.
Il cancro lo portò in pochi mesi alla fine della vita. In mezzo agli atroci dolori fu spesso udito ripetere: “Sono contento, Signore, sono contento” manifestando così la gioia che aveva sempre vissuto.
Dal
ritorno in Cile alla sua morte don Alberto visse soli quindici anni:
furono anni di intenso apostolato, espressione di profondo amore
personale per Cristo e, proprio per questo, caratterizzato da una grande
dedizione ai bambini poveri ed abbandonati, da uno zelo ardente per la
formazione dei laici, e da un vivo senso di giustizia sociale cristiana.
Dopo aver speso l’esistenza manifestando l’amore di Cristo ai poveri, fu da Lui chiamato a sé il 18 agosto 1952.
Don Alberto Hurtado Cruchaga è stato beatificato il 16 ottobre 1994,
in P.za S. Pietro, insieme a Nicolas Roland, María Rafols, Petra de San
José Pérez Florido e Giuseppina Vannini, dal Beato Giovanni Paolo II
(Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) e canonizzato da Papa Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione, il 23 ottobre 2005, in P.za S. Pietro.
Per approfondimenti & è Canonizzazione Alberto Hurtado
Significato del nome Alberto: "di illustre nobiltà" (tedesco).
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Domenica
19 Agosto 2012
S. GIOVANNI (Jean) Eudes, Sacerdote (memoria facoltativa)
Per saperne di più sui Santi del giorno...
San Giovanni (Jean) Eudes
Sacerdote e fondatore (memoria facoltativa)
iovanni,
al secolo Jean, Eudes, nacque il 14 Novembre 1601 a Ri, piccolo
villaggio della Normandia. I suoi genitori, Isacco Eudes e Marta Corbin,
angosciati di non aver avuto figli dopo tre anni di matrimonio, si
rivolsero alla SS. Vergine e fecero voto che, se fossero stati esauditi,
sarebbero andati in pellegrinaggio a una cappella dedicata a Nostra
Signora del Soccorso. Essi adempirono fedelmente questo voto, allorché
Marta rimase incinta, e fecero al Signore e alla sua Santa Madre
l'offerta del bambino che portava in grembo. Due giorni dopo la nascita,
fu battezzato nella sua Parrocchia natale dove, scriverà più tardi in
un suo memoriale, “c'era pochissima istruzione religiosa e dove pochissime persone si comunicavano solo a Pasqua”.
Malgrado
questo ambiente sfavorevole egli cominciò a dodici anni a conoscere
Dio, a comunicarsi tutti i mesi, dopo aver fatto una confessione
generale. Qualche tempo dopo, prosegue Giovanni Eudes nel suo diario: “Dio mi fece anche la grazia di consacrare a Lui il mio corpo con il voto di castità, di cui sia sempre benedetto”.
Ricevette
le sue prime lezioni di catechismo e di grammatica da un maestro che
era prete, il cui esempio e istruzioni gli giovarono moltissimo. Il 9
Ottobre 1615, suo padre lo mandò al “College du Mont”
tenuto dai Gesuiti nella città di Caen. L'adolescente vi trovò degli
educatori di gran valore umano e spirituale, specialmente “Padre
Robin, un direttore virtuoso e molto pio, che ci parlava sovente di Dio
con un fervore straordinario, ciò mi aiutò molto per le cose della
salvezza”.
Nel
1619, dopo aver terminato il liceo, Giovanni Eudes intraprese gli studi
di filosofia. Il 19 settembre 1620 ricevette a Sèez, la città
episcopale della Diocesi dove era nato, la tonsura e gli ordini minori.
Egli dunque già pensava al sacerdozio, ma il clero diocesano, spesso
piuttosto mediocre, non lo attirava affatto, ma nemmeno intendeva
entrare nella vita religiosa. Ben presto fece la conoscenza di un
Istituto nuovo: l'Oratorio di Gesù,
che nel 1622 aprì una casa a Caen. Fondato undici anni prima da Pierre
de Bérulle, l'oratorio non era un ordine religioso, ma una Società di
preti che vivono in Comunità, che proponeva ai suoi membri di vivere a
fondo le esigenze della vita sacerdotale e voleva anche contribuire al
rinnovamento spirituale e pastorale del clero. Giovanni Eudes fu sedotto
da questo ideale e il 25 marzo 1623 fu ammesso all'Oratorio a Parigi.
Formato
da maestri prestigiosi, tra cui lo stesso Bérulle, fu ordinato
sacerdote il 20 dicembre 1625. Per uno stato di affaticamento e di
debolezza che gli impediva di lavorare all'esterno, egli passò due anni a
riposo, nella preghiera, nella lettura e in altri esercizi spirituali.
Era appena guarito quando apprese che un'epidemia di peste aveva colpito
un'intera regione in prossimità del suo villaggio natale. Egli supplicò
Bérulle che gli permettesse di andarci e vi passò più di due mesi a
curare i malati, a somministrare loro i Sacramenti a rischio della sua
vita. Cessata l'epidemia andò a risiedere nella comunità dell'Oratorio
di Caen dove esercitò il ministero della predicazione, della confessione
e della direzione spirituale.
Ben
presto, nel 1630, questa stessa città fu decimata dalla peste. Giovanni
Eudes si recò di nuovo al soccorso dei malati abbandonati. Si fa
infermiere dei malati e confortatore dei moribondi, ma i suoi amici si tengono alla larga, per paura del contagio. Allora li tranquillizza, isolandosi: dorme su un pagliaio, dentro una botte. Prende il male anche lui, ma ne guarisce, e infine torna all’attività principale: le “missioni al popolo”, che sono cicli di soggiorno, incontri e predicazione, da un paese all’altro.
Percorre il Nord della Francia, dimostrandosi “predicatore di qualità straordinarie; dove passava, convertiva” (L.Mezzadri).
Fondò nel 1641 la “Congregazione di Nostra Signora della Carità del Rifugio”,
un istituto religioso femminile destinato al recupero delle prostitute
in cerca di redenzione: l'Ordine ottenne l'approvazione di Pp Alessandro
VII (Fabio Chigi, 1655-1667) il 2 gennaio 1666.
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